giovedì 20 giugno 2019

Elucubrazioni da prof.

Quattro anni fa, scrivevo questo post
A rileggerlo mi domando quanto si possa cambiare in pochi anni la propria ottica e soprattutto quanto questo mestiere possa stancare. Ok, siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi il post che sto scrivendo è certamente condizionato dalla stanchezza
Forse proprio per questo devo scriverlo adesso. 

Dal momento che quest'anno alla stanchezza mentale e fisica si è aggiunta una forte componente di delusione e arrabbiatura (per non voler usare l'altra parola, quella più efficace), devo sottoporre il mio metodo a un'analisi e fare un bilancio di ciò che è stato. 
Partiamo dal fatto che essendo insegnante di Italiano, non ho mai più di due classi, essendo il mio lavoro ripartito su un numero di ore frontali abbondante in entrambe (diverso insomma da chi ha due sole ore settimanali per classe - Ed. Tecnologica, Musicale, Arte, Motoria). Nella classe terza ho dieci ore settimanali, nella classe prima che mi è capitata ne ho avute sei + due ore di potenziamento in cui mi sono occupata di teatro e giornalismo. Poi c'è tanto lavoro sommerso che noi insegnanti svolgiamo fra riunioni dipartimentali, consigli di classe, collegi docenti, corsi di aggiornamento, correzione di compiti. 
Il problema della scuola, acuito negli ultimi 5 o 6 anni, è che assistiamo a una flessione verso il basso della qualità di apprendimento e di raggiungimento degli obiettivi. Per farvi un esempio pratico, se da sempre la percentuale delle "eccellenze" resta piccola, quella riguardante il livello medio si è assottigliata sempre più, mentre il livello base oggi può toccare anche il 50% degli alunni per classe. 

Da coordinatrice, ovvero colei che raccoglie il bilancio di tutte le discipline e fa una relazione finale riassuntiva della situazione, posso affermare che il fenomeno è globale, ossia viene fuori dalla media totale di tutte le materie. Ergo, la preoccupazione dovrebbe riguardare tutti i docenti. 
Cosa sta succedendo a queste giovani generazioni? E come questa flessione verso il basso può danneggiare coloro che intendono fare, oltre a quelli che hanno buone competenze?
Ecco il punto. Per quanto mi riguarda, tanto. Troppo. 
Il punto di osservazione di chi insegna Italiano, con ben dieci ore, è ampio. Senza se e senza ma. 
Noi di Lettere, per contratto, necessità e attitudine guidiamo l'intero iter, ci facciamo carico degli oneri e condividiamo gli onori. In una terza rispondiamo noi di Lettere in tutti i casi in cui l'istituzione non è preparata a fronteggiare una bocciatura, perché siamo noi a dover produrre tutto l'utile in caso di ricorsi. Noi diamo una certa impronta al percorso di una sezione, non è un caso se i genitori se ne informano prima di procedere all'iscrizione. 
Questo carico di responsabilità si traduce in tutta una serie di strategie attuate in classe, con alla base l'obbligo del completamento dei programmi ministeriali, fino a ciò che riguarda il lavoro motivazionale, il recupero delle carenze, la valorizzazione delle eccellenze. 
Ecco, ho pieno diritto di dire che noi di Lettere abbiamo il nerbo di tutto il lavoro di una classe, quando ci sono dieci ore settimanali, coadiuvati da Matematica e Lingue. Sono i "saperi fondamentali". Senza se e senza ma. 
Doverosa precisazione: anche le "educazioni" procedono con questo tipo di lavoro, con la differenza che è frammentato su più classi, a completamento di un percorso. 


I temi trattati in una classe terza delle medie sono tanti e fondamentali per la formazione. 
Si va dai problemi della Storia contemporanea - con percorsi sull'emigrazione, lo studio dei fascismi, il disastro ambientale, le mafie - fino ai primi approcci con la Letteratura moderna e contemporanea legata ai fatti storici - tra Romanticismo e Verismo, fino alle avanguardie. 
I percorsi a volte si intersecano in modo interessante, ed è bello quando dal fascismo si arriva all'approfondimento della figura di Gramsci, per dirne una. 
L'Italiano richiede poi, in grammatica, l'analisi del periodo, l'ultima e importante fase del percorso sulla lingua, un consolidamento degli apprendimenti degli anni precedenti. 
La Geografia, da me semplificata al massimo al terzo anno, con quaderno di lavoro e portfolio ricerche, fa da supporto alla Storia. 

I ragazzi possiedono un campo d'azione ampissimo e sotto diversi aspetti facilitato. 
Sapendo di tanti che devono recuperare le carenze (testimoniati da test di ingresso e intermedi, prove scritte al limite dell'accettabile, interrogazioni lacunose e monosillabiche) il mio lavoro procede con cautela, a volte a rilento. Mi capita di fissare interrogazioni con relativo appuntamento, per altro, o di aspettare settimane che l'alunno si decida. La disponibilità è massima

Ma che tipo di alunni oggi abbiamo davanti? 
Appartengono a quattro categorie:

1. Sono capaci e studiano. 
Con loro si lavora per ovvie ragioni sul velluto. Comunemente ordinati, hanno un piano d'azione in cui gestiscono i loro impegni scolastici e non. Il loro talento è saper gestire il tempo. Sono al passo col programma, all'altezza di ogni compito. Vanno avanti con il loro obiettivo anche in un clima difficile in classe. Sanno già quale scelta fare per le scuole superiori, hanno un progetto di vita. Sono maturi e responsabili. Può capitare che in questa categoria si intercettino anche quelli che devono completare l'efficacia di un metodo, ma riescono con impegno a mettersi al passo, ispirando fiducia nell'insegnante. 

2. Sono capaci e non studiano. 
Ecco, questa è la categoria diventata più difficile da gestire. Perché si tratta di ragazzi dotati di intelligenza, con attitudine al metodo, ma totalmente avulsi dal rispettare tempi, modi e richieste. Quando in una classe raggiungono un numero elevato, ne abbassano il livello, perché tendono a essere carismatici e a influenzare negativamente i compagni. A volte può trattarsi di un effetto domino, partito da un leader particolarmente popolare in classe. Sono selettivi, scelgono di studiare solo materie più "facili" da gestire, si applicano di solito in Tecnologia e Motoria, sono i loro "cavalli di battaglia". 
Quando a questo atteggiamento si unisce totale mancanza di rispetto nei riguardi di insegnanti che cercano in ogni modo possibile di invogliarli a fare, allora il clima si fa pesante. 

3. Hanno carenze e studiano. 
Ci sono classi in cui costituiscono un piccolo esercito. Sono ragazzi che si portano dietro lacune fin dalla primaria e cercano di colmarle con il massimo impegno. Alcuni hanno disturbi specifici di apprendimento. Votati a ogni corso di recupero che viene effettuato, la maggior parte non riesce a recuperare davvero. Tendiamo a premiarli promuovendoli, ma spesso si sbaglia a non fermarli. Ci si accorge di ciò quando non si sa come ammetterli agli esami o quando in corso di esame non si sa proprio come promuoverli. 
Le medie sono scuola dell'obbligo e sappiamo che alle superiori troveranno nuovi muri, forse impossibili da abbattere. Tendiamo a orientarli verso gli istituti o le scuole professionali. 

4. Hanno carenze e non studiano. 
Questa per fortuna è una categoria in percentuale assai inferiore. Si tratta di ragazzi con particolari problemi familiari oppure con atteggiamento di evidente rifiuto verso lo studio. Spesso sono chiusi, isolati in classe, ogni possibilità di coinvolgimento in progetti, lavori di gruppo, si infrange su un carattere riservato e di poche parole. Sono disordinati, perdono i quaderni, si vedono sparire i libri, ma si tratta anche di scuse per giustificare mancanza di lavoro. 
Con molti di loro si dovrebbe lavorare con un consulente psicologo. 

Quattro categorie non esauriscono la descrizione di un panorama in realtà enorme, perché ogni individuo è diverso, e a questa età si tende a voler assomigliare all'altro per fare "branco" piuttosto che per vera attitudine. 


Il problema quest'anno è stato far fronte alla categoria dei capaci che non hanno aperto un libro se non raramente. Un problema ampliato dal numero elevato di alunni di questa categoria - un terzo della classe - cosa che non mi era ancora capitata, a maggior ragione in una classe terza. Il loro studio, quando hanno prodotto, è stato carente, scadente perché sono come un atleta che va a disputare una maratona senza allenamento
Alcuni di questi non hanno tenuto fede alla lettura di un libro al mese, malgrado potessero scegliere cosa leggere, infliggendo a se stessi la lacuna del mancato approfondimento di tematiche fondamentali per la loro formazione. 
Il loro esame è stato al di sotto della sufficienza, perché neppure sotto la spinta di questo importante impegno hanno risollevato la testa. In particolare, penso agli orali, al superficiale approccio col tema del colloquio, all'ignorare tutte le raccomandazioni e il tempo dedicato loro per cercare collegamenti accattivanti, al trascurare la disponibilità di un messaggio inviato anche a tarda sera in risposta alla richiesta di aiuto, al trascurare il materiale trovato e affidato nelle loro mani. 
Una delusione colossale, mai provata prima. 
Ecco il punto nodale di questo post. È ingiusto che un'insegnante debba sentirsi così. 
Mi sento così perché ritengo da sempre che i contenuti studiati alle medie non siano che uno strumento per arrivare ad altro: a forgiare il proprio carattere imparando a rispettare il lavoro altrui, a esserne grati, e essere pronti ad affrontare il proprio futuro ricchi di tutto ciò che chi sta in cattedra ha dato a piene mani. Essere stati indifferenti e superficiali malgrado chi si è prodigato a che questo non accadesse, penso sia grave. Non fare ed essere irrispettosi è davvero troppo. 
Ecco perché non ho tollerato questo atteggiamento e, ahimè, il triennio per questi si è concluso male. 

D'altra parte poi gioisco. Lo faccio per i tre alunni che hanno fatto un colloquio orale brillante, preparato con dovizia e serietà, assieme a scritti altrettanto buoni. Per gli alunni con carenze che si sono impegnati al massimo delle loro potenzialità, perché quel poco è stato significativo. Per quelli che hanno fatto un esame dignitoso, che hanno ispirato rispetto verso il proprio lavoro.

Il rischio è che un insegnante perda motivazione. Sì, è un rischio concreto, perché legato a quanto, in particolare noi di Lettere, in quel tanto tempo che trascorriamo insieme a loro, mettiamo in pratica coi ragazzi, lasciandoci coinvolgere a volte troppo in questo mestiere.
Molti di noi prendono a cuore non solo la loro preparazione, ma anche il loro atteggiamento, il loro carattere, il loro modo di porsi, ritenendo questa la vera missione. Si deve comunque imparare a porre una distanza, a considerare questi ragazzi come pura oggettività di discenti, come chi esce da un anno scolastico col distacco di chi è capace di esprimere giudizi generici e politicamente corretti.
Spostare il baricentro, sistemare il tiro, fare un passo indietro. 

Chiudo con una citazione donatami in un momento di sconforto da una cara amica, tratta da Le città invisibili, di Italo Calvino. 
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. 
Perché, sì, ci sono tante persone e realtà che meritano spazio, cura ed energia. 

giovedì 6 giugno 2019

Il Trono di spade: apologia di una trama perfetta.

A pochi giorni dalla conclusione della saga televisiva più celebre degli ultimi tempi, visibile in 185 Paesi, i bilanci in rete sono tanti. Vi aggiungo il mio, pensato a lungo perché si tratta di fare una sintesi fedele e quanto più possibile completa.
NON CONTIENE SPOILER. 
Comincio col dire che non sono stata fin da subito una aficionada della serie. Come tantissimi, che ancora non ne hanno visto una sola puntata, l'ho scoperta solo al termine della sesta stagione. 
Vedevo in giro decine di immagini e commenti, ma la cosa non mi attirava, perché non amo particolarmente il genere fantasy, non scattava quella curiosità, insomma. 
Poi mi imbattei qualche anno fa in un paio di persone che mi garantirono, conoscendomi e sapendo quanto sia esigente, che sarebbe bastato vedere le prime puntate per restarne avvinta. 
Ebbene, così è stato.
Se ciò che trattiene chi si dichiara indifferente a GOT è la certezza di trovare qualcosa di simile al Signore degli anelli, Lo Hobbit, La storia infinita, Willow o Excalibur - per quanto diversi di questi film possono dirsi molto buoni - cambi del tutto direzione: questa è una storia diversa. E lo è per quanto il suo autore e i suoi sceneggiatori abbiano attinto ad archetipi esattamente come tutti gli autori di genere.
Questa grande storia finisce per non essere definibile semplicemente come "fantasy", è uno dei suoi tanti aspetti, poiché è una storia piuttosto legata alla migliore epica classica e medievale. 
Il titolo originale non è proprio felice, farebbe pensare a un gioco da Playstation, in effetti. Meglio il titolo dell'edizione italiana, che punta il proprio focus sull'oggetto del contendere: un trono fatto di spade, proprio di spade sottratte ai nemici e riciclate per farne un seggio regale. 
Originale, no?

martedì 28 maggio 2019

L'effetto Dunning-Kruger e le sue conseguenze.


Eccomi, dopo settimane totalmente immersa in uno spettacolo che ha avuto un bel successo e montagne di compiti da correggere per chiusura anno scolastico. 
Il mio tavolo è in disordine, insomma. Quando vivo questi periodi, mi risulta difficile liberarmi da caos visivo. Si potrebbe lavorare meglio nell'ordine, eppure mi getto in una voluptas dolendi da impegni su impegni

In una pausa, mi abbandono a qualche riflessione. Negli ultimi mesi mi è capitato di vivere o di osservare una serie di esperienze che hanno in comune quell'effetto cui diedero nome due psicologi di un'università statunitense: David Dunning e Justin Kruger. Dopo una serie di esperimenti, in cui i partecipanti venivano invitati a giocare una partita a scacchi o di tennis, o semplicemente leggere e comprendere un testo, i due studiosi giunsero alla conclusione che le persone incompetenti tendono a sovrastimarsi, a sopravvalutarsi.

mercoledì 15 maggio 2019

L'onda lunga della forza del teatro e il suo infrangersi.

Quando sono in procinto di andare in scena, il blog ovviamente ne risente. Scrivo oggi, rubando un po' di tempo alle millemila cose da fare a pochi giorni dal debutto di Sherlock Holmes e il Caso dell'ape tatuata, di cui ho scritto qui
I ragazzi scalpitano, siamo alle prese con ritmo, movimenti, battute da pronunciare con l'intenzione giusta, oltre che con le decine di oggetti e accessori da elencare, procurare, ricordare. 
Dall'altra parte, le "maestranze" stanno lavorando alla scenografia, perché prenda forma questa immagine il più possibile curata e donata allo spettatore, con la ferma intenzione che ne costituisca un testimone entusiasta. 
Far funzionare un progetto per il palcoscenico, come ho scritto più volte, richiede tanto lavoro. 

A un passo dal termine di questo anno di laboratorio ragazzi, che vedrà il nostro ultimo appuntamento a fine giugno, penso già al progetto per il prossimo anno. Mi affaccerò alla Commedia dell'arte e sto pensando di mettere in scena Notre Dame de Paris. Anzi, è ormai certo. 
Questa fluttuante realtà fatta di ragazzi appassionati e argutamente ancorati alla magia del teatro tiene in vita la mia stessa passione. Mi si ringrazia spesso e con trasporto, ma sono io che a mia volta ringrazio chi rende possibile tutto ciò. Il mio lavoro trae ispirazione e forza dai ragazzi.

venerdì 26 aprile 2019

Come stuzzicare l'interesse di un editore oggi?

Cominciamo da dove eravamo rimasti. 
Erano i primi di novembre dello scorso anno e pubblicavo questo post, dopo aver riletto più volte e revisionato (oltre che limato e sfrondato e tagliato e livellato) il romanzo. Ne uscivo spossata, visceralmente dentro la storia al punto da sentirmi addosso un effetto straniante. 

Quando succede questo, la cosa migliore da fare è prendere le distanze. Mi ci sono voluti mesi per essere certa di averlo fatto. 
Ora, timidamente, mi riaccosto alla materia narrata, un capitolo alla volta e... ancora una volta sono portata a sfrondare, revisionare. Mi ritrovo al punto di partenza, insomma. Mai soddisfatta. 
Rileggendo, al momento mi sembra che questo romanzo si ponga troppo al di fuori di questa epoca. 

È un romanzo storico, il che ne attenua questo "difetto", ma la sua struttura non ne fa cogliere nell'immediato un aspetto che potrebbe rappresentarne la carta vincente: la lotta di una donna per l'autodeterminazione.
Quanto mi sono lasciata coinvolgere, e condizionare, dai romanzi ottocenteschi letti durante l'adolescenza? Tantissimo. Troppo, anzi.

venerdì 19 aprile 2019

Chiara è andata in Africa


Chiara Cecchini
      Fra le mie giovani attrici della Compagnia, c'è una fanciulla molto particolare, una diciannovenne che ha il fuoco dell'arte nelle vene, ma anche molto altro. 
       Chi ha visto Chiara in palcoscenico non può dimenticarla. Intensa, profonda, travolgente. Ha uno sguardo puro e bello, che le ho visto donare a Lily Anderson in Foglie d'erba, ad Anne Frank e nell'ultimo nostro lavoro in particolare alla Volpe. 
      Studentessa di Lingue all'università, Chiara oltre a essere un'ottima attrice e studentessa, fa parte da qualche tempo di un'organizzazione giovanile impegnata nel sociale. 
      Lo scorso ottobre non ha partecipato alle prove per Il Piccolo Principe per due settimane, perché Chiara era andata in Africa, a portare aiuto in una missione. 
      Una decisione e poi realizzazione a dir poco ammirevole, coraggiosa. 
      Le ho fatto un'intervista, perché questa sua esperienza possa essere conosciuta e fare da esempio per tutti noi.  
       
      
      Dove sei stata esattamente e per quanti giorni? 
      Sono stata in Sierra Leone, più precisamente nell’area di Makeni per 15 giorni.

Quando hai capito che avresti fatto questo viaggio?
Io sono cresciuta nella parrocchia di Ariccia dove Don Pietro, il padre della missione, ha contagiato tutti con la sua Africa. Questa parola quindi mi è stata sempre stata vicina, mi ha accompagnato per lungo tempo ed è sembrato un passo naturale, alla maggiore età, quello di partire. Quello che ho imparato però, è che non si è mai pronti per l’Africa, si arriva con mille idee, aspettative, già “plasmati” in qualche modo, per ritrovarsi poi di nuovo argilla nelle mani accoglienti dell’Africa. Credo, quindi, di aver capito veramente che stessi partendo solo una volta raggiunta Makeni. Quando tutto attorno a me sconvolgeva quello che avevo vissuto fino a quel momento della mia vita.

martedì 9 aprile 2019

Mattatoio n. 5 - Kurt Vonnegut

Incipit: È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di fare uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

È il primo libro che leggo di Vonnegut, un autore che mi prefiggevo di leggere da un po'. Mesi fa mi imbattei nell'annuncio di uno spettacolo teatrale tratto da questo libro e fui colpita anzitutto dal titolo. 
Mi informai sul suo contenuto e seppi che lo avrei letto perché unisce un tema tragico a una scrittura originale, ironica, provocatoria, punzecchiante. 
Per certi aspetti, assomiglia a Paul Beatty e al suo romanzo maggiore, Lo schiavista, che ho recensito qui. I fatti sono tragici, ma vengono narrati in maniera che definirei, banalmente, "leggera". 
Ma così è troppo riduttivo. 
Il libro, pubblicato nel 1969 (con una trasposizione cinematografica nel 1972), ha come suo nucleo il bombardamento angloamericano sulla città tedesca di Dresda, avvenuto nel febbraio 1945. In tre giorni di devastazione, tonnellate di bombe ridussero in macerie una delle città più affascinanti d'Europa, che era fino ad allora stata risparmiata dal fuoco della Seconda Guerra. 
Negli ultimi mesi di un conflitto che causò più di 50 milioni di vittime nel mondo, la distruzione di Dresda rientrò nel vasto piano di accerchiamento della Germania, e per certi aspetti fu la risposta alla devastazione causata dai tedeschi a Coventry nel 1940 (da cui il termine "coventrizzare", come è riportato nel libro di Storia che adopero in terza).

lunedì 1 aprile 2019

A libro aperto. Una vita è i suoi libri - Massimo Recalcati

Incipit: Da quando ho cominciato a leggere seriamente - dalla terza media in avanti - tutta la mia vita è trascorsa fra i libri. Alcuni si sono rivelati dei veri e propri incontri. È possibile che un libro diventi un incontro? Se l'incontro è qualcosa che modifica il corso di una vita, che la riorienta, se l'incontro è un evento che offre senso alla vita aprendola a una nuova immagine del mondo, allora un libro, indubbiamente, può essere un incontro. 

In questo inizio c'è tutto il senso di questo bellissimo saggio di Recalcati, che non delude mai nelle sue osservazioni sulla vita e il mondo. Ne avevo letto il saggio sulla scuola, che ho recensito qui.
Questa volta il noto psicoanalista si interroga sulla presenza dei libri nella vita di un lettore, giungendo alla conclusione espressa nel sottotitolo: Una vita è i suoi libri. 

Questa massima può valere per chi ha fatto dei libri un elemento fondamentale della propria vita, è innegabile, ma può valere anche per un lettore non "forte". 
Sì, perché in sostanza anche un solo libro può cambiarci la vita, modificare il corso della nostra comprensione di noi stessi. Siamo nel campo della psicoanalisi applicata, sia chiaro, quindi se a prima vista può sembrare una conclusione romantica e un po' edulcorata, leggendo questo saggio si può facilmente arrivare a crederci davvero. 

Ma come un libro può avere questo potere su di noi? 
La lettura di un libro è annoverabile nel campo dell'esperienza. Ci sono libri che non restano nella nostra memoria, altri che non riusciamo a dimenticare. Desideriamo rileggerli, anzi. Ritrovarli, e riscoprirli, a distanza di tempo. Sono quei libri che si sono inseriti non solo nella nostra esperienza sensibile ma nelle pieghe del nostro Io più profondo. Vediamo come. 

mercoledì 27 marzo 2019

Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

Lisa Bertinaria è il Piccolo Principe
È andata. Come si dice: l'abbiamo sfangata. È stato travolgente, efficace, bello. 
Da regista, sono sempre incerta prima di andare in scena. Mesi di prove, di una o due volte a settimana, a imbastire prima e poi a limare, smussare, correggere, fino a quando ti rendi conto a pochi giorni dal debutto che magari quella certa scena lì, quel momento, quel modo di dirla, sarebbe meglio cambiare, ecco.
Mi chiedo sempre cosa pensi lo spettatore quando vede uno dei miei lavori. E in generale, se immagina tutta la fatica che c'è dietro uno spettacolo.
Dalla mia esperienza, so che non tutti sono in grado di immaginare il lavoro di costruzione di uno spettacolo teatrale.

Nello specifico del mio teatro, a differenza di tanti anni fa, quando preparavo commedie brillanti americane e inglesi per fare ridere il pubblico e per divertirci noi da matti, bene, adesso, fare teatro "poetico" (qualcuno me ne chiese una definizione qui sul blog, perché se non si è mai visto questo tipo di spettacolo è difficile immaginare di cosa si tratti) equivale a concretizzare la sfida di suscitare nello spettatore una sorta di meraviglia, di partecipazione emotiva totale.
Come si fa?
Posso forse azzardare una metodologia, a scanso di modestia, e lanciarmi in una spiegazione. Quali sono le condizioni? Partiamo dal presupposto che tu sappia realmente occuparti di una regia, capace di avere una sorta di "visione" d'insieme, e che tu sappia dirigere degli attori non solo dicendo loro "dove devono stare" ma "come devono dirla". Bene, vediamo.