venerdì 2 agosto 2019

La bella estate, un tuffo negli anni Novanta.

Agosto è già qui. L'estate scorre come sempre veloce e sull'onda di abitudini che in parte riviviamo, in parte possiamo solo ricordare. 
Io quest'anno a luglio non mi sono mossa, impegnata come sono a sorvegliare i lavori di ristrutturazione della nuova casa.
La pelle senza un velo di abbronzatura già in luglio non è da me, ma tant'è. Fra pochi giorni andrò in Calabria per una sola settimana, quindi sarà un'estate dalle vacanze mordi e fuggi. 
L'estate per noi insegnanti è quel periodo che segna un certo significativo riposo dalle fatiche scolastiche - con tanto di critiche da parte di chi non sa niente di questo mestiere. I due mesi di stop servono per corroborare le forze e ripartire a settembre con le energie giuste per un nuovo anno scolastico. 
Insomma, eccoci a metà percorso di riposo e immersi in quel tempo dilatato e sonnacchioso che poco spazio lascia all'attività. 
In estate non riesco a combinare granché con la scrittura. Il cervello langue in una pigrizia assoluta. Tutt'al più posso leggere, alternando periodi di full immersion in qualche libro che mi piace a periodi in cui sembro non voler cominciare nulla. Non è un caso che mi stia trascinando da settimane nella lettura intermittente di Notre Dame de Paris di Hugo. 
Una cosa che mi piace fare è inanellare puntate su puntate di qualche serie tv, sarei capace di passarci giornate intere. Poi mi sveglio dal torpore e mi fiondo in palestra - al momento cerco di andarci tutti i giorni. 
Quest'anno, immaginate queste solite abitudini incastrate fra i numerosi trasferimenti sul "cantiere" dove operai dallo strenuo lavoro stanno portando avanti la cosa. A questo però vorrò dedicare una riflessione appena la ristrutturazione sarà ultimata. 
L'estate fa pensare anche alle cose passate, a quegli anni lontani in cui questi due mesi erano ben altro. Al termine degli anni scolastici, il lasso di tempo in cui ci si sfrenava in divertimenti vari - avevo la fortuna di abitare vicino al mare - negli anni universitari durava meno, perché le sessioni d'esame si tengono fino almeno a metà luglio, ma superata quella fase... libertà assoluta. 

Il nostro mitico walkman

Quali estati ricordiamo sospirando di malinconia?
Sicuramente quelle in cui abbiamo avuto vent'anni, e per quanto mi riguarda sono stati gli anni fra il termine del liceo, 1990, e il 1996, l'ultimo anno del mio nubilato - poi sono cominciati i preparativi per le nozze dell'anno successivo e con ciò impegni su impegni e un'altra fase della vita. 
Il meglio degli anni Novanta, quel periodo pieno di contraddizioni per certi aspetti tragico - le morti di Falcone e Borsellino, la Guerra del Golfo - ma che nel nostro piccolo abbiamo vissuto in modo spensierato. 
Solo alla fine degli anni Novanta tutto ha cominciato a cambiare, ricordo la fine dell'estate 1997, bella perché vivevo matrimonio e viaggio negli Usa, triste per l'omicidio di Versace e la morte di Lady Diana, a poche settimane di distanza. Quell'epoca multicolor e allegra volgeva al termine. 
Sospiro di malinconia pensando alla prima metà degli anni Novanta, perché a ripensarci rivivo:
- le belle sere estive a vedere con famiglia e parenti, tutti riuniti nella casa in collina che mio padre aveva ultimato, vecchi video di quando eravamo piccoli;
- l'ebbrezza di aver terminato il liceo e aver trascorso un primo anno universitario con esami andati bene, quindi anche la nuova esperienza di prendere un treno e andare in città ogni giorno;
- le corse in motorino, sul lungomare, dove con cugini e amici restavamo anche fino alle due del mattino, in un periodo in cui le nostre madri stavano tranquille;
- le sere passate a guardare il Festivalbar, poi doccia e uscita come se il giorno stesse cominciando;
- i pomeriggi sulla spiaggia, al tramonto, con la "comitiva" e il corredo di amorazzi, gavettoni, barzellette, giocate a pallone, a racchette, così come le mattine a stare in ammollo o sul materassino;
- le spaghettate a casa degli amici quando i loro genitori se ne andavano in Brasile;
- le sere in piazzetta nel centro storico, con il cantante noto attorno al quale tutto il paese si riuniva;
- i falò sulla spiaggia, con l'anguria fresca, il gioco della bottiglia e il bagno di mezzanotte...

L'irrinunciabile Super Santos

Le cose da fare erano tante e apparivano ogni volta diverse e più luminose. La comitiva era formata per il 50% di amici villeggianti che tornavano ogni anno e con i quali ci ritrovavamo puntuali. 
Col tempo, verso la fine del decennio, diversi di loro non tornarono, due di loro si sposarono, uno si fece sacerdote (poi "si spretò", come ebbe a dire sua sorella, erano di Napoli), altri "locali" partirono per le università fuori regione e si fecero nuovi amici. 
Ci fu una fisiologica diaspora e oggi se ci si rivede, sul lungomare come tanti anni fa, si ride fra le rughe ripensando a cose che ancora ci divertono molto. 
Fu la nostra giovinezza a rendere belli quegli anni o lo erano a prescindere? Chissà. 
Restano belle estati, fatti di walkman e cassette, pantaloncini di jeans, anelli alle dita dei piedi, cavigliere e salopette a zampe corte, e quel tanto che resta a farne il periodo più bello della vita. 

E voi, quali estati ricordate sospirando di malinconia? 

mercoledì 24 luglio 2019

È tutta questione di rispetto.

Stamattina voglio concedermi e sottoporvi una riflessione. Pensiamo a una parola semplice semplice, comunissima ma non banale: rispetto
A parte la bella origine etimologica, che ci porta al latino respicio - ossia "guardare", pensare al suo significato apre infinite possibilità.
Questo elenco viene fuori da quello che ho capito io sul rispetto. 

Rispettare non significa mai sacrificare una parte di sé per l'altro, quanto piuttosto "considerare l'altro nella sua totalità", nel suo pieno diritto in quanto persona con pregi e difetti. 

Rispettare significa "prendere in considerazione" anche e forse soprattutto in momenti non facili. Se il rispetto dovesse dipendere esclusivamente dal nostro perfetto accordarci con l'altro, allora sarebbe di per sé cosa semplice. Invece, il rispetto ti "frega", perché per essere tale dovrebbe prescindere dall'andare d'accordo.

Rispettare significa "accettare" - potremmo anche dire "tollerare" se proprio ci viene difficile - chi la pensa in modo del tutto diverso. Oggi, nell'epoca del commento facile, del giudizio aprioristico, dello scortese slang virtuale, questa cosa è diventata difficile da praticare, e impossibile per coloro che in rete danno sfogo al proprio modo irrispettoso di rivolgersi all'altro. Ahimè, questa mancanza di rispetto non appartiene però solo ai social, ma al comune dialogare tout court.

mercoledì 17 luglio 2019

Grazie, Maestro.

Se ne va oggi uno degli ultimi Maestri, uno di quelli veri, venuti fuori da un'epoca difficile, formatisi in decenni di studio ed esperienza. 
Cultori del senso critico, fini conoscitori di etica perché conoscitori della Storia, amanti della letteratura d'ogni dove e tempo.
E scrittori, e maestri di vita. 
Andrea Camilleri era tutto questo e lo resterà.

I suoi detrattori non gli riconoscono né grandezza né diritto di opinione. Tutto nella norma, perché uno come Camilleri è stato "scomodo" in particolare negli ultimi anni, in questa epoca di disprezzo da cui ha preso le distanze, accusando molti politici di non conoscere la Storia. Cosa che mi trova perfettamente d'accordo. 
Confesso: ho conosciuto Camilleri solo nell'ultimo ventennio, quando una sera, del tutto per caso, chiesi a mio padre cosa stesse vedendo in tv.
Mio padre, da buon siciliano nato nella sua stessa provincia, rispose che Montalbano era diventato per lui un appuntamento fisso, imperdibile. Il personaggio che ha reso celebre Camilleri è qualcosa di importante per me, perché legato al ricordo di mio padre.

lunedì 8 luglio 2019

Come si fa funzionare una pagina Facebook?

Dal titolo parrebbe che io sia una grande esperta in materia, invece non è così. 
Diciamo che col tempo e l'esperienza ho imparato quel che c'è da sapere, di base, se si decide di aprire una pagina Facebook. 
Ma chissà quanto devo ancora imparare. 
Un po' di storia prima, può aiutare a capire dove voglio andare a parare. 
Credo di aver aperto finora un buon numero di pagine e tutte per motivi differenti. 
Un tempo amministravo un forum, così avevo aperto una pagina afferente senza sapere nulla riguardo al saperla gestire, così durò solo qualche mese. Poi mi aprii una pagina che ebbe un certo successo, si chiamava Una stanza tutta per sé, interessava in particolare un pubblico femminile, perché mi divertivo a postarvi citazioni accompagnate da immagini molto belle della campagna inglese. 
Questa pagina fece in pochi giorni circa 3000 Like e andava a gonfie vele, poi... morì miseramente. 
Sì, perché nel frattempo il team Zuckerberg si era inventato una cosa che avrebbe sovvertito in maniera irreversibile il mondo delle pagine fb: l'aggiornamento dell'algoritmo che fece precipitare la visibilità di ogni post. 

domenica 30 giugno 2019

... e poi loro, la pietra d'angolo.

Questo e il mio ultimo post sono strettamente correlati, me ne rendo conto. 
Dopo aver scaricato la mia insoddisfazione per coloro verso i quali a nulla o a pochissimo è valso l'impegno dell'insegnante, è tempo adesso di gioire per quella percentuale di ragazzi che, a diversi livelli, hanno realmente spiccato il loro primo promettente volo.
C'è bisogno di parlarne, in questo momento così terrificante fatto di disprezzo e becero maschilismo. C'è bisogno di bellezza, di gente perbene e vera, di lotta, di speranza. 
I giovani di cui scrivo non sono solo coloro che hanno terminato bene il loro triennio delle medie, sono anche i giovani che conosco appena, alcuni posso osservare da lontano, di altri mi si raccontano gesta degne di rispetto e ammirazione. 
Sono pietra d'angolo, metafora che mi è balenata in mente ieri, perché nulla è importante come quella sola pietra che sorregge l'intera struttura, e questi giovani così appassionati e belli di una bellezza radiosa diventano esempi e ci consegnano l'immagine di un futuro in cui saranno adulti e saranno "qualcosa" di buono nella collettività.

giovedì 20 giugno 2019

Elucubrazioni da prof.

Quattro anni fa, scrivevo questo post
A rileggerlo mi domando quanto si possa cambiare in pochi anni la propria ottica e soprattutto quanto questo mestiere possa stancare. Ok, siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi il post che sto scrivendo è certamente condizionato dalla stanchezza
Forse proprio per questo devo scriverlo adesso. 

Dal momento che quest'anno alla stanchezza mentale e fisica si è aggiunta una forte componente di delusione e arrabbiatura (per non voler usare l'altra parola, quella più efficace), devo sottoporre il mio metodo a un'analisi e fare un bilancio di ciò che è stato. 
Partiamo dal fatto che essendo insegnante di Italiano, non ho mai più di due classi, essendo il mio lavoro ripartito su un numero di ore frontali abbondante in entrambe (diverso insomma da chi ha due sole ore settimanali per classe - Ed. Tecnologica, Musicale, Arte, Motoria). Nella classe terza ho dieci ore settimanali, nella classe prima che mi è capitata ne ho avute sei + due ore di potenziamento in cui mi sono occupata di teatro e giornalismo. Poi c'è tanto lavoro sommerso che noi insegnanti svolgiamo fra riunioni dipartimentali, consigli di classe, collegi docenti, corsi di aggiornamento, correzione di compiti.

giovedì 6 giugno 2019

Il Trono di spade: apologia di una trama perfetta.

A pochi giorni dalla conclusione della saga televisiva più celebre degli ultimi tempi, visibile in 185 Paesi, i bilanci in rete sono tanti. Vi aggiungo il mio, pensato a lungo perché si tratta di fare una sintesi fedele e quanto più possibile completa.
NON CONTIENE SPOILER. 
Comincio col dire che non sono stata fin da subito una aficionada della serie. Come tantissimi, che ancora non ne hanno visto una sola puntata, l'ho scoperta solo al termine della sesta stagione. 
Vedevo in giro decine di immagini e commenti, ma la cosa non mi attirava, perché non amo particolarmente il genere fantasy, non scattava quella curiosità, insomma. 
Poi mi imbattei qualche anno fa in un paio di persone che mi garantirono, conoscendomi e sapendo quanto sia esigente, che sarebbe bastato vedere le prime puntate per restarne avvinta. 
Ebbene, così è stato.
Se ciò che trattiene chi si dichiara indifferente a GOT è la certezza di trovare qualcosa di simile al Signore degli anelli, Lo Hobbit, La storia infinita, Willow o Excalibur - per quanto diversi di questi film possono dirsi molto buoni - cambi del tutto direzione: questa è una storia diversa. E lo è per quanto il suo autore e i suoi sceneggiatori abbiano attinto ad archetipi esattamente come tutti gli autori di genere.
Questa grande storia finisce per non essere definibile semplicemente come "fantasy", è uno dei suoi tanti aspetti, poiché è una storia piuttosto legata alla migliore epica classica e medievale. 
Il titolo originale non è proprio felice, farebbe pensare a un gioco da Playstation, in effetti. Meglio il titolo dell'edizione italiana, che punta il proprio focus sull'oggetto del contendere: un trono fatto di spade, proprio di spade sottratte ai nemici e riciclate per farne un seggio regale. 
Originale, no?

martedì 28 maggio 2019

L'effetto Dunning-Kruger e le sue conseguenze.


Eccomi, dopo settimane totalmente immersa in uno spettacolo che ha avuto un bel successo e montagne di compiti da correggere per chiusura anno scolastico. 
Il mio tavolo è in disordine, insomma. Quando vivo questi periodi, mi risulta difficile liberarmi da caos visivo. Si potrebbe lavorare meglio nell'ordine, eppure mi getto in una voluptas dolendi da impegni su impegni

In una pausa, mi abbandono a qualche riflessione. Negli ultimi mesi mi è capitato di vivere o di osservare una serie di esperienze che hanno in comune quell'effetto cui diedero nome due psicologi di un'università statunitense: David Dunning e Justin Kruger. Dopo una serie di esperimenti, in cui i partecipanti venivano invitati a giocare una partita a scacchi o di tennis, o semplicemente leggere e comprendere un testo, i due studiosi giunsero alla conclusione che le persone incompetenti tendono a sovrastimarsi, a sopravvalutarsi.

mercoledì 15 maggio 2019

L'onda lunga della forza del teatro e il suo infrangersi.

Quando sono in procinto di andare in scena, il blog ovviamente ne risente. Scrivo oggi, rubando un po' di tempo alle millemila cose da fare a pochi giorni dal debutto di Sherlock Holmes e il Caso dell'ape tatuata, di cui ho scritto qui
I ragazzi scalpitano, siamo alle prese con ritmo, movimenti, battute da pronunciare con l'intenzione giusta, oltre che con le decine di oggetti e accessori da elencare, procurare, ricordare. 
Dall'altra parte, le "maestranze" stanno lavorando alla scenografia, perché prenda forma questa immagine il più possibile curata e donata allo spettatore, con la ferma intenzione che ne costituisca un testimone entusiasta. 
Far funzionare un progetto per il palcoscenico, come ho scritto più volte, richiede tanto lavoro. 

A un passo dal termine di questo anno di laboratorio ragazzi, che vedrà il nostro ultimo appuntamento a fine giugno, penso già al progetto per il prossimo anno. Mi affaccerò alla Commedia dell'arte e sto pensando di mettere in scena Notre Dame de Paris. Anzi, è ormai certo. 
Questa fluttuante realtà fatta di ragazzi appassionati e argutamente ancorati alla magia del teatro tiene in vita la mia stessa passione. Mi si ringrazia spesso e con trasporto, ma sono io che a mia volta ringrazio chi rende possibile tutto ciò. Il mio lavoro trae ispirazione e forza dai ragazzi.

venerdì 26 aprile 2019

Come stuzzicare l'interesse di un editore oggi?

Cominciamo da dove eravamo rimasti. 
Erano i primi di novembre dello scorso anno e pubblicavo questo post, dopo aver riletto più volte e revisionato (oltre che limato e sfrondato e tagliato e livellato) il romanzo. Ne uscivo spossata, visceralmente dentro la storia al punto da sentirmi addosso un effetto straniante. 

Quando succede questo, la cosa migliore da fare è prendere le distanze. Mi ci sono voluti mesi per essere certa di averlo fatto. 
Ora, timidamente, mi riaccosto alla materia narrata, un capitolo alla volta e... ancora una volta sono portata a sfrondare, revisionare. Mi ritrovo al punto di partenza, insomma. Mai soddisfatta. 
Rileggendo, al momento mi sembra che questo romanzo si ponga troppo al di fuori di questa epoca. 

È un romanzo storico, il che ne attenua questo "difetto", ma la sua struttura non ne fa cogliere nell'immediato un aspetto che potrebbe rappresentarne la carta vincente: la lotta di una donna per l'autodeterminazione.
Quanto mi sono lasciata coinvolgere, e condizionare, dai romanzi ottocenteschi letti durante l'adolescenza? Tantissimo. Troppo, anzi.

venerdì 19 aprile 2019

Chiara è andata in Africa


Chiara Cecchini
      Fra le mie giovani attrici della Compagnia, c'è una fanciulla molto particolare, una diciannovenne che ha il fuoco dell'arte nelle vene, ma anche molto altro. 
       Chi ha visto Chiara in palcoscenico non può dimenticarla. Intensa, profonda, travolgente. Ha uno sguardo puro e bello, che le ho visto donare a Lily Anderson in Foglie d'erba, ad Anne Frank e nell'ultimo nostro lavoro in particolare alla Volpe. 
      Studentessa di Lingue all'università, Chiara oltre a essere un'ottima attrice e studentessa, fa parte da qualche tempo di un'organizzazione giovanile impegnata nel sociale. 
      Lo scorso ottobre non ha partecipato alle prove per Il Piccolo Principe per due settimane, perché Chiara era andata in Africa, a portare aiuto in una missione. 
      Una decisione e poi realizzazione a dir poco ammirevole, coraggiosa. 
      Le ho fatto un'intervista, perché questa sua esperienza possa essere conosciuta e fare da esempio per tutti noi.  
       
      
      Dove sei stata esattamente e per quanti giorni? 
      Sono stata in Sierra Leone, più precisamente nell’area di Makeni per 15 giorni.

Quando hai capito che avresti fatto questo viaggio?
Io sono cresciuta nella parrocchia di Ariccia dove Don Pietro, il padre della missione, ha contagiato tutti con la sua Africa. Questa parola quindi mi è stata sempre stata vicina, mi ha accompagnato per lungo tempo ed è sembrato un passo naturale, alla maggiore età, quello di partire. Quello che ho imparato però, è che non si è mai pronti per l’Africa, si arriva con mille idee, aspettative, già “plasmati” in qualche modo, per ritrovarsi poi di nuovo argilla nelle mani accoglienti dell’Africa. Credo, quindi, di aver capito veramente che stessi partendo solo una volta raggiunta Makeni. Quando tutto attorno a me sconvolgeva quello che avevo vissuto fino a quel momento della mia vita.

martedì 9 aprile 2019

Mattatoio n. 5 - Kurt Vonnegut

Incipit: È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di fare uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

È il primo libro che leggo di Vonnegut, un autore che mi prefiggevo di leggere da un po'. Mesi fa mi imbattei nell'annuncio di uno spettacolo teatrale tratto da questo libro e fui colpita anzitutto dal titolo. 
Mi informai sul suo contenuto e seppi che lo avrei letto perché unisce un tema tragico a una scrittura originale, ironica, provocatoria, punzecchiante. 
Per certi aspetti, assomiglia a Paul Beatty e al suo romanzo maggiore, Lo schiavista, che ho recensito qui. I fatti sono tragici, ma vengono narrati in maniera che definirei, banalmente, "leggera". 
Ma così è troppo riduttivo. 
Il libro, pubblicato nel 1969 (con una trasposizione cinematografica nel 1972), ha come suo nucleo il bombardamento angloamericano sulla città tedesca di Dresda, avvenuto nel febbraio 1945. In tre giorni di devastazione, tonnellate di bombe ridussero in macerie una delle città più affascinanti d'Europa, che era fino ad allora stata risparmiata dal fuoco della Seconda Guerra. 
Negli ultimi mesi di un conflitto che causò più di 50 milioni di vittime nel mondo, la distruzione di Dresda rientrò nel vasto piano di accerchiamento della Germania, e per certi aspetti fu la risposta alla devastazione causata dai tedeschi a Coventry nel 1940 (da cui il termine "coventrizzare", come è riportato nel libro di Storia che adopero in terza).

lunedì 1 aprile 2019

A libro aperto. Una vita è i suoi libri - Massimo Recalcati

Incipit: Da quando ho cominciato a leggere seriamente - dalla terza media in avanti - tutta la mia vita è trascorsa fra i libri. Alcuni si sono rivelati dei veri e propri incontri. È possibile che un libro diventi un incontro? Se l'incontro è qualcosa che modifica il corso di una vita, che la riorienta, se l'incontro è un evento che offre senso alla vita aprendola a una nuova immagine del mondo, allora un libro, indubbiamente, può essere un incontro. 

In questo inizio c'è tutto il senso di questo bellissimo saggio di Recalcati, che non delude mai nelle sue osservazioni sulla vita e il mondo. Ne avevo letto il saggio sulla scuola, che ho recensito qui.
Questa volta il noto psicoanalista si interroga sulla presenza dei libri nella vita di un lettore, giungendo alla conclusione espressa nel sottotitolo: Una vita è i suoi libri. 

Questa massima può valere per chi ha fatto dei libri un elemento fondamentale della propria vita, è innegabile, ma può valere anche per un lettore non "forte". 
Sì, perché in sostanza anche un solo libro può cambiarci la vita, modificare il corso della nostra comprensione di noi stessi. Siamo nel campo della psicoanalisi applicata, sia chiaro, quindi se a prima vista può sembrare una conclusione romantica e un po' edulcorata, leggendo questo saggio si può facilmente arrivare a crederci davvero. 

Ma come un libro può avere questo potere su di noi? 
La lettura di un libro è annoverabile nel campo dell'esperienza. Ci sono libri che non restano nella nostra memoria, altri che non riusciamo a dimenticare. Desideriamo rileggerli, anzi. Ritrovarli, e riscoprirli, a distanza di tempo. Sono quei libri che si sono inseriti non solo nella nostra esperienza sensibile ma nelle pieghe del nostro Io più profondo. Vediamo come. 

mercoledì 27 marzo 2019

Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

Lisa Bertinaria è il Piccolo Principe
È andata. Come si dice: l'abbiamo sfangata. È stato travolgente, efficace, bello. 
Da regista, sono sempre incerta prima di andare in scena. Mesi di prove, di una o due volte a settimana, a imbastire prima e poi a limare, smussare, correggere, fino a quando ti rendi conto a pochi giorni dal debutto che magari quella certa scena lì, quel momento, quel modo di dirla, sarebbe meglio cambiare, ecco.
Mi chiedo sempre cosa pensi lo spettatore quando vede uno dei miei lavori. E in generale, se immagina tutta la fatica che c'è dietro uno spettacolo.
Dalla mia esperienza, so che non tutti sono in grado di immaginare il lavoro di costruzione di uno spettacolo teatrale.

Nello specifico del mio teatro, a differenza di tanti anni fa, quando preparavo commedie brillanti americane e inglesi per fare ridere il pubblico e per divertirci noi da matti, bene, adesso, fare teatro "poetico" (qualcuno me ne chiese una definizione qui sul blog, perché se non si è mai visto questo tipo di spettacolo è difficile immaginare di cosa si tratti) equivale a concretizzare la sfida di suscitare nello spettatore una sorta di meraviglia, di partecipazione emotiva totale.
Come si fa?
Posso forse azzardare una metodologia, a scanso di modestia, e lanciarmi in una spiegazione. Quali sono le condizioni? Partiamo dal presupposto che tu sappia realmente occuparti di una regia, capace di avere una sorta di "visione" d'insieme, e che tu sappia dirigere degli attori non solo dicendo loro "dove devono stare" ma "come devono dirla". Bene, vediamo.

sabato 16 marzo 2019

Il Piccolo Principe - Antoine de Saint-Exupéry

Incipit: Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato "Storie vissute nella natura", vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell'atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C'era scritto: "I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede". 

Recensire questo piccolo grande libro e tutto ciò che vi è in esso contenuto non è per nulla semplice. 
Credo che un buon commento a questa storia tradotta in centinaia di lingue e distribuita in tutto il mondo, che ancora appassiona generazioni di adulti e bambini, dovrebbe correre sul duplice filo dell'aspetto squisitamente fiabesco e quello, apparentemente più nascosto, dei molteplici significati antropologici. 
Intanto, avevo raccontato già la storia del suo autore in questo post, se vi va di leggerla. 
Quante volte avrò letto Il Piccolo Principe? Credo una decina, sicuramente. Da quella primissima volta da ragazzina, prestatomi da qualcuno, anni dopo acquistato, fino alle estati torride in cui ti va di tornare su un piccolo libro, oppure sotto una coperta, d'inverno, nel desiderio di riaprire un vecchio caro racconto, edizione Bompiani del 1994. 
Strano, ma questo racconto annovera milioni di estimatori e altrettanti numeri grandi di detrattori. Mi è capitato di leggere commenti di lettori in gruppi sui social e constatare l'acredine di orde di odiatori seriali del protagonista, che lo ritengono insopportabile e petulante, e non capiscono come il povero aviatore possa dargli corda.

sabato 9 marzo 2019

Serie tv in costume, che passione!

Nell'ultimo decennio le produzioni televisive ad altissimo profilo sono diventate un must di registi di calibro e di interpreti di resa eccellente. Se il cinema continua a rappresentare il canale privilegiato del racconto per immagini, le serie tv non sono insomma da meno. 
Cito Cristina, che ne ha scritto qui

La televisione non offre granché. Sono una spettatrice Rai (non guardo MAI i canali Mediaset, i bottoni sul telecomando sono intonsi), dove trovo i magnifici documentari degli Angela, qualche trasmissione di approfondimento politico o riguardante l'economia o la società, pochissime le fiction che realmente suscitano il mio interesse. 
Grazie a Sky, invece, e occasionalmente in streaming, ho avuto modo di entrare nel meraviglioso mondo di serie tv di pregio, produzioni milionarie (una puntata di Trono di spade pare si aggiri sui 10 milioni di dollari) e altre più a basso profilo ma comunque ben dirette, con ottimi dialoghi e cast ottimi. Nel filone delle serie che amo di più... annovero quelle in costume d'epoca
Alcune di esse sono tratte da romanzi vittoriani, alcune sono a sfondo storico, ispirate a personaggi che hanno lasciato il segno, alcune sono di nuova generazione, ma riescono a non essere da meno rispetto ai grandi intrecci del romanzo classico. 
Eccovi le serie che ho visto (in ordine casuale):

domenica 3 marzo 2019

La bambinaia francese - Bianca Pitzorno

Parigi, Rue Saint Augustin
Casa dei Fréderic
30 maggio 1837
Madame, non dovete angosciarvi per la sorte di Adèle. È qui con me, al sicuro. Nessuno le ha fatto del male, e vi prometto che nessuno gliene farà, né domani né mai. Voi mi conoscete e sapete che, nonostante la mia giovane età, sono perfettamente in grado non solo di prendermi cura del nostro tesoro, ma anche di proteggerlo da ogni pericolo. 

Chi avrebbe immaginato di trovare uno di quei romanzi dai quali non ti stacchi fino a quando non hai voltato l'ultima pagina in questo libro prestatomi da un'alunna?
Glielo avevo consigliato io stessa lo scorso anno, sapendo che la Pitzorno è una garanzia e conoscendone la trama, suggerendo di leggere anche il romanzo, quello di altissimo pregio, che questo intricato racconto ha ispirato all'autrice. 
Sì, perché Bianca Pitzorno fa qualcosa di singolare: parte da Jane Eyre di Charlotte Brontë (il mio romanzo prediletto, letto e riletto - perdonate il bisticcio - di cui trovate un tentativo di recensione qui) e sviluppa un lungo e avventuroso racconto attorno alla bambina francese, Adèle, cui Jane Eyre fa da istitutrice nel celebre romanzo della Brontë.

sabato 23 febbraio 2019

Possessione - Antonia S. Byatt

Incipit: Il libro era spesso e nero e coperto di polvere. La copertina era incurvata e grinzosa; doveva essere stato maltrattato, ai suoi tempi. La costola non c'era più, o meglio sporgeva tra i fogli come un segnalibro voluminoso. Un nastro bianco sporco, legato con un bel fiocco, avvolgeva più volte il volume. Il bibliotecario lo porse a Roland Mitchell, che lo aspettava seduto nella sala di lettura della London Library. 

Ci sono libri che chiedono di essere riletti, a distanza di un tempo più o meno lungo dal primo passaggio di lettura. Avevo letto questo romanzo più di dieci anni fa. 
Era uno di quei tomi voluminosi (è impegnativo, sono più di 600 pagine) che mi portavo in treno quando facevo la supplente in uno dei paesini dei Castelli romani. A volte la sede era lontana abbastanza da potermi permettere un paio d'ore e mezza di lettura fra andata e ritorno. 
Cito il treno su cui lo lessi per la prima volta perché ricordo perfettamente di aver perso la fermata, talmente ero immersa in un capitolo particolare. Quando il treno ripartì e pochi minuti dopo vidi che il paesaggio era nettamente diverso da come lo ricordavo, mi sentii particolarmente stupida, ma anche... ebbra. Sì, ero ebbra di quel capitolo. 
Cos'ha di speciale questo tomo per essere così travolgente? Quel sottotitolo dell'edizione italiana mi piace poco, perché è riduttivo definirla "una storia romantica". 
È un romanzo di una tale maestosità che credo sarebbe stato amatissimo da Virginia Woolf, per dirne una. Ma come spiegarne la maestosità? Anzitutto nell'intreccio.

sabato 16 febbraio 2019

Bibliosmia (ovvero il vizio di annusare i libri)

 Alzino la mano coloro ai quali non sia mai capitato di annusare un libro nuovo (o anche vecchio, se legato a particolari ricordi). Dubito che non sia capitato almeno una volta. 
Io sono un'annusatrice seriale di libri, ma non mi faccio mancare neppure le riviste con le pagine lisce e patinate, di quelle che emanano un ottimo odore. 
Evito di annusare i libri datati, quelli di almeno un ventennio per capirci, perché il rischio è di inalare muffe poco gradevoli e parecchio pericolose, in particolare se questi libri sono passati attraverso più mani e luoghi diversi. 

Va da sé che il vizio di annusare libri sia intimamente legato alla passione per gli stessi. Avere un libro fra le mani, magari uno dei nostri prediletti, ci porta a viverlo con tutti i sensi. Se non possiamo assaggiarlo, perlomeno non ci limitiamo a leggerlo soltanto. Dobbiamo toccarlo, sfogliarlo e ascoltare il soave rumore delle pagine, guardarlo e... sentirne l'odore.

sabato 9 febbraio 2019

Quarta candelina... (compleanno in ritardo!)

È incredibile, ma deve trattarsi dei miei millecinquecento impegni cui sto dietro a fatica. Il blog, il mio blogghino, ha compiuto 4 anni ben dieci giorni fa. 
Mi chiedo come abbia potuto dimenticarmene, ma questo mi dà la misura esatta di come diversi impegni simultanei comportino anche dimenticare le cose importanti. 

Tengo molto al mio angolo scrittorio! Quindi devo provvedere e darmi da fare con questo post che si prefigge di essere anche un bilancio di ciò che è stato.
Devo dire che, a parte un mesetto di stop lo scorso anno, durante i difficili mesi di maggio e giugno (fra preparativi di Peter Pan, chiusura scuola ed esami) e la fisiologica pausa di agosto, Io, la letteratura e Chaplin va avanti a vele spiegate. 
Cerco di mantenere il ritmo di un post a settimana, non sempre ci riesco. Cerco soprattutto di scrivere recensioni, che sono un modo per fissare i concetti di quello che si legge, ci provo. 

Fra il 2017 e il 2018, ho scritto una decina di post di meno. Quello che voglio raggiungere quest'anno sono una cinquantina di post in tutto. Ognuno comporta un impegno notevole, destreggiarsi fra le cose da fare non è semplice. 
Se penso che quest'anno avrò a breve ristrutturazione e trasloco, ci credo meno, ma tenterò.

domenica 3 febbraio 2019

Scrittrici "invisibili": le donne nella letteratura.

Nella mia biblioteca primeggiano libri di scrittori, mentre i libri di scrittrici sono in numero inferiore
Credo sia così nella stragrande maggioranza delle biblioteche sparse per il mondo, a meno che non si tratti della Casa internazionale delle donne (da cui è tratta l'immagine del post) o altri enti femminili. 

Con questo post non intendo immaginare una competizione di generi, anche perché alla fin fine quello che conta è il prodotto, il libro, a prescindere dal fatto che lo abbia scritto una donna o un uomo. Lo spunto nasce dall'osservare i propri scaffali e constatare il numero inferiore di scrittrici, ma anche semplicemente assistendo a una puntata di Per un pugno di libri, dove viene fatta menzione di romanzi eterni con una prevalenza del 70% di autori rispetto alle autrici. 

È innegabile: la letteratura di tutti i tempi è costituita in prevalenza da uomini. Per carità, intelletti d'eccellenza, ma mai affiancati nella stessa epoca da un numero significativo di autrici. 
Le cause di questa discrepanza sono tutte da ricercare nella discriminazione di genere. Non voglio ergermi a maître à penser, ma non saprei trovare altra ragione. 
Per citarne un paio, penso a Mary Shelley, autrice del celebre Frankenstein, sparita dietro il nome ingombrante del suo romanzo e del suo compagno di vita, oppure all'italiana Goliarda Sapienza, pure autrice di un romanzo in stile verista, L'arte della gioia, immeritatamente snobbato dalla cronaca letteraria.

lunedì 28 gennaio 2019

Dalle mirabili gesta di eroi dell'epica ai versi del Romanticismo: leggere per i propri alunni

Per entrare appieno nel merito dei contenuti di questo post, vi consiglio di cominciare con il post di Barbara Businaro sul suo Webnauta
Sì, perché in qualche modo è stato ispirato da quello e in certo senso è scritto in continuità. 
Si parlava del suggerimento di Daniel Pennac di coinvolgere gli alunni attraverso letture dirette dei libri come metodo infallibile per stuzzicare il loro interesse. 
Voglio fermamente convalidarne la veridicità.

Molti anni orsono, quando cominciai a insegnare, capitai in una classe come supplente di un prof che, a detta dei suoi alunni, leggeva continuamente lui tutto ciò che c'era da leggere durante le lezioni, si trattasse di Storia, geografia, letteratura o altro. 
Agli alunni non era praticamente permesso leggere niente di niente in classe, ma per conto proprio durante i compiti a casa. Questo non è un metodo corretto.

lunedì 21 gennaio 2019

La forza scenica della Commedia dell'arte

Arlecchino nello spettacolo di Tim Robbins
Comincio col dire di stare vivendo una delle esperienze artistiche più importanti di tutta la mia carriera: mi occupo della direzione artistica del Festival nazionale del teatro che si tiene ogni anno ad Albano Laziale. 
Una nomina arrivatami qualche mese fa da qualcuno che ha visto alcune mie produzioni, un prezioso fulmine a ciel sereno che rappresenta un passo fondamentale del proprio percorso artistico. 
Ho selezionato sei Compagnie da tutta Italia, che stanno contendendosi gli ambiti premi di Migliore spettacolo, regia, attore, ecc. assieme a premi che riguardano più propriamente l'aspetto tecnico di una messa in scena. 
Abbiamo dato fuoco alle polveri domenica 13 gennaio e si andrà avanti, solo con qualche interruzione, fino a domenica 10 marzo. 

Nella mia selezione ho deciso di dare uno stile del tutto nuovo a questo Festival di lungo corso, giunto alla sua nona edizione: dare visibilità a diversi generi teatrali. Fra le decine di dvd pervenuti all'Ufficio Cultura e Turismo di Albano, che mi ha girato il malloppo per poterlo visionare, ho sperato vi fosse anche un genere nobilissimo, quella Commedia dell'arte che è un'eccellenza tutta italiana, e la fortuna mi ha arriso.

martedì 15 gennaio 2019

Il mestiere dello scrittore - Murakami Haruki

Incipit: L'argomento "romanzo" è talmente complesso, talmente sconfinato, che preferisco parlare del romanziere. Mi sembra un discorso più concreto, più chiaro da riconoscere, e forse relativamente più facile da portare avanti. 

Questo è un manuale molto interessante, perché a mio parere si fonda su un principio di assoluto rispetto per questo mestiere, come già svelato all'inizio. 
Ammiro Murakami - di cui ho recensito Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia e L'arte di correre - quindi non avrei potuto perdermi il suo parere riguardo allo scrivere, sebbene ne avesse lasciato tracce evidenti nell'ultimo dei tre citati. 
Non un manuale qualunque, ma un racconto di vita anche questo, poiché molto di sé lo scrittore racconta nel cercare di ricostruire come sia diventato uno scrittore di successo e come a suo avviso debba essere il vero scrittore. 
Il capitolo dedicato all'editing ha meritato un post a sé, che ebbi l'urgenza di scrivere e che si trova qui.

sabato 5 gennaio 2019

Chaplin Award - Il premio ai migliori post del 2018


Eccomi alla terza edizione dei Chaplin Award, il mio personalissimo tributo ad alcuni post di blog che seguo, a mio parere fra i migliori della blog-sfera. 
Da quando ho aperto questo blog, l'intento è stato fin da subito creare un luogo in cui scrivere, ma anche in cui condividere pensieri e opinioni con persone dai gusti e dalle propensioni affini ai miei. 

Va da sé che il mio occhio sia sempre attento verso blog che sono particolarmente orientati verso un aspetto di divulgazione, occasione di conoscenza.
Il Chaplin Award vuole essere pertanto occasione di menzione, e di condivisione, di quei post che per me hanno rappresentato un arricchimento culturale. Il Chaplin Award è un premio che non obbliga ad alcuna catena, sta lì e basta. Se vi va, inseritelo nelle vostre homepage. 

Squillino le trombe, ecco i 10 post per me più interessanti del 2018: