Charlie Chaplin

Luci della città, 1931

Monk's House

La stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Miranda - The tempest

John William Waterhouse, 1916 (particolare)

I nottambuli

Edward Hopper, 1942

martedì 24 luglio 2018

Augustus - John Williams

Incipit: Lettera di Giulio Cesare ad Azia (45 a. C.)
Manda il ragazzo ad Apollonia.
Inizio bruscamente, cara nipote, così da disarmarti subito e rendere ogni tua eventuale resistenza troppo incerta e fragile per la mia forza di persuasione. 
Tuo figlio ha lasciato l'accampamento di Cartagine in buona salute: lo rivedrai a Roma entro la fine della settimana. Ho disposto che viaggiasse con comodo, affinché ricevessi questa lettera prima del suo arrivo.

John Williams non si è smentito. Dopo l'esperienza di Stoner, che trovate recensito qui, ho voluto curiosare nel resto della sua produzione e questo libro è arrivato al momento giusto. 
Qui ci troviamo dinanzi a qualcosa di nettamente diverso rispetto alla provincia americana in cui l'antieroe protagonista del romanzo più celebre di Williams si muove. Siamo dinanzi a un racconto di squisita natura storica, che non solo rivela studio delle fonti e rispetto della materia trattata, ma anche una certa passione da parte dell'autore. Mi ha sempre stupito che autori di calibro si interessassero alla storia romana al punto da produrre qualcosa che può essere definito di buon grado una biografia. 
Temevo, dopo l'esperienza di Memorie di Adriano della Yourcenar - recensito qui - che nulla avrebbe potuto accostarsi al più alto grado della letteratura in merito al racconto dell'antica Roma, invece così non è. Non solo Williams riesce nel suo intento, direi che Augustus può essere ritenuto fra gli imperdibili per gli amanti del genere. 
Se Memorie di Adriano resta ineguagliabile, Augustus segue a un passo, insomma. 
Il romanzo è interamente in forma epistolare, il che avrebbe potuto indurmi a dubitare potesse piacermi, non avendo mai amato particolarmente questo genere. Invece, fin dalle prime pagine, esattamente com'è nel suo stile, Williams prende per mano il lettore e lo conduce nella storia, dapprima marginalmente poi sempre più addentrandosi nelle coscienze dei protagonisti e dei personaggi comprimari, tutti a formare una trama avvincente.
Per stessa ammissione dell'autore, le lettere sono una finzione, ispirate al repertorio epistolare di Cicerone, alle Res gestae di Augusto e le Storie di Livio. Pur in forma romanzata, il racconto mantiene una sua solennità, una ricchezza nello stile e nei contenuti, tale che il lettore è portato a dimenticare la finzione e a leggere un resoconto storico, mai rigoroso come nel romanzo di Yourcenar, ma profondamente umano e ottimamente costruito. 
L'autore crea un racconto a più livelli, per altro, secondo quello stile che permette di cogliere i diversi punti di vista attorno a una stessa vicenda. Per fare un esempio, un evento è raccontato in epistole diverse e secondo visioni differenti, oppure un determinato incontro viene ricordato diverso tempo dopo, dal punto di vista dell'altro personaggio rispetto alla prima lettura. 
Ci troviamo dinanzi a nomi celeberrimi della Storia e della Letteratura latina: oltre a Ottaviano Augusto, Marco Antonio, Agrippa, Mecenate, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio e altri. Il destino li accomunò tutti nello stesso periodo, il che rende la scoperta di alcuni dettagli delle loro vite molto interessante. 
Un giovane Ottaviano si trova improvvisamente scaraventato nella storia dalla tragica uccisione di suo zio, Giulio Cesare. È una fase delicatissima della Storia romana, il caos che ne segue vede emergere la figura imperiosa di Marco Antonio, che ambisce al potere assoluto, la fazione di Ottaviano, che cerca di mantenere vivo il volere di Cesare, i repubblicani congiurati, che fuggono da Roma e che via via saranno giustiziati - lo stesso Cicerone sarà decapitato con tanto di testa e mani esposte nel foro. Marco Antonio, per quanto la sua posizione sia di grande rilievo, si perderà nella sua ambizione mal gestita e nella sua presunzione, inimicandosi Senato e fazione cesariana nel momento in cui si riterrà padrone della parte mediorientale dell'impero, sposando Cleopatra (altro nome fatale!). Il Senato, conferendo pieni poteri a Ottaviano, che sarà chiamato Augusto e venerato come un dio, darà inizio alla storia di un uomo che lasciò una traccia profonda negli eventi della Roma imperiale, inaugurando un periodo storico che durerà secoli. 

Ritratto di Giulia, figlia di Ottaviano Augusto e Scribonia
Se Ottaviano Augusto è il perno attorno al quale ruotano le vicende di tutti coloro che compaiono nel romanzo, l'autore riesce a concretizzare altresì il ritratto di personaggi fondamentali nella vita del primo imperatore romano. Possiamo cogliere la personalità di Mecenate, che emerge per la sua vivacità come un gaudente ma anche saggio e molto legato a Ottaviano, poi di Agrippa - proprio lui, il costruttore del Pantheon -, fedele all'imperatore e suo grande amico fino alla morte prematura, che travolge di dolore Ottaviano, e ancora Virgilio, il poeta vate onorato in vita e celebrato dopo la morte, 
per giungere all'amata figlia di Augusto, Giulia, poi nota alla storia come Giulia Maggiore. Nelle epistole di Giulia si coglie tutta la vivacità intellettuale e il carattere di questa donna alla quale il destino assegnò una vita piena di contraddizioni. 
Amatissima dal padre - la più amata dei suoi figli - conosce fin da giovanissima il suo destino, e accetta via via le decisioni di suo padre imperatore di Roma, votandosi alla causa politica, agendo per il bene dell'impero. 
Com'era uso nella storia, si fosse stata figlia o sorella di un uomo potente, si era automaticamente destinate a un uomo scelto a fini politici, così Giulia, che ebbe tre matrimoni tutti finalizzati alla conservazione o perpetrazione del potere o al mantenimento di un certo equilibrio. 
Prima suo cugino Marcello, figlio di Ottavia sorella di Augusto, poi a Marco Agrippa molto più vecchio di lei, infine Tiberio, che sarà il successore di Augusto. 
Giulia doveva essere destinata, nella visione di suo padre, a diventare la sposa di un imperatore, ma così non avvenne. Non svelo oltre, per quanto siano eventi noti nella Storia romana. La Giulia che emerge dal romanzo è un personaggio vibrante e forte, adorata dagli amici, colta, aperta.
La sua disfatta è, nella visione di Williams, l'amore. Se per una vita Giulia ha piegato stoicamente il capo al volere del padre, nel momento in cui si innamora dell'uomo sbagliato, perde la sua lucidità e sprofonda nell'abisso, subendo l'esilio imposto da un padre dolente che deve obbedire alle leggi di Roma e infliggerle l'allontanamento da tutti. 
Qui accanto, un dipinto di Pavel Svedomski che la ritrae nel suo esilio a Ventotene, dove restò per cinque anni prima di trasferirsi più a sud e finire i suoi giorni forse perfino per inedia, dietro ordine dello stesso Tiberio.
Ottaviano è l'uomo che vota la propria vita alla causa di Roma, concepita come una simbolica "figlia" cui deve tutto se stesso. Una personalità per certi aspetti multiforme, poiché come lo stesso protagonista afferma in un bellissimo passaggio del libro, è necessario indossare una maschera per ogni occasione e concentrarsi sul fine ultimo.
Se dalle descrizioni dei suoi amici più intimi cogliamo molti aspetti del suo carattere, il vero Ottaviano si svela solo nelle ultime pagine, nell'epistola che scrive durante i suoi ultimi giorni in viaggio verso Capri. Rappresentano un bilancio, per certi aspetti amaro, per altri pregno di quella necessità, dell'inevitabile cui si è offerto serenamente e fieramente. Ottaviano è fiero del suo operato, sa di avere raddrizzato le sorti di Roma, così come ne immagina il declino, lui che si è formato sulla filosofia greca che insegna come tutto sia ciclico e mai eterno.
Le ultime pagine sono pertanto anche una rivelazione e da lettore se ne gusta ogni passaggio, si rilegge anche, perché lo stile è purissimo e si ha la sensazione di trovarsi cullati su quella nave che lentamente viaggia verso la baia di Napoli.
Uno dei momenti che non dimentico è la descrizione, nel ricordo del vecchio Ottaviano, di Marco Antonio, nell'ora fatale della disfatta di Azio. Un giovane Ottaviano vede Marco Antonio ormai sconfitto gettare uno sguardo disperato verso la nave di Cleopatra, che lo abbandona al suo destino.
Ottaviano vede nel suo sguardo "un'espressione femminea", di perdono, di rassegnazione.
Potrei citare moltissimi altri passaggi, ma mi fermo qui.
Lascio a chiunque ami imbattersi in un ottimo libro la scelta di leggere questo, che consiglio vivamente. 

venerdì 20 luglio 2018

Il provino.

Stamattina ho fatto il primo provino della mia carriera artistica. Suppongo che potrebbe essere anche l'ultimo, anzi è probabilissimo, proprio per questo è importante fissarne il ricordo.
Ho sfiorato questa esperienza diversi anni fa, durante una masterclass con Sergio Rubini, che dapprima scelse un mio dialogo e poi me stessa per interpretarlo. Odiai stare dinanzi alla telecamera, io che sono molto più adatta al palcoscenico, ma fu indimenticabile in senso positivo. 
Per chiunque svolga attività teatrale, sottoporsi all'occhio attento di una videocamera e a quello vigile ed esperto di chi guarda e confronta, è utilissimo. Un'esperienza da fare, almeno una volta, perché ti mette dinanzi alle tue reali capacità, senza se e senza ma. 
C'è da dire che non recito da tre anni, l'ultimo ruolo fu quella Frida che mi coinvolse e sfiancò, poi mi sono limitata a qualche sostituzione in piccole parti, nulla di più. Il resto è stata regia. 
Amo fare regia, perché il regista espone sul palcoscenico la propria visione, il suo sguardo sul mondo. Il regista è come un burattinaio, un creatore che può tracciare un certo solco, un ricordo importante nello spettatore. Fare regia è straordinario, perché al pari di un artista del pennello "racconti" attraverso il tuo sguardo personale, pur rispettando alcune regole fondamentali. 
Perdere di vista la strada per il palcoscenico, però, non deve accadere
Anzitutto perché recitare è bellissimo, difficile, ogni volta una prova diversa. Poi perché è utile per chi, come me, deve continuamente impostare il lavoro interpretativo sugli attori e allo stesso tempo svolgere al meglio i laboratori di recitazione. 
Non parlerò del progetto per cui mi sono presentata, credo sia corretto così. Basti sapere che è qualcosa di molto importante per la televisione, che tocca temi importanti, con un team di professionisti e autori di pregio e un caposquadra noto scrittore. 
Mettersi in gioco con un provino per un progetto importante è una bella sfida. Per carattere, mi è stato possibile accettare di farlo solo a patto di coglierne la leggerezza, nel senso più nobile del termine. 
Cosa si fa durante un provino? Come ci si prepara?
Nel mio caso, si va e basta. Roma è piena di progetti in cerca di attori e attrici, dalle piccole alle grandi produzioni. Una dritta da qualcuno, e via. Sono andata ripassando un piccolo monologo di Frida, che a riaprire il vecchio copione ricordi già bene talmente hai assimilato anni prima quel personaggio. 


L'accoglienza sul posto è cordiale, non c'è ressa, prendono appuntamento mantenendo un basso profilo. Prima di me, nella stanza stanno provinando un'altra. Io aspetto nella camera accanto, col copione in mano. Mi guardo attorno, il parquet dell'antico palazzo con porte istoriate e lunghi corridoi è consunto, ma l'insieme conserva ancora una certa eleganza. Di ciò che accade oltre il muro non si sente nulla talmente è spesso. 
In questi casi, come accadeva quando attendevo il mio turno per un esame universitario, non mi coglie ansia alcuna. Mi sento come una macchina. Devo fare e basta, altrimenti non sarei qui. 
Mi chiamano, molto gentilmente mi consegnano due fogli, mi dicono di accomodarmi nella stanza del provino e di prendermi il tempo che occorre per leggerli e memorizzare il più possibile. 
Imparo che è così che funziona. Si deve avere mente veloce, fredda, per leggere attentamente, capire a fondo il testo e imparare il grosso del monologo. Sono storie sofferte, in prima persona ovviamente, contengono alcuni dettagli importanti del ruolo. 
Là per là, lo ammetto, dinanzi all'inatteso, mi prende un po' di scoramento. Non sapevo di dover memorizzare un testo letto per la prima volta. Credevo di potermi limitare al pezzetto di Frida. Così non è e non posso andarmene a gambe levate, sai che figura. 
Mi hanno detto di prendermi del tempo, bene, utilizziamolo al meglio. Leggo una prima, una seconda volta, comincio a entrare nella storia, le parole cominciano a comporre un quadro via via meno sfocato. Come sempre accade, se non si coglie il senso di un testo, non lo si può recitare, a meno di apparire artefatti e finti in modo insopportabile. Lo dico perché mi è capitato di assistere a provini, e non è un bel vedere quando chi recita non ha un minimo di credibilità. 
Mi servono poco più di dieci minuti per memorizzare il possibile. Laddove non ricordo, mi riprometto di improvvisare, pur rispettando il contenuto. Riapro la porta e li chiamo, arrivano in tre da una ulteriore camera riservata al personale e agli autori. 
Mi chiedono se preferisco stare in piedi o sedere. Mi siedo. Ciascuno prende posto: l'operatore di ripresa dopo avermi attaccato un microfono sulla maglietta, il secondo, che si posiziona davanti a un monitor, un autore che siede in fondo alla stanza. 
Sono tranquilla, perché sono professionisti in grado di metterti a tuo agio. E poi mi bardo di leggerezza, quella buona, che mi fa vivere ogni momento impegnativo con la certezza che non durerà in eterno, che sono seduta in quella stanza nel cuore di Roma per mettermi dinanzi a una prova vera e che se tutto finirà lì non casca il mondo.
Mi prendo qualche secondo di concentrazione e poi... comincio. 
Le parole escono fluidamente, non lascio trapelare qualche incertezza di memoria, la camuffo con un'espressione o un gesto della mano o spostandomi di poco sulla sedia. 
Credo duri un minuto, poco più. Al termine del monologo, mi guardano, si guardano. L'autore dice "wow". C'è silenzio, poi cominciano le osservazioni, ovviamente scaturiscono anche dal confronto con chi hanno sentito prima di me. Anzitutto sulla memoria del testo, che non si aspettavano così rapida e precisa. Poi si parla del mio modo di interpretarlo. Ditemi, signori, perché ho bisogno di conoscermi meglio come "attrice". Dicono che c'era naturalezza, verità. Non c'era alcuna impostazione, che è quello che non piace durante questo tipo di provini, in cui devi interpretare la gente vera. C'era compostezza, sicurezza. 
Davvero? Io come sempre tendo a buttarmi giù. Rispondo che si tratta solo di attitudine, perché non sono una professionista. Parliamo dei tanti registi che preferiscono prendere gente senza preparazione accademica, perché tanti che studiano per diventare attori restano come impigliati in repertori classici e in impostazioni di cui non riescono a liberarsi. 
Basti pensare a Marcello Fonte, per dirne uno, protagonista di Dogman, uno che riesce a essere vero e a prendere premi senza avere mai studiato recitazione. Parliamo di autoreferenzialità. È bello mettersi a discorrere di questi argomenti con chi è del mestiere, ci vado a nozze con queste cose. Diciamo che può permettersi una certa autoreferenzialità solo il bravo regista, quello che inventa magari un genere. L'attore autoreferenziale è spiacevole a guardarsi e a detta loro molti commettono questo errore. 
Il mio parere è che molti attori e attrici, moltissimi dei quali si aggirano per questi provini, non hanno dimestichezza con la lettura veloce, non riescono a comprendere il testo, ergo finiscono per essere risucchiati in un gesto atteggiato e narciso, che può andare bene per la commedia leggera, ma non per un ruolo drammatico. 
Mi chiedono di fare il monologo di Frida. Lo faccio. Chiedo se la mia recitazione tende a essere piatta e a presentarsi la stessa, mi rispondono che non è così, c'era una certa differenza col testo precedente. Poi mi chiedono di leggere. Leggo. La mia voce esce cristallina, la lettura scivola inframmezzata da intonazioni diverse, perché il testo è difficile e forte. Qualcuno dirà poi che assomiglia alla voce di un'attrice nota, che non riesce a individuare. 
Il provino è finito, sono sorridenti. L'autore mi stringe la mano e mi ringrazia, forse ci rivedremo, chissà. Io ringrazio a mia volta, ma di cuore, perché mi sono stati di grande aiuto per capirmi meglio. 
È un banco di prova per pochi, necessario, anzi fondamentale per chi fa teatro. Credo di averlo affrontato e superato con dignità e averne ricevuto una conferma. 
Si va avanti, sempre in fieri, in trasformazione e formazione, lungo una strada spesso inevitabilmente tortuosa. Questi passi aiutano, e molto. 

venerdì 13 luglio 2018

Per chi scrivere? (con una digressione su chi definire realmente "scrittore")

In queste lente giornate di luglio ho modo di tirare il fiato dopo il caotico anno vissuto (noi prof/teatranti non viviamo il classico anno solare ma l'anno scolastico/stagionale) e leggere leggere leggere. 
Sono alle prese con il bellissimo Augustus di John Williams, ma mi concedo "scappatelle" qua e là, una rilettura a qualche bel passaggio che ricordo di un determinato romanzo, o una sbirciatina a libri che aspettano. Uno di questi è Il mestiere dello scrittore, di Murakami Haruki. 
Non voglio sbirciare più di tanto, perché immagino sia un libro da gustare, ma prendo a prestito qui un bel capitolo del libro, dal quale rubacchio il titolo per questo post. 
È presto detto: secondo il nostro lo scrittore scrive per se stesso. La scrittura è un'emergenza, un bisogno, e vi si riversa la propria esperienza supportata dall'immaginazione.
Andiamo a noi "scrittori" virgolettato, secondo una bella definizione "scribacchini", forse addirittura preferibile "scriventi". Mi capita di leggere qua e là diversi nuovi autori. Mi arrivano molte email in cui mi si chiede di recensire un romanzo, per altro. Smetto dopo le prime quattro, cinque pagine. 
Perché? Andiamo per gradi. 
Gli scrittori, dopo aver consumato tonnellate di libri di letteratura (ebbene sì, per poter scrivere è necessario leggere i classici, formarsi sui classici), sviluppano poi uno stile proprio, originale, il prodotto e la sintesi fra conoscenza ed esperienza. Fra i contemporanei, oltre a Murakami, penso a Franzen, Foster Wallace, Roth, Auster, Williams. Il re della letteratura di consumo, King. Immensi, inarrivabili, autentici. Fra gli europei, penso a Pennac, Màrai, i nostri Baricco, De Luca, Murgia. Possono piacere o non piacere, ma nessuno può negare si tratti di scrittori. Possiamo non sentirli nelle nostre corde, detestarli perfino. Ma hanno quel quid che può fregiarli del titolo, ecco. 
Veniamo ai cosiddetti scrittori minori, oppure esordienti e autopubblicati. 

La tendenza è
1. di imitare lo stile di qualche scrittore celebre, magari semplicemente inventando una buona storia ma poi raccontandola esattamente con parole e scelte tipiche di un determinato noto autore;
2. scegliere un genere "mainstream", rassicurante, accomodante, che crea facile identificazione;
3. non conoscere la sintassi, inciampare in qualche errore ortografico, non sapere impaginare;
4. non avere la storia, ossia avere un buono stile ma non avere nulla di coinvolgente da raccontare.

Sia chiaro, non mi è ancora capitato nessuno che abbia tutte queste caratteristiche assieme. 
Inoltre, chiarisco che il punto 2. non è un "difetto" vero e proprio, solo questione di gusto personale. 
Il difetto vero e proprio salta fuori quando si è talmente sicuri di avere fatto tutto benissimo e di poter essere definiti "scrittori", da non aprirsi a nessuno stimolo per migliorare o modificare quello che non va. Manca una certa consapevolezza. 

Proseguendo nel mio lavoro di editing del romanzo che scrissi diversi anni fa - supportata da chi ne capisce più di me - mi interrogo sul target di questo lungo romanzo. 
Per chi lo scrissi?
Credevo di poter arrivare a un pubblico sia maschile che femminile, invece tutti coloro che lo lessero sono donne. È uno dei grandi limiti di questo romanzo. 
Ciò mi ha portato ad alcune certezze:
- so già che il pubblico di lettori sarà prevalentemente, se non esclusivamente, femminile; 
- so già che la struttura del romanzo ha un difetto di prolissità nelle descrizioni, da qui i numerosi tagli; 
- so già che non è un romanzo d'avanguardia e che non mi permetterebbe di competere con nessuno;
- so già che ho ancora moltissimo da imparare;
- so già che non posso assolutamente definirmi una "scrittrice", semmai una dilettante. 
Perché lo scrissi?
Perché volevo raccontare una storia di denuncia dei soprusi subiti dai nativi americani e di emarginazione femminile, il tutto all'interno di un'epopea che abbiamo imparato ad amare attraverso i grandi film ambientati nel West. Suscitare nel lettore una riflessione, non una mera distrazione. 
Qualche tempo dopo, iniziai una storia ambientata in Toscana ai tempi del fascismo, mai conclusa.

Come il teatro, non può a mio avviso esservi scrittura che non abbia un fine preciso
Scrivere un romanzo di denuncia sociale, per esempio. Oppure un romanzo di genere che ne rispetti fedelmente e autenticamente le caratteristiche. O semplicemente scrivere qualcosa di buono, che induca il lettore a leggere fino all'ultima pagina senza trovarsi dinanzi agli errori già elencati. 
Su tutto, deve essere sacrosanto leggere. Quintali di libri di vera letteratura, attraversare idealmente l'esperienza altrui, dei grandi, così come dei minori che hanno avuto il merito di rispettare la scrittura.
Questo post è diventato più che altro un "perché scrivere", ma va bene così.

E voi, siete lettori particolarmente attenti ed esigenti? 
Perché scrivete? 

domenica 8 luglio 2018

Tina - Pino Cacucci

Incipit: È la notte del 10 gennaio 1929. Mancano pochi minuti alle ventidue. Il cuore della capitale messicana è deserto. Sull'immenso viale del Passo de la Reforma sfilano silenziose le rare auto. Qualche passante infreddolito, un ultimo ubriaco che impreca verso una cantina chiusa. 
Un gruppo di cani randagi attraversa la Calle Abraham Gonzàles, indugiando per la luce che filtra dalla bottega del fornaio. Frugano in un cumulo di immondizia all'incrocio con Morelos. Il capobranco si irrigidisce. Annusa il vento secco, gelido. Scruta verso il fondo della via, vede tre figure che avanzano nell'oscurità.

Pino Cacucci, del quale avevo letto Viva la vida dedicato a Frida Kahlo, si conferma un fine narratore appassionato. 
Ama e conosce il Messico fin nei dettagli della sua storia, ciò lo ha portato a diverse pubblicazioni su questo controverso paese, una delle quali è la biografia di Tina Modotti, una pasionaria della vita e della politica. 
Mi ero imbattuta in questo personaggio ai tempi del mio spettacolo su Frida Kahlo, quando, ripercorrendo gli incontri importanti della celebre artista, avevo idealmente conosciuto questa italiana, nota perlopiù per essere stata fra i grandi fotografi dei fervidi anni Venti. Di fatto, Frida e Tina si conoscono nel periodo in cui Città del Messico ferve di vita culturale, accoglie intellettuali e artisti oltre confine, si determina nei circoli raccolti attorno ai salotti e nelle sere di canzoni e bevute. Saranno amiche ma la loro vicinanza è di breve durata, divise da modi diversi di intendere la rivoluzione comunista. 
La celebre foto di Frida Kahlo e Chavela Vargas scattata da Tina Modotti.
Tina Modotti è stata una donna unica nel suo genere. Di notevole intelligenza, è stata fotografa riconosciuta ed esposta in gallerie fra America ed Europa, prima di ciò attrice in teatro e al cinema - recita in The tiger's coat - traduttrice, conoscendo perfettamente diverse lingue, e soprattutto attivista politica, divisa tra Italia, Messico, Stati Uniti, Francia, Spagna, Unione Sovietica.  
Fece parte delle migliaia di italiani trasferitisi negli Stati Uniti fra Ottocento e Novecento. Da San Francisco, dove si trasferì con la famiglia friulana, fu un crescendo verso una vita che ha tracciato un solco profondo nel comunismo del Novecento. 
Il libro di Cacucci fa emergere una donna animata non solo da grande intelligenza ma anche da istinto, passione, coraggio. Se Tina ama, lo fa appassionatamente, basti citare il grande amore/amico Edward Weston, uno dei più celebri fotografi della scena americana di inizio secolo del quale fu compagna, allieva e modella. Weston perde letteralmente la testa per lei, abbandona la famiglia per seguirla in Messico, dove entrambi si misurano con la debordante vitalità del luogo. Tina diventa una straordinaria testimone di ciò tutto ciò che è racchiuso nel termine "messicanità".
La vita con Weston è esaltante. Celeberrimo il nudo di Tina realizzato da Weston, un cultore della bellezza, della sinuosità delle forme. Tina trova in lui la fonte di ispirazione per approfondire l'uso della macchina fotografica e realizzerà in quegli anni a sua volta fra le più importanti foto della sua carriera. 
Mani di operai strette sui badili, consumate dalla polvere e dal sudore, mani di burattinai percorse da vene gonfie di fatica, mani di india che lavano miseri vestiti sulla pietra, scurite dal sole. Le mani, per Tina, sono l'origine del mondo, creano ogni cosa, trasmettono alla materia lo spirito che emana dal cuore. (pag. 51) 
"Mani sul badile", 1926
Se Tina Modotti si fosse limitata al suo talento di fotografa, sarebbe rimasta sullo sfondo, inghiottita da nomi di artisti di fama mondiale. Basti pensare alla fotografa tedesca Gerda Taro, la semisconosciuta compagna di Robert Capa (Tina conobbe entrambi in Spagna), che non fu mai celebre come il suo compagno di vita. 
Il destino di Tina è un altro, e la fotografia diventa progressivamente un'attività collaterale ai tantissimi che la vedono interessata ai problemi sociali e impegnata nella propaganda politica. In tempi in cui il comunismo rappresenta un'epoca fondamentale per il Messico, Tina si immerge totalmente nella vita politica della capitale, entra in contatto con ambienti di attivisti, dà il suo contributo nell'organizzazione del controspionaggio. La sua storia con Weston finisce perché si esaurisce in sé, perché è finito il periodo spensierato di immersione nell'arte. 
Da quel momento, Tina si lega a un altro personaggio importante: Vittorio Vidali, uno dei celebri nomi dell'attivismo comunista sviluppatosi in reazione al fascismo, che in quegli anni emergeva inesorabilmente. Saranno fra i difensori di Sacco e Vanzetti, che Vidali poi liquiderà come "reazionari inutili" perché hanno messo in pericolo la causa esponendosi troppo. 
Tina e Vittorio avranno un rapporto controverso, sofferto. Tina si allontanerà dall'estremismo di lui, scegliendo di credere strenuamente in un attivismo che non tradisca i principi fondamentali dell'antimperialismo e del socialismo: la giustizia, la libertà. 

"Donna con bandiera", 1928
Instaura così un legame profondo con il cubano Julio Antonio Mella, un altro nome fondamentale della lotta al fascismo. Mella è ricordato tuttora fra i grandi eroi della rivoluzione comunista, accanto a nomi come Guevara e Gramsci. Da movimenti studenteschi universitari fino all'organizzazione del Soccorso Rosso, l'ente che raccoglieva il nerbo dell'attivismo comunista, aveva dedicato la sua vita alla causa degli oppressi. Fra i tre dell'incipit del libro ci sono Tina e Mella, che di lì a poco verrà colpito a morte da un sicario inviato da Machado, il "Mussolini tropicale" come lo aveva definito Mella stesso, in accordo con lo stesso duce italiano. 
La morte di Julio Antonio Mella è il primo grande dolore inferto alla vita di Tina, che da quel momento non sarà più la stessa. Espulsa dal Messico nel momento in cui le organizzazioni comuniste sono dichiarate fuori legge, sarà in Germania, Unione Sovietica e Spagna. 
Tina è destinata a sentirsi fortemente delusa da comunismo sovietico, allorquando dedurrà che lo stalinismo è una didattura al pari del nazifascismo, sentendosi tradita da quel Patto Molotov-Ribentropp col quale Stalin e Hitler si alleano e soprattutto dai modi brutali dello stalinismo, che non esita a liberarsi dei propri nemici politici condannandoli ai gulag o alla morte, come accade a Trotzkji, il grande nemico ideologico di Stalin, ucciso a Città del Messico. 

"Autoritratto", 1931
Ma ciò accade dopo una fondamentale parentesi di Tina nella Spagna del movimento antifranchista, in cui per tre anni, e a fase alterne ancora al fianco di Vidali, combatterà le forze fasciste nel periodo fra i più tragici e sanguinosi della storia spagnola. 
Pienamente immersa in questa lotta, chiederà di essere trasferita in Italia, la sua terra d'origine, per combattere da vicino il nemico di una vita, ma il permesso le viene negato. Sono gli anni in cui l'Italia diventa una potenza dell'Asse e sta per entrare in guerra, l'organizzazione non ritiene di "sprecare" un elemento come lei in una situazione così estrema. 
I suoi ultimi anni sono per il Messico, la sua espulsione viene revocata. È un periodo breve, nel quale Tina è stanca, amareggiata dagli eventi, insoddisfatta. Vive di traduzioni, frequenta poche persone. Muore improvvisamente, in un taxi trovato sul ciglio della strada, dopo una festa durante la quale si era sentita male. Si dirà che si sia trattato di infarto, molti crederanno nella teoria dell'attentato, addirittura ordito dallo stesso Vidali. 
Tina Modotti, donna straordinaria, un'italiana destinata a una vita memorabile, è sepolta nella capitale messicana, sotto una lapide su cui sono incise le parole di un grandissimo Pablo Neruda.

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:

forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.
La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici
Non dormirai invano, sorella.
Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.
Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai tranquilla.
Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?
Non odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.
Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.
Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.
Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.
Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché non muore il fuoco.

Due immagini tratte dal repertorio del mio spettacolo "Frida de mi alma".

Io nel ruolo di Frida Kahlo
In primo piano Tina Modotti (Michela Barone)
durante lo shooting di Mario Fermante - ottobre 2015

martedì 3 luglio 2018

Viaggio multimodale dentro me stessa.

Tornare a riprendere il filo del discorso dopo settimane di assenza dal blog non è semplice. 
La scrittura esige continuità e capita di essere come storditi nel pensare a un nuovo post, ragion per cui rispondo all'invito di costruire un post come quello di Marco Lazzara, tentando di fare un percorso simil-psicoanalitico per immagini.
L'idea è piacevole, in particolare per chi fa dell'espressione artistica una delle componenti del proprio comunicare. 
E poi semplicemente perché amo l'arte, la letteratura, il cinema e la musica e raccontarsi attraverso un esempio è intrigante.  Fuori dal mio elenco, questo dipinto di Magritte, che esprime il senso del discorso e contiene un elemento per me fondamentale: il sipario e il doppio. Usciamo però dall'ambito strettamente teatrale e avventuriamoci in altre lande.

Arte (ritratto semiserio)
In questo periodo mi vedo benissimo in questo sguardo: Il disperato, l'autoritratto di Gustave Courbet. Lo so, è spiazzante, avrei voluto scegliere un bel dipinto di Hopper ma per quanto lo adori c'è troppo sole diretto, e io indosso sempre cappelli al sole; oppure avrei potuto optare per La libertà che guida il popolo se mi penso coi miei ragazzi, oppure per La Grande Jatte, se penso a dove vorrei trovarmi in questo momento. Ma niente, mi tornava in mente lo sguardo atterrito di Courbet.
Dal settembre dello scorso anno è stato tutto un precipitare da un impegno all'altro. Il lavoro a scuola si è moltiplicato (lezioni, più riunioni dipartimentali, ricevimento genitori, progetti, camposcuola), il teatro è andato dalla fondazione dell'associazione e ricerca spasmodica di una sede al trasbordo di Foglie d'erba a Ischia (riprovando il tutto con una nuova piccola attrice) con tanto di organizzazione di tutto il caravanserraglio, alle prove serratissime di Finding Anne Frank e nove recite in quattro teatri diversi in poche settimane, alla messa in scena di Peter Pan. Ah, aggiungiamo a tutto questo l'acquisto della casa, con tanto di scelta di prestito, rogito, accordi su accordi svolti con la massima attenzione per non sbagliare nulla, cui è seguito e continua tuttora l'organizzazione per la ristrutturazione di una buona parte dell'abitazione. 
Un anno "campale", intenso, stressante, puntellato di nervosismi, momenti di gloria e lacrime di sollievo. Uno di quegli anni che quando finiscono ti riprometti di non rifare mai più, perché si devono dosare le forze, perché così non è sempre bello. Perché bisogna staccare la spina, dividere meglio gli impegni, tornare a oziare sul divano o potersi leggere un bel libro anche durante l'anno (ho letto pochissimo, come mai era accaduto, ne sono prova le scarse recensioni del blog da settembre in qua).

Letteratura
Indubbiamente il libro che meglio mi rappresenta è Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf
Non solo è stato il libro attraverso il quale questa meravigliosa scrittrice mi si è rivelata, ma rappresenta un manifesto "femminista" ante litteram per eccellenza. 
Leggendo le biografie della Woolf e di Jane Austen - ritenuta dalla Woolf stessa un altissimo esempio di emancipazione femminile - dovendomi immaginare ragazza e poi donna delle epoche in cui sono vissute entrambe (pur separate da un secolo), ebbene, voglio poter pensare che sarei stata simile nel modo di reagire alle convenzioni. 
Ingabbiate in un sistema in cui alla donna era preclusa ogni possibilità di realizzazione personale al di fuori del cliché matrimonio-figli, entrambe hanno tentato la strada dell'emancipazione, sfuggendo ai canoni imposti da società ed economia, creandosi un proprio universo intellettuale del quale la "stanza" è un simbolo efficacissimo. 
Delle due, ed è la Woolf stessa ad ammetterlo, Jane Austen ha dovuto affrontare l'epoca più difficile. Sceglie di non sposarsi, di vivere dei propri romanzi. Virginia invece sposa Leonard Woolf, sente il bisogno di un "focolare", è gregaria, la solitudine è qualcosa nella quale non può neppure immaginarsi, pur scegliendo poi la via del suicidio, e pertanto una via solitaria e tutta personale di chiudere

Cinema
Se devo scegliere un film che mi rappresenti, non posso che optare per Neverland, che consiglio vivamente. 
Ben diretto, ottimo cast, indimenticabile colonna sonora, non è annoverabile fra i capolavori, eppure non è passato inosservato a chi ama le storie che raccontano di autori arrivati all'idea perfetta. 
Si tratta della vita romanzata di Matthew Barrie, autore di Peter Pan, che trovandosi a corto di idee, lui che scrive per il teatro e ha alle calcagna impresari e produttori, si imbatte nella famiglia di una vedova con quattro figli, di cui uno, Peter, attira la sua attenzione di inventore di storie. 
Matthew è un sognatore, ha inventiva, rifiuta le convenzioni, si sente soffocare in un matrimonio privo di slanci e dialogo, e trova in questa amicizia la fonte di nuove ispirazioni. 
Mentre i ragazzi scivolano verso la grave malattia della madre, il protagonista trova la sua storia, che debutta con grande successo in teatro. L'Isola che non c'è diventa il luogo simbolico in cui la madre ormai scomparsa può essere trovata ogni volta che il piccolo Peter vorrà cercarla. Se ne avete voglia, guardate la scena della panchina, con un piccolo Freddie Highmore perfetto. 



Musica
Non può esservi autore che meglio mi rappresenta se non Francesco Guccini, in particolare quello dei ritratti ai grandi della letteratura. 
C'è anche il Guccini che canta alcune città italiane, a proposito.
La canzone d'autore italiana è straordinaria quando coniuga un tema inflazionato come l'amore alla passione per la letteratura, quando l'autore ne ha una conoscenza profonda, riuscendo a cogliere i dettagli di un personaggio e farne... poesia. 
Posto qui l'immagine di un disco che uscì nel 2004 ma non contiene tutti i ritratti realizzati da questo grandissimo. 
Su tutti, "Odysseus", il suo Ulisse avente per sottotitolo "con ringraziamenti e scuse a Omero, Dante, Foscolo, Kavafis, Izzo, Prandi". Se ascolto Signora Bovary, Cyrano, Ulisse, mi prende uno smarrimento. Mi perdo letteralmente nelle parole, nella musica, nella poeticità dell'insieme. Eh sì che provenivo dal migliore Claudio Baglioni, quello de La vita è adesso. Quando scoprii Guccini, il resto scomparve. Pura poesia, null'altro. 

Bisogna che lo affermi fortemente
che, certo, non appartenevo al mare

anche se Dei d'Olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare
e se guardavo l'isola petrosa
ulivi e armenti sopra a ogni collina
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa
c'era l'anima mia che è contadina;
un'isola d'aratro e di frumento
senza le vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.


Ma se tu guardi un monte che hai di faccia

senti che ti sospinge a un altro monte,
un'isola col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concave navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
e il mare trascurato mi travolse:
seppi che il mio futuro era nel mare
con un dubbio però che non si sciolse
senza futuro era il mio navigare


Ma nel futuro trame di passato

si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l'acqua e il gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo


E andare in giorni bianchi come arsura,

soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa è un segno che ti volge
diritta verso il Nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.


E andare verso isole incantate,

verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragati;
per mesi, anni, o soltanto settimane?
La memoria confonde e dà l'oblio,
chi era Nausicaa, e dove le sirene?
Circe e Calypso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme.
Mi sfuggono il timone, vela, remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l'urlo dell'accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.


E fuggendo si muore e la mia morte

sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace.
forse perché sono rimasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l'umano.


La vita del mare segna false rotte,

ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti
sconosciuti prima.



Fine del viaggio. Unitevi alla ciurma, è divertente. 

venerdì 22 giugno 2018

Mettere Peter Pan in scena è un'impresa titanica.

Fine di un anno di teatro, cominciato dal settembre scorso con la fondazione della mia associazione Carpe diem. Teatro e altre arti e culminato con un successo per certi aspetti inatteso: la messa in scena di Peter Pan
Non avevo dubbi che lo spettacolo del laboratorio ragazzi sarebbe stato questo, per quella serie di positive convergenze che al momento ho a disposizione, prima fra tutte l'attore giusto per interpretare il protagonista, Francesco Gheghi, conosciuto anche per aver preso parte al cast dell'ultimo film con Marco Giallini ed Elio Germano, Io sono tempesta (qui).
Francesco è un camaleonte, un "animale da palcoscenico", ha il sacro fuoco della recitazione nelle vene. Ci adoriamo reciprocamente e lo dimostriamo palesemente, ci abbracciamo, ci scontriamo, ci confrontiamo. 
Lui ha 16 anni, è un giovane virgulto, un diamante grezzo, ha un carattere solare e vulcanico. Ha il senso della battuta, è anche un comico nato. Gioca con le parole, imita bonariamente sua madre newyorkese, si destreggia fra provini, cinema, partecipazione a programmi televisivi (è stato il bravissimo Gigi nella fiction "Il ragazzo venuto dal futuro" nel programma tv Stasera casa Mika).
Bene, il Peter Pan perfetto porta automaticamente ad affrontare questa corazzata, che si è dimostrata tale in corso d'opera. L'ultimo mese ci ha portati a tre prove settimanali, una maratona in cui famiglie e allievi si sono destreggiati fra impegni e ultime interrogazioni a scuola, non ultimo l'esame di stato di due del gruppo. 
Se lo spettatore coglie il percorso dalla cura dei dettagli da quando il sipario si apre, non sa il travaglio che c'è dietro a uno spettacolo teatrale. È giusto così, molta parte della macchina teatrale deve restare occulta, misteriosa, inafferrabile. 

Francesco Gheghi e Marco Giallini nel film "Io sono tempesta", prodotto da
Rai Cinema, uscito nelle sale lo scorso aprile. 
La messa in scena di Peter Pan è difficile perché è un lavoro corale, che se vuoi rendere bene, devi coordinare da regista passo a passo, come se ci fosse dinanzi una coreografia. 
Da maestro di laboratorio, ci si trasforma in regista tiranno, perché loro sanno che mi trasformo, urlo e impreco. Vecchi e nuovi allievi si prestano al gioco. Sanno di trovarsi dinanzi a qualcuno molto esigente, che non sta lì ad applaudire a ogni parola, anzi. 


Non ho mai creduto a una pratica del teatro in cui ci si debba porre da indulgenti e bonari nei riguardi dei ragazzi. Se nella fase laboratoriale lavori bene, sai dove possa arrivare ciascuno di loro, per questo li spingi sempre avanti senza accontentarti. In una prima fase sono spiazzati, poi da intelligenti e appassionati quali sono, capiscono il meccanismo e avanzano passo a passo assieme a te, incassando il colpo, affidandosi totalmente, spingendosi oltre un presunto limite assieme a te. 


Se Peter Pan è stato lo spettacolo spiazzante che è stato, è perché c'è solo un modo per produrre un ottimo spettacolo. Che non deve essere un "saggio di fine anno" ma uno spettacolo teatrale. 
Peter Pan è il bilancio di un anno fra laboratorio e ultimi mesi di prove, in cui divento consapevole che il laboratorio ragazzi è il nerbo del mio fare teatro. Educare i ragazzi alla pratica teatrale, farlo a determinati livelli ("la tua asticella si sposta sempre più in alto, siete sconvolgenti"), è una sfida assolutamente difficile e allo stesso tempo travolgente. Una missione. 



Tutto ciò non sarebbe possibile senza una sinergia di più elementi: i ragazzi, che offrono spunti e sono il "carburante" per le mie energie, le famiglie, che sostengono strenuamente ogni nostro passo, le figure di supporto, che incoraggiano e rendono possibile il tutto assieme ai due elementi precedenti.
Dopo il successo di Finding Anne Frank, questo nostro Peter Pan è il culmine di un anno estenuante e ricco di esperienze.

Ringrazio chi c'è stato e c'è anche in senso molto lato, chi resta, consolida, dà una mano, perché da
questi momenti si comprende chi ti è accanto veramente, e in ciò ho fatto belle scoperte, che gettano nuove basi per il futuro. 
La squadra che si sta concretizzando è una grande squadra di meravigliosi esseri umani, che ti invitano a pensare nuovi progetti, perché il teatro chiama

Le fotografie sono del mio amico Alessandro Borgogno.

“Tutti i bambini crescono, meno uno. Sanno subito che crescono, e Wendy lo seppe così. Un giorno, quando aveva tre anni, e stava giocando in giardino, colse un fiore e corse da sua madre. 
Doveva avere un aspetto delizioso, perché la signora Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò, -Oh, perché non puoi rimanere sempre così!- Questo fu quanto passò fra di loro circa l’argomento, ma da allora Wendy seppe che avrebbe dovuto crescere. Tu sai questo quando hai due anni. Due anni sono l’inizio della fine.”