martedì 12 novembre 2019

Che significa essere buoni insegnanti?

Già, come? Oggi mi concedo questa riflessione, che non potrà mai essere completa né può chiarirmi in via definitiva se esista una ricetta o una qualche formula per essere buoni insegnanti. 
Lo spunto arriva da un post di Marina Guarneri, questo. Il problema è avere la fortuna di imbattersi in professori motivanti, appassionati, competenti, insomma in buoni maestri

Quante possibilità ha un alunno di avere buoni insegnanti? Direi tante. I buoni insegnanti non mancano nella scuola italiana e credo che i cattivi, o peggio pessimi, insegnanti rappresentino una piccola percentuale. 
È già un passo avanti, perché un tempo ritenevo, piuttosto ingenuamente, che fosse quasi impossibile ammettere l'esistenza di un insegnante che non valesse niente di niente. Ci sono, sono rari, ci basti questo. 
Ora concentriamoci su questo termine di "buon insegnante", perché la definizione tocca una casistica piuttosto ampia. La mia argomentazione a riguardo proviene dall'interno di questo mestiere, poiché esercitandolo, il campo di osservazione è ampio. Vale insomma il vecchio adagio che a viverla direttamente l'ottica non può essere la stessa rispetto a chi si limita a osservare il problema dall'esterno. 
Chi osserva il problema sono gli innumerevoli genitori che oggi hanno un ruolo attivo nella scuola, dalla possibilità di essere rappresentanti di classe a quella di far parte del Consiglio d'istituto, senza contare l'opportunità di monitorare l'andamento didattico e disciplinare accedendo al registro on line, fino agli incontri ai quali siamo disponibili più volte durante l'anno. E molto altro.
Prima di tutto però ci sono loro, gli alunni, questi ragazzi che per quanto riguarda il grado di scuola in cui insegno, lasciano l'infanzia e si affacciano all'adolescenza. 


Descrivere un buon insegnante equivarrebbe a individuarne uno del tutto perfetto, ottimo in tutto ciò che propone e fa. Ho trovato in rete questo lungo elenco di qualità:

  • Dedizione - ama il suo lavoro, trasmette conoscenze con passione, possiede inclinazione naturale
  • Costante aggiornamento - è al passo con i tempi sulle tecniche di insegnamento, usa materiale e tecniche didattiche alternative (internet, computer, laboratori, lavori di gruppo)
  • Insegnamento non a senso unico - svolge con l'alunno un lavoro di cooperazione, permette uno scambio reciproco di informazioni e opinioni, è a favore di una lezione interattiva e non frontale)
  • Sollecitazione a senso critico - favorisce un'informazione completa in tutti gli ambiti, stimola lo sviluppo di un senso critico (maturità intellettuale, morale...), rifiuta la passività per lasciare il posto a una lezione attiva
  • Alleanza per un lavoro cooperativo - non è un amico: il lavoro di cooperazione con l'alunno si limita all'aspetto didattico, non invade la vita privata dell'alunno; non è un nemico: no conflitto, no rivalità, fiducia e rispetto reciproco
  • Oggettività - è imparziale, rispetta i limiti degli alunni, valorizza le loro potenzialità
  • Esperienza - tirocinio
  • Flessibilità - è aperto al cambiamento al fine di adattare il suo metodo alle esigenze degli alunni

Essere buoni insegnanti significa insomma tante cose, una serie infinita di variabili che fanno parte del nostro mestiere, che toccano la sfera emotiva, la formazione propria e altrui, l'esserci, il mettersi in gioco.
Oggi più che mai si chiede agli insegnanti di essere preparatissimi, aggiornati, di non sbagliare, di essere sempre presenti, infaticabili, pazienti, di saper utilizzare tante strategie quanti sono gli alunni, di inventare metodi e strumenti infallibili, insomma... di essere perfetti. 
Ebbene, questa perfezione non esiste
Sfido a trovare un insegnante che abbia l'infinita serie di qualità richieste. Per dimostrarlo, eccomi, prendo a esempio me stessa. Farò un'autoanalisi, cercando di essere obiettiva. 

I miei punti deboli. 

1. Non sono onnisciente. A volte dubito di una regola sintattica, mi passano di mente le date, non conosco alla perfezione la Costituzione italiana, non sarei in grado al momento di insegnare Latino a un livello superiore. Sono solo alcuni esempi. 

2. Non sono totalmente aggiornata. I corsi di aggiornamento proposti dal Miur sono molti, negli ultimi anni ho seguito un corso sulla dislessia e uno sulle competenze, ma non seguo ogni anno un corso diverso. 

3. Anch'io commetto errori. L'insegnamento è un'attività molto difficile, sempre in fieri. Non ho mai dinanzi a me un piano didattico perfetto, piuttosto devo correggere il tiro continuamente. Mi capita di sbagliare nella distribuzione degli argomenti in un quadrimestre, faccio fatica a tenere il passo con il programma, le scadenze mi mettono ansia. 

4. Mi stanco abbastanza facilmente. Parto come un benzina 180 cavalli, poi divento gradualmente n diesel. Alla quarta ora consecutiva sono come un cavallo bolso. Senza pausa potrei diventare un orso affamato e di pessimo umore. 

5. Non ho tutta la pazienza di questo mondo. Anzi, il contrario. Posso infuriarmi con molta facilità, vedasi questo post per sapere cosa mi fa realmente uscire di senno. 

6. Tendo a ripetermi. Ossia non sono tipo da rinnovare continuamente la didattica. Conosco quello che funziona e mi impigrisco dinanzi all'opportunità di sperimentare troppo. 

7. Tendo a essere troppo emotiva. Se subisco un torto - come capitò lo scorso anno - me la prendo troppo. La mia autocommiserazione diventa direttamente proporzionale all'impegno profuso e malripagato.

8. Tendo a spingere sugli alunni BES. Gli alunni con bisogni educativi speciali hanno un piano personalizzato, contenente misure compensative e dispensative. Ebbene, io devo avere costantemente davanti il piano di ciascuno, perché tendo a tirar fuori il massimo, a esigere, per un eccesso di ottimismo e per una mia personale deformazione sulle aspettative (mie, soprattutto). 


I miei punti di forza.

1. Amo i ragazzi. Credo che senza questo "affetto" non mi sarebbe possibile insegnare, tenendo testa a un mestiere che tende a consumarci. 

2. Credo di essere assertiva. Nelle ore di spiegazione, che richiedono molta attenzione a quello che si dice, a come lo si dice perché arrivi, metto in atto un mio personale metodo persuasivo: mi alzo, mi sposto, uso materiali diversi come cartine, tablet, li guardo negli occhi, rendo la lezione interattiva. I miei alunni si divertono a fare i cori con alcuni punti nodali del capitolo. Nei miei migliori momenti mi trasformo in un direttore d'orchestra. Tendo a farli anche sorridere, alle volte anche ridere. Mi concedo molti momenti di relax, perché so che durante le spiegazioni esigo attenzione massima, insomma sono esausti. 

3. Voglio che gli alunni ragionino. Diffido delle interrogazioni preconfezionate, perfettine. Nel 90% dei casi purtroppo cadono in vuoti di memoria. Tendo a creare collegamenti fra le materie, richiami fra eventi, nomi, cause ed effetti. Propongo visione di film, lettura di libri, anche fuori dai soliti canoni. Mi piace farli ragionare per macroaree, perché sono nativi digitali e devono formare mappe mentali per capire ciò di cui si parla. 

4. Non mi assento quasi mai. Due o tre assenze al massimo in un anno scolastico. Negli anni di precariato andavo a scuola con 38 di febbre, ma quella era follia. 

5. Li ascolto. Qui a volte deformo la mia funzione e sforo nella psicologia spiccia. Se c'è un problema, mi offro di ascoltare in separata sede. Ho bisogno di sapere se posso essere d'aiuto. Poi mi pento quasi sempre, perché confessano fin troppo. Questo fa parte dei miei punti deboli, anche. 

Insomma, i miei punti deboli superano i punti di forza. Non sono perfetta. Commetto errori, ho ancora tanto da imparare. Non so se ritenermi una buona insegnante, so di non esserlo totalmente. Schiere di alunni mi hanno voluto molto bene, alcuni ancora mi cercano, molti altri mi avrebbero buttato dal quarto piano della scuola. L'insegnante è così, è fatto così. Non è perfetto. 

Avete conosciuto voi insegnanti perfetti? Se sì, sappiate che hanno tutta la mia ammirazione. 

33 commenti:

  1. Penso che la perfezione non è di questo mondo, e ciò vale per tutti, anche gli insegnanti. Comunque ho avuto dei buoni insegnanti che hanno saputo insegnarmi bene la loro materia, francamente non si può chiedere di meglio. Purtroppo ho avuto anche cattivi insegnanti che non avevano voglia di fare il loro lavoro, ma i parassiti esistono in tutte le categorie professionali.

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    1. Sì, concordo. Il fatto che ne esistano anche fra gli insegnanti fa però più "rumore" rispetto a un parassita qualunque di altri ambiti lavorativi. Forse perché l'insegnante è un po' come il medico, ci si aspetta che sia infallibile.

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  2. Guai se esistesse la perfezione, per carità! Siamo umani e in quanto tagli abbiamo limiti, pecche, tutto, ma è proprio questa consapevolezza che ci eleva su un piano superiore: ecco la differenza. Io so di non sapere, diceva qualcuno! L’umiltà premia sempre. Ci sono insegnanti che associano all’ignoranza la presunzione e questo mix è deleterio quando si riversa nella didattica.
    Per me, tu rappresenti l’insegnante Ideale: hai dedizione, solleciti la classe, offri stimoli, sei aperta alle novità, sei inflessibile quando è il caso di esserlo, disponibile al dialogo e preparata, magari non aggiornata su tutto, va bene, ma con tanta esperienza da offrire e studio e approfondimento.
    I miei figli hanno avuto e hanno insegnanti così, poi capita il troll... e vabbè, uno se ne fa una ragione!
    (È un bel post, questo, sono contenta di avertelo ispirato.) 🤗

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    1. E io contenta di aver colto l'occasione di affrontare questo tema, grazie al tuo post. Ribadisco qui che mi auguro vivamente che Edoardo si senta presto meglio. Così come spero che questo nuovo insegnante di filosofia sappia infondere negli alunni un'impressione meno deleteria nel prossimo futuro. È giusto esigere che un prof ci dia tutto, bisogna però accettare anche il tradimento di una forte aspettativa. Avrei voluto avere anch'io professori al liceo che ispirassero massima stima e fiducia, non ne ho un buon ricordo, ma conoscevano la propria materia. Tranne proprio quello di filosofia, che non era una cima ma sapeva essere simpatico e anche per certi aspetti rigoroso.

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  3. così a orecchio, vista da lontano, sembri una brava insegnante :-)
    io ho un pessimo ricordo degli insegnanti di educazione fisica... (con qualche eccezione). Sono ancora così?

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    1. Non saprei se lo sono, mi basta sapere che in tanti sono riuscita a instillare il gusto delle buone letture, per dirtene una. Poi è importante anche appellarsi al senso di responsabilità. Credo che nel triennio in cui insegno io si stia formando il carattere, si concretizzi un orientamento. Ecco, il mio compito è anche far capire loro quale strada prendere. Non è facile, ci provo.

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  4. Gli insegnanti perfetti non esistono, come esseri umani ne abbiamo tutti i limiti. Inoltre ciò che piace di un insegnante a uno studente, potrebbe essere detestabile a un altro, è la soggettività delle interazioni umane.
    Mi sembra comunque che tu abbia fatto un'autoanalisi molto onesta e umile.

    Per quanto riguarda le caratteristiche di un bravo insegnante (o almeno di uno capace), ritengo che debba avere:
    - buona conoscenza della materia che tratta
    - capacità relazionali
    - la capacità di leggere il contesto d'aula
    - presenza scenica (gestione del tempo e competenze comunicative)
    - essere esperto di tecniche formative
    - amare ciò che fa

    Un mio punto debole è sicuramente di funzionare bene nei contesti in cui lavoro; toglimi di lì e sono un pesce fuor d'acqua. Altro mio difetto è di essere molto lassaiz-faire: se non ti interessa, mi sta bene, basta che non ci diamo fastidio a vicenda.
    Tra i miei punti di forza c'è la volontà di aggiornarmi continuamente andando a cercare cose nuove da proporre e il mio tentativo (quando si può fare) di creare connessioni con altre materie, perché credo che un argomento vada analizzato da più angolazioni, se davvero lo si vuole comprendere.

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    1. Esattamente, quello che è apprezzabile per uno è detestabile per un altro. È il motivo per cui non possiamo piacere a tutti.
      Mi piace il tuo elenco di qualità del buon insegnante, così come il riferimento alla nostra necessaria "teatralità". Detto fuori dai denti: mi ricordo di alunni che dicevano "prof, spiegata da lei la letteratura non è noiosa", oppure "con lei la grammatica la capisco di più". Non è perché un insegnante è più bravo, è proprio perché riesce a comunicare meglio. Il paradosso di questo mestiere è proprio questo. Si può essere anche molto preparati ma scarsamente in grado di trasmettere contenuti. Anche solo il tono di voce può rendere inutile un'attività didattica come la classica spiegazione della lezione.
      Riguardo ai contesti, a me capita di portare una particolare lezione, come ad esempio la Shoah, fuori dalla classe, dinanzi alla platea delle terze, costruendo assieme a un piccolo gruppo una sorta di drammatizzazione. Forse perché in fondo è un ambito "teatrale", mi ci sento a mio agio. Concordo anche sull'arrendersi dinanzi alla caparbia mancanza d'impegno.

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  5. Io credo che insegnanti perfetti non possano (né debbano) esistere.
    Perché sarebbero cyborg e non esseri umani.
    Tu vai strabene proprio per quei "difetti" che citi (certo, pretendere tanto è ingiusto, lo dico mettendomi nei panni degli studenti XD).
    A me basterebbe che un docente sia empatico, preparato il giusto (non deve essere scienziato) e sappia insegnare con passione.
    Ecco, insegnare e avere a che fare con i ragazzi è stressante, ed è una passione, una missione.
    Ma su questo dirò molto, da me, presto... aspetto il concorsone :)

    Moz-

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    1. In fondo è proprio così. E non è un caso se ricordiamo proprio quelli empatici, più di quelli preparatissimi ma troppo "istituzionali".
      :)

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  6. Ti faccio i miei più vivi complimenti, sei veramente una bravissima insegnante.

    Come detto da altri la perfezione non esiste, ma già solo il tuo amore per i tuoi studenti ti permette di recuperare su i possibili errori che tu possa fare.

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    1. Davvero, non so se sono bravissima. Cerco di fare del mio meglio.
      Sono certa che ci siano insegnanti decisamente più competenti in fatto di aggiornamento, aderenza a progetti Ue, ecc. Ecco, lì vado bene se sono in team, da sola non saprei dove mettere mano. Tutto quello che è burocrazia, regole ferree, mi sfugge. Invece mi trovo perfettamente a mio agio con tutto quello che è creatività e lavoro sul senso critico.

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  7. Nell'ora buca avevo scritto un commento che la rete ha evidentemente censurato.
    Condivido molte delle tue riflessioni. Ciò che a volte mi sfugge è però l'asserire che l'insegnamento deva essere per forza una missione. A me il mio lavoro piace (certo, vorrei fare meno riunioni inutili), mi ci sono trovata a farlo per amor di stipendio, ma mi piace, mi stanno a cuore gli studenti. Ma quando cercano di convincermi che dovrei passarci le notti insonni perché è una missione anche no, ecco.

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    1. Anch'io come te mi ci sono trovata per amor di stipendio. Non era il mio sogno, anzi. Io mi sarei vista benissimo come bibliotecaria oppure in un team di gestione di un ente culturale. Questo mestiere stanca moltissimo, la ricaduta del nostro impegno sul livello di preparazione degli alunni è qualcosa che si coglie nel tempo. E sono perfettamente d'accordo con te, non può né deve essere una missione, in particolare se pensiamo che non c'è premio per gli insegnanti più competenti e l'anzianità di servizio vale più della formazione vera e propria.
      Ti sei accorta anche tu che le riunioni pomeridiane si sono moltiplicate negli ultimi 4 o 5 anni? Sob.

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  8. Concordo con Tenar, il lavoro dell'insegnante è tale e andrebbe fatto bene e basta. Definirlo missione lo assegnerebbe solo a quei pochi santi o o presunti tali che ne hanno la vocazione. E questo emerge bene dal tuo articolo cara Luana. Ci vuole competenza come riporti nell'elenco delle qualità e anche consapevolezza dei propri punti deboli e di forza. Di un bravo insegnante non ricordiamo tanto e solo gli argomenti di lezione quanto il suo atteggiamento verso la vita. Ricordo ancora il nostro primo incontro, io da genitore tu da insegnante all'inizio delle medie. Lì ho sperimentato la tua capacità di ascolto. E oggi vedere la tua alunna raccogliere i frutti di un metodo appreso con fatica e tanti scivoloni è una conferma per lei e per te che sì, il tuo lavoro lo hai fatto bene davvero.

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    1. Grazie come sempre, Sara. Anch'io ricordo il primo incontro, fu in occasione della compilazione di un modulo, io mi presentai al posto della collega di inglese. Rimasi stupita quando mi dicesti che hai quattro figli, cominciai a mettere a fuoco la famiglia, i caratteri, tutte le vostre piccole e grandi peculiarità. Che fortuna abbiamo avuto a incontrarci! :)
      Sofia continuerà a starmi a cuore, anche se non è più mia alunna. Ma questo già lo sai. :)

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  9. Cara Luz, mi hai regalato i miei ricordi più belli con quetso post.
    Rispondo subito alla tua domanda in questo modo: l'insegnante perfetto è quello che sentiamo perfetto per noi. Colui o colei che ci resta nel cuore dopo tanti anni, che ci insegna la vita non le nozioni, che ci sprona e riesce a tirare fuori il meglio di noi. NOn ci importa un fico secco se non si ricorda le date a memoria, tanto noi non ce ne accorgeremmo nemmeno, e nemmeno se è stanca, perché l'isnegnate perfetta ha il sorriso sul viso o il broncio se l'abbiamo delusa.
    Ho imparato ada mare los tudio e la scuola grazie ai miei genitori e alla ia prima insegnante, alle elementari. Credo che tutto ciò che hai detto dimostri che sarai anche tu nel cuore di molti tuoi ex alunni come lo è la mia maestra.
    Abbracci di cuore

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    1. È bellissimo averti suscitato questi ricordi, così vividi dopo tanti anni perché forti in quel tempo e in quei tanti momenti che avrai vissuto con la tua insegnante.
      Credo fermamente nel valore dell'insegnamento, mi piace la sua etimologia, il "segnare" in qualche modo il percorso di questi ragazzi, farlo positivamente al punto da aiutarli a orientarsi nelle scelte, a scegliere una strada, un'identità. Ecco, essere un pezzettino del loro percorso... è bello. Stamattina, un ragazzo di seconda ha fatto il furbacchione, consegnandomi la scheda del "libro del mese" senza averlo letto tutto. Si tratta di "Uno studio in rosso" di Conan Doyle, che conosco, allora gli ho fatto una domanda specifica su un passaggio. Lui non ha saputo rispondere, non lo aveva letto se non saltando e insomma fingendo di aver fatto un lavoro.
      Avrei potuto saltare su tutte le furie, invece, come mi sono ripromessa, non ho battuto ciglio. Con grande serenità gli ho detto che se non ha voglia di leggere dei libri, è liberissimo di farlo, dopotutto non è neppure nel programma annuale. Poi però gli ho spiegato cosa si perde a uscire dal gruppo di lettori della classe, quali opportunità, quali stimoli alla fantasia regala un libro, e gli ho domandato se veramente vuole perdersi tutto questo. Immagina questo dialogo in perfetta calma, lui colpito dal fatto che non mi sia arrabbiata per nulla.
      Ed è vero, non li si può costringere. Il mio lavoro sta tutto nel fare assaporare loro la bellezza svelata nella migliore narrativa. Pochi minuti dopo, lanciandomi in una bellissima discussione con un piccolo gruppo che ha letto "La camera dei segreti", il secondo libro della saga potteriana, lui ci ascoltava rapito, sentendosi escluso, e per questo sono certissima che tornerà sui propri passi. Sarebbe un bel risultato. :)

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    2. Sono certa Luz che lo farà. Che bello tenere dei gruppi di lettura in classe, allora la Scuola non è del tutto perduta!

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  10. Fra i tanti punti da te toccati, mi soffermo su uno in particolare, che, però, non ritengo essere un difetto: l'attenzione agli alunni con BES e il rispetto del PDP o del PEI. Troppe volte (anzi, quasi sempre) si pensa solo ad alleggerire la pressione, a facilitare tutto a questi allievi, per fare in modo che raggiungano i livelli per loro definiti (spesso minimi o poco più) e certe diagnosi non aiutano, perché non sempre i documenti rilasciati dagli specialisti sono chiari e a volte non sono nemmeno onesti, infatti sappiamo bene che a volte la disabilità viene fatta passare per "funzionamento cognitivo limite" o, peggio, per DSA, per evitare di gravare sulle finanze pubbliche con richieste di sostegno. Invece un PDP e tutte le iniziative volte alla sua applicazione dovrebbero sempre puntare a ottenere dallo studente il massimo che può dare, perché noi insegnanti dovremmo aiutare i ragazzi a sviluppare conoscenze, abilità e competenze al meglio delle possibilità. Quindi ben venga questo tuo "spingere", a costo di nutrire aspettative troppo alte: gli alunni arriveranno dove potranno e capiranno che il tuo obiettivo non è semplicemente evitare loro insufficienze o bocciature (che, ahinoi,è l'unico fine di PEI e PDP compilati troppo alla leggera), ma dare loro fiducia, responsabilizzarli e aiutarli a raggiungere i livelli più alti possibili. Meglio porsi obiettivi molto elevati e magari non raggiungerli (o raggiungerli solo in parte) che avere successo su tutta la linea investendo il minimo delle energie. :)

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    1. Riguardo a questo problema, che rappresenta ormai parte integrante della nostra professione, sento di avere ancora molto da apprendere. In fondo, la soglia fra una classificazione e l'altra come in sostanza hai scritto tu, è a volte talmente labile che è arduo se non impossibile delineare un percorso realmente valido per un alunno con bisogni educativi speciali.
      A mio parere, non ne sappiamo abbastanza per poter stabilire dei veri parametri, e non è che ci si debba sentire inadeguati al ruolo per questo. Agli insegnanti si fanno sempre più richieste fuori dalla nostra reale mansione. Ieri è stato proposto, per farti un esempio, di firmare un documento in cui tu affermi di saper intervenire in caso di attacco epilettico di un alunno disabile, al contempo però devi svolgere un corso di formazione. Ma davvero dobbiamo ritenere necessario stravolgere anche la nostra percezione delle cose, sforare in altri ambiti, anche medici, per poter lavorare in cattedra? Perché mi devo sentire obbligata a saper intervenire in caso di epilessia? Posso ritenere legittima una rianimazione, o come si adopera un estintore o perfino controllare gli pneumatici del bus con cui esco con gli alunni. Ormai siamo dei tuttofare che non devono permettersi di sbagliare, pena i peggiori anatemi.

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  11. Dall'esterno ci riesce facile dire che l'insegnante deve essere ottimo, se non perfetto, perché il suo ruolo è molto delicato. Purtroppo non è così semplice, e le persone sono persone. Chi fa del proprio meglio, come tu sicuramente fai, sta già dando molto. La perfezione, poi, non è di questo mondo.

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    1. Speriamo sempre che i più abbiano questa consapevolezza. :)

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  12. Concordo anche io con Tenar, il lavoro dell'insegnante è appunto un lavoro(bellissimo, difficile ed importante come pochi altri). Definirlo missione ne ridurrebbe l'importanza.

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    1. La parola "missione" parrebbe anche bella se fossimo messi nelle condizioni di poter fare i missionari. Poi quando diventano missioni impossibili, è tutto dire. :)

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  13. Il lavoro dell'insegnante ha subito una grandissima, e felice evoluzione, per quanto riguarda la didattica. Lo riscontro com'è ovvio lavorando sui testi di scolastica nelle lingue moderne, e sorrido ripensando ai testi che usavo al mio liceo. Non tollero la lezione frontale, ha fatto abbondantemente il suo tempo eppure persino all'università m è capitato un corso con il "pacchetto pronto".
    L'insegnante perfetto non esiste, ma esiste l'insegnante che lascia il segno, quello indimenticabile. Io ricordo ancora con affetto la mia (severissima) insegnante di grammatica francese nei primi tre anni del liceo, e il mio insegnante di lettere e storia professor Premoli. Ho ancora ricordi terrorizzanti di un altro insegnante di lettere, invece... Lo definirei un personaggio da romanzo, un autentico sadico che prima o poi inserirò in una delle mie storie.

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    1. Cara Cristina, per parte mia dico anche che non esiste il manuale perfetto. Abbiamo adottato quest'anno una nuova antologia, per dirne una, che al momento dell'analisi ci è parsa decisamente migliore della precedente, salvo poi renderci conto che non tutti i moduli hanno un lavoro sul testo per l'alunno all'altezza della classe di appartenenza. Vero è che bisognerebbe forse analizzare da cima a fondo un testo quando arriva in visione da parte dei rappresentanti. Non siamo del tutto soddisfatte, sebbene certe che non torneremmo alla vecchia antologia.
      Concordo con te, l'insegnante che lascia il segno, che poi è ciò che questo mestiere ci chiede. :)

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  14. Ciao Luz, complimenti per il blog...hai dei post super interessanti. Mi sono iscritta ai lettori fissi. Se ti va, ti aspetto da me La sabbia nella clessidra.
    Un bacio, Ale

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    1. Ho fatto lo stesso, grazie per il passaggio da queste parti. :)

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  15. Luz
    Parto dall'assunto del mio professore di Ragioneria, che non dava mai 10 come voto: Nessuno è perfetto. Quindi anche gli insegnanti perfetti non esistono. Per esperienza poi, quello che per alcuni è un ottimo insegnante, da altri è percepito come un pessimo insegnante. La differenza è appunto nella percezione: vuoi perché non piace la materia, vuoi perché si scontrano caratteri contrapposti, vuoi perché soprattutto alcuni genitori alimentano lo scontro tra famiglia e scuola. Credo però che un buon insegnante si riconosca dai suoi dubbi, proprio come te.
    Tra le mie amicizie mi trovo infatti nel mezzo, tra amiche insegnanti e amiche con figli studenti, e come sento le parole di insegnanti di dubbia qualità (che non sanno organizzarsi la giornata, nonostante abbiano "solo" l'attività scolastica da seguire, senza figli propri, senza anziani a carico, senza laboratori extra), ascolto anche lamentele di genitori che senza alcuna formazione arrivano a contestare il metodo didattico (mettendo in ulteriore difficoltà i propri figli). In tutto questo, chi ne fa le spese è purtroppo l'alunno, anche quelli meritevoli che non hanno possibilità di cambiare scuola o famiglia.

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    1. Pensa che la cosa più difficile per me è accettare di non piacere, pur fra mille sforzi orientati per fare bene. Sono una persona estremamente aperta con alunni e famiglie, a volte fin troppo, e oscillo fra la volontà di restare quella che sono e la necessità di correggere sempre qualcosa. Certo è che i dubbi ci sono, permangono, sono irremovibili. Quando accade qualcosa, un attrito, sento proprio un malessere fisico. Per esempio, stamattina mi è capitato di infuriarmi con un alunno che a tutti i costi voleva prendere alla lettera le indicazioni di un esercizio, quasi a dire "beh, il libro mi chiede questo, io lo svolgo così". Eh no, bello mio, tu devi essere pronto ad ampliare la tua risposta se IO te lo chiedo. Il testo dà indicazioni ma non è il Vangelo. Ho proferito parole come "nessuno si permetta più di..." che detesto pronunciare, eppure è stato necessario farlo. Quando ci sono questi momenti, il malessere è grande. Poi fortuna che c'era il canto V di Dante da spiegare, quello di Paolo e Francesca, e mi sono immersa assieme a loro in quella bellezza... :)

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  16. Credo che grazie alla potenza dei ricordi la mia maestra delle elementari e la mia prof di lettere delle magistrali rasentassero, per me, la perfezione. Oggi invece che il ventaglio degli insegnanti dei miei figli è piuttosto vasto, tra elementari e medie, con sostituzioni varie, no lo confermo nessun insegnante nemmeno si avvicina a esserlo. Forse è un mestiere scelto con meno amore o forse i ragazzi sono più complicati di un tempo, fatto sta che a scuola vedo respirare aria stantia e poco formativa. Speriamo che la musica cambi con le superiori...

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    1. È bellissimo quando ancora serbiamo ricordi vivissimi di un bravo insegnante. Beata te, Nadia!

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