martedì 12 novembre 2019

Che significa essere buoni insegnanti?

Già, come? Oggi mi concedo questa riflessione, che non potrà mai essere completa né può chiarirmi in via definitiva se esista una ricetta o una qualche formula per essere buoni insegnanti. 
Lo spunto arriva da un post di Marina Guarneri, questo. Il problema è avere la fortuna di imbattersi in professori motivanti, appassionati, competenti, insomma in buoni maestri

Quante possibilità ha un alunno di avere buoni insegnanti? Direi tante. I buoni insegnanti non mancano nella scuola italiana e credo che i cattivi, o peggio pessimi, insegnanti rappresentino una piccola percentuale. 
È già un passo avanti, perché un tempo ritenevo, piuttosto ingenuamente, che fosse quasi impossibile ammettere l'esistenza di un insegnante che non valesse niente di niente. Ci sono, sono rari, ci basti questo. 
Ora concentriamoci su questo termine di "buon insegnante", perché la definizione tocca una casistica piuttosto ampia. La mia argomentazione a riguardo proviene dall'interno di questo mestiere, poiché esercitandolo, il campo di osservazione è ampio. Vale insomma il vecchio adagio che a viverla direttamente l'ottica non può essere la stessa rispetto a chi si limita a osservare il problema dall'esterno. 
Chi osserva il problema sono gli innumerevoli genitori che oggi hanno un ruolo attivo nella scuola, dalla possibilità di essere rappresentanti di classe a quella di far parte del Consiglio d'istituto, senza contare l'opportunità di monitorare l'andamento didattico e disciplinare accedendo al registro on line, fino agli incontri ai quali siamo disponibili più volte durante l'anno. E molto altro.
Prima di tutto però ci sono loro, gli alunni, questi ragazzi che per quanto riguarda il grado di scuola in cui insegno, lasciano l'infanzia e si affacciano all'adolescenza. 

Descrivere un buon insegnante equivarrebbe a individuarne uno del tutto perfetto, ottimo in tutto ciò che propone e fa. Ho trovato in rete questo lungo elenco di qualità:

  • Dedizione - ama il suo lavoro, trasmette conoscenze con passione, possiede inclinazione naturale
  • Costante aggiornamento - è al passo con i tempi sulle tecniche di insegnamento, usa materiale e tecniche didattiche alternative (internet, computer, laboratori, lavori di gruppo)
  • Insegnamento non a senso unico - svolge con l'alunno un lavoro di cooperazione, permette uno scambio reciproco di informazioni e opinioni, è a favore di una lezione interattiva e non frontale)
  • Sollecitazione a senso critico - favorisce un'informazione completa in tutti gli ambiti, stimola lo sviluppo di un senso critico (maturità intellettuale, morale...), rifiuta la passività per lasciare il posto a una lezione attiva
  • Alleanza per un lavoro cooperativo - non è un amico: il lavoro di cooperazione con l'alunno si limita all'aspetto didattico, non invade la vita privata dell'alunno; non è un nemico: no conflitto, no rivalità, fiducia e rispetto reciproco
  • Oggettività - è imparziale, rispetta i limiti degli alunni, valorizza le loro potenzialità
  • Esperienza - tirocinio
  • Flessibilità - è aperto al cambiamento al fine di adattare il suo metodo alle esigenze degli alunni

Essere buoni insegnanti significa insomma tante cose, una serie infinita di variabili che fanno parte del nostro mestiere, che toccano la sfera emotiva, la formazione propria e altrui, l'esserci, il mettersi in gioco.
Oggi più che mai si chiede agli insegnanti di essere preparatissimi, aggiornati, di non sbagliare, di essere sempre presenti, infaticabili, pazienti, di saper utilizzare tante strategie quanti sono gli alunni, di inventare metodi e strumenti infallibili, insomma... di essere perfetti. 
Ebbene, questa perfezione non esiste
Sfido a trovare un insegnante che abbia l'infinita serie di qualità richieste. Per dimostrarlo, eccomi, prendo a esempio me stessa. Farò un'autoanalisi, cercando di essere obiettiva. 

I miei punti deboli. 

1. Non sono onnisciente. A volte dubito di una regola sintattica, mi passano di mente le date, non conosco alla perfezione la Costituzione italiana, non sarei in grado al momento di insegnare Latino a un livello superiore. Sono solo alcuni esempi. 

2. Non sono totalmente aggiornata. I corsi di aggiornamento proposti dal Miur sono molti, negli ultimi anni ho seguito un corso sulla dislessia e uno sulle competenze, ma non seguo ogni anno un corso diverso. 

3. Anch'io commetto errori. L'insegnamento è un'attività molto difficile, sempre in fieri. Non ho mai dinanzi a me un piano didattico perfetto, piuttosto devo correggere il tiro continuamente. Mi capita di sbagliare nella distribuzione degli argomenti in un quadrimestre, faccio fatica a tenere il passo con il programma, le scadenze mi mettono ansia. 

4. Mi stanco abbastanza facilmente. Parto come un benzina 180 cavalli, poi divento gradualmente n diesel. Alla quarta ora consecutiva sono come un cavallo bolso. Senza pausa potrei diventare un orso affamato e di pessimo umore. 

5. Non ho tutta la pazienza di questo mondo. Anzi, il contrario. Posso infuriarmi con molta facilità, vedasi questo post per sapere cosa mi fa realmente uscire di senno. 

6. Tendo a ripetermi. Ossia non sono tipo da rinnovare continuamente la didattica. Conosco quello che funziona e mi impigrisco dinanzi all'opportunità di sperimentare troppo. 

7. Tendo a essere troppo emotiva. Se subisco un torto - come capitò lo scorso anno - me la prendo troppo. La mia autocommiserazione diventa direttamente proporzionale all'impegno profuso e malripagato.

8. Tendo a spingere sugli alunni BES. Gli alunni con bisogni educativi speciali hanno un piano personalizzato, contenente misure compensative e dispensative. Ebbene, io devo avere costantemente davanti il piano di ciascuno, perché tendo a tirar fuori il massimo, a esigere, per un eccesso di ottimismo e per una mia personale deformazione sulle aspettative (mie, soprattutto). 


I miei punti di forza.

1. Amo i ragazzi. Credo che senza questo "affetto" non mi sarebbe possibile insegnare, tenendo testa a un mestiere che tende a consumarci. 

2. Credo di essere assertiva. Nelle ore di spiegazione, che richiedono molta attenzione a quello che si dice, a come lo si dice perché arrivi, metto in atto un mio personale metodo persuasivo: mi alzo, mi sposto, uso materiali diversi come cartine, tablet, li guardo negli occhi, rendo la lezione interattiva. I miei alunni si divertono a fare i cori con alcuni punti nodali del capitolo. Nei miei migliori momenti mi trasformo in un direttore d'orchestra. Tendo a farli anche sorridere, alle volte anche ridere. Mi concedo molti momenti di relax, perché so che durante le spiegazioni esigo attenzione massima, insomma sono esausti. 

3. Voglio che gli alunni ragionino. Diffido delle interrogazioni preconfezionate, perfettine. Nel 90% dei casi purtroppo cadono in vuoti di memoria. Tendo a creare collegamenti fra le materie, richiami fra eventi, nomi, cause ed effetti. Propongo visione di film, lettura di libri, anche fuori dai soliti canoni. Mi piace farli ragionare per macroaree, perché sono nativi digitali e devono formare mappe mentali per capire ciò di cui si parla. 

4. Non mi assento quasi mai. Due o tre assenze al massimo in un anno scolastico. Negli anni di precariato andavo a scuola con 38 di febbre, ma quella era follia. 

5. Li ascolto. Qui a volte deformo la mia funzione e sforo nella psicologia spiccia. Se c'è un problema, mi offro di ascoltare in separata sede. Ho bisogno di sapere se posso essere d'aiuto. Poi mi pento quasi sempre, perché confessano fin troppo. Questo fa parte dei miei punti deboli, anche. 

Insomma, i miei punti deboli superano i punti di forza. Non sono perfetta. Commetto errori, ho ancora tanto da imparare. Non so se ritenermi una buona insegnante, so di non esserlo totalmente. Schiere di alunni mi hanno voluto molto bene, alcuni ancora mi cercano, molti altri mi avrebbero buttato dal quarto piano della scuola. L'insegnante è così, è fatto così. Non è perfetto. 

Avete conosciuto voi insegnanti perfetti? Se sì, sappiate che hanno tutta la mia ammirazione. 

lunedì 28 ottobre 2019

Quanto sappiamo sul cibo?

Credo di aver dedicato poco spazio nel blog a un problema che comprende i campi semantici di cultura e salute: il cibo
Quanti di voi sono in grado di capire a fondo le componenti, la chimica, ciò che fa realmente bene o fa male in un alimento qualunque?
Io conosco poco o nulla questo campo. Credo che la lacuna nasca da una scuola che negli anni Ottanta, gli anni del boom del food porn e delle merendine, non si è occupata del problema. 

In un mondo che all'epoca muoveva i primi passi nella globalizzazione, non ci si è resi pienamente conto di stare modificando gli usi alimentari, mentre il mercato lentamente si apriva  all'importazione di prodotti provenienti da ogni dove, cibi esotici, nuovi sapori e odori. Il mercato globale ha mescolato usi e produzioni, in gran parte si è aperto agli OGM, mentre le relazioni internazionali individuavano nel cibo uno dei più grandi affari del secolo. 
Poi, il passaggio al nuovo millennio ha consolidato questo flusso, promuovendo la moltiplicazione di allevamenti e colture redditizie, innescando la fase più allarmante di inquinamento ambientale. 

domenica 20 ottobre 2019

Caino - José Saramago

Incipit: Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovette prendersela con se stesso, dato che non c'era nessun altro nel giardino dell'eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria. 

A un anno dalla mia lettura di Cecità - qui la recensione - mi sono concessa un altro "Saramago", ritrovando quello stile e quel modo di trattare le cose, tutto suo, personalissimo e originale. 
Seguendo un leit motiv già presente in Il Vangelo secondo Gesù Cristo, fra i libri che intendo leggere, questo godibilissimo viaggio nel Vecchio Testamento conferma la volontà dell'autore di offrirci una visione sarcastica del testo sacro, che sbaglieremmo a definire "atea" o semplicemente ironica. 
E sì che di ironia il racconto trasuda, regalando in certi passaggi il gusto di una risata, esprimendo non un freddo distacco dalla materia trattata, quanto una visione del tutto umana, se vogliamo oggettiva, di molti eventi narrati dai profeti.

mercoledì 2 ottobre 2019

Una nuova avventura: la Commedia dell'arte.


Meditavo questo passaggio da un po'. Ha richiesto lunga "gestazione" perché è stato necessario studiare, mettere a frutto quanto imparai durante i laboratori di mimo frequentati diversi anni fa, farmi un'idea, insomma... entrare nel mood
Da quest'anno, il mio laboratorio di formazione teatrale per ragazzi cambia volto e diventa un "viaggio" all'interno di una delle eccellenze italiane, quella Commedia dell'arte nata nel Cinquecento e sviluppatasi per due secoli e poi fino ai giorni nostri.
Ne ho scritto un post, che trovate qui, mesi fa ai tempi della mia direzione artistica di un festival teatrale. 
Di questo genere teatrale ebbi un innamoramento fin da piccola, in un'epoca in cui non mi sarei immaginata di occuparmi di teatro un giorno. Ricordo il mio restare incantata dinanzi alla tv quando trasmettevano le opere goldoniane dal Piccolo di Milano, le prodezze di Ferruccio Soleri in particolare, uno dei grandi celebri "Arlecchino" della storia tutta. 
C'è da dire che Goldoni nel Settecento riformò il teatro, allontanandosi dal nucleo originario della Commedia, quindi se proprio volessimo essere puristi, dovremmo dire che quello fu un teatro contaminato, eppure così forte, potente anzi, da essersi riservato una posizione importante.

martedì 24 settembre 2019

Di una Anna e di un paio di trecce rosse.

Torno a scrivere di serie tv, ma questa volta con un intento diverso. 
Confesso: sono una Anna dai capelli rossi addicted, anche se fino a qualche settimana fa neppure lo sapevo. 
È successo che mi sono abbonata a Netflix e in cerca di un film o di una buona serie, mi sono imbattuta in questa produzione originale della rete, che fin dalle prime sequenze si è rivelata... perfetta. 
Ovviamente con tanto di indigestione di puntate sera dopo sera, io e mio marito (ebbene sì, piace moltissimo anche a lui e non è un tipetto facile) ci siamo sparati le prime due stagioni.

Avete presente quelle produzioni in cui nulla è lasciato al caso, tutto invece è perfettamente congegnato, dal cast al set, ai dialoghi, alla fotografia, alla regia, al montaggio? Ecco, la serie "Anne with an E" rientra a buon diritto in questa categoria. 
Siete decisamente lontani se credete che si tratti dell'ennesima serie in costume, un po' nostalgica, che ci fa fare un balzo indietro nel ricordo di un vecchissimo cartone animato visto da bambine. Qui si tratta di una bella operazione di traduzione degli aspetti mai approfonditi eppure esistenti nella serie di libri da cui è tratta la celebre storia dell'orfanella dai capelli rossi.

lunedì 16 settembre 2019

Il racconto dell'ancella - Margaret Atwood

Incipit: Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. L'impiantito era di legno verniciato, con strisce e cerchi dipinti, per i giochi che vi si effettuavano in passato; i cerchi di ferro per il basket erano ancora appesi al muro, ma le reticelle erano scomparse. Una balconata per gli spettatori correva tutt'attorno allo stanzone, e mi pareva di sentire, vago come l'aleggiare di un'immagine, l'odore acre di sudore misto alla traccia dolciastra della gomma da masticare e del profumo che veniva dalle ragazze che stavano a guardare, con le gonne di panno che avevo visto nelle fotografie, poi in minigonna, poi in pantaloni, con un orecchino solo e i capelli a ciocche rigide, puntute e striate di verde. 

Cercavo un aggettivo che potesse definire la sensazione che mi dà questo romanzo e non ho trovato di meglio: respingente
Un libro irrinunciabile e talmente forte da essere respingente è un ossimoro per me perfetto a descriverne la sensazione che lascia. Farei meglio a esordire scrivendo che chiunque ami una scrittura efficace, aderente alla propria materia, deve leggere questo libro, per quel connubio di trama e stile intimamente connessi, per il tema forte e delicato insieme, perché oggi, qui e ora, un tema come questo non viene avvertito più a distanza siderale, anzi. 

sabato 7 settembre 2019

Mio fratello rincorre i dinosauri - il film

Questa recensione è riservata a un film, uscito lo scorso giovedì, di quelli che non si possono perdere, protagonista ne è Francesco Gheghi
Sì, proprio lui, l'allievo che ha mosso i primi passi nella recitazione in tre anni di mio laboratorio ragazzi, il tenero Lisandro di una riduzione del Sogno di Shakespeare, l'energico Stregatto in Alice nel Paese delle meraviglie - che trovate qui - il bravissimo e indimenticabile mio Peter Pan, di cui ho scritto qui
Questi anni con Francesco sono stati indimenticabili, vibranti, speciali, inframmezzati da due sue precedenti esperienze importanti - il ruolo del ragazzo del passato nella trasmissione televisiva di Mika e il ruolo nel film Io sono tempesta con Marco Giallini - e culminano in questo film che lo vede al centro di una storia che tutti hanno amato, leggendo il best seller di Giacomo Mazzariol: Mio fratello rincorre i dinosauri
Il libro in sé è già un piccolo gioiello, perché approccia il tema della disabilità da un punto di vista inedito. Chi scrive è il fratello maggiore di un ragazzino down e il suo racconto non vuole dimostrare al mondo cosa un bambino con un cromosoma in più possa fare, quanto piuttosto portare il lettore dentro quel mondo particolare, fatto di tanti limiti eppure speciale, in cui la percezione delle cose è diversa, in cui l'incanto è sempre possibile.

domenica 25 agosto 2019

Notre-Dame de Paris - Victor Hugo

Incipit: Son oggi trecentoquarantotto anni sei mesi e diciannove giorni dal dì che i parigini si svegliarono al frastuono di tutte le campane suonanti a distesa nella triplice cinta della Cité, dell'Université e della città intera. 
Tuttavia il 6 gennaio 1482 non fu uno di quei giorni che la storia ricorda. Niente di memorabile nell'avvenimento che scuoteva così, fin dal mattino, le campane e i borghesi di Parigi. 

Il vero e proprio incipit di questo romanzo, di cui riporto solo le prime righe, è questo. A essere precisi, però, il romanzo si apre con una piccola prefazione dell'autore, quel celebre riferimento che riporta la data Marzo 1831, in cui Hugo parla di sé in terza persona, annunciando fra le righe un intento ultimo di questo monumentale romanzo: guardare indietro, al Medioevo, e rivalutarne la portata e l'importanza
'𝛢𝛮𝛢𝛤𝛫𝛨

La parola greca traducibile in "destino", che l'autore immagina essere stata scolpita in una delle torri della cattedrale, è il leit motiv di questa lunga narrazione, e qui ravvisiamo un ulteriore scopo, molto fedele allo stile di Hugo, ossia portare il lettore all'interno di una trama complessa da cui impara che una tragica e fatale necessità governa i destini dell'uomo.
È evidente che alla base del romanzo ci sia stato un progetto cui l'autore si attiene fedelmente. Non è previsto un "lieto fine", anzi. La finzione diventa una fedele imitazione della vita, giacché la storia, ambientata alla fine del XV secolo, è costruita rispettando eventi e parametri del tempo. 
Non sarebbe improprio definirlo, pertanto, "romanzo storico", se cerchiamo di individuare un genere. 

venerdì 2 agosto 2019

La bella estate, un tuffo negli anni Novanta.

Agosto è già qui. L'estate scorre come sempre veloce e sull'onda di abitudini che in parte riviviamo, in parte possiamo solo ricordare. 
Io quest'anno a luglio non mi sono mossa, impegnata come sono a sorvegliare i lavori di ristrutturazione della nuova casa.
La pelle senza un velo di abbronzatura già in luglio non è da me, ma tant'è. Fra pochi giorni andrò in Calabria per una sola settimana, quindi sarà un'estate dalle vacanze mordi e fuggi. 
L'estate per noi insegnanti è quel periodo che segna un certo significativo riposo dalle fatiche scolastiche - con tanto di critiche da parte di chi non sa niente di questo mestiere. I due mesi di stop servono per corroborare le forze e ripartire a settembre con le energie giuste per un nuovo anno scolastico. 
Insomma, eccoci a metà percorso di riposo e immersi in quel tempo dilatato e sonnacchioso che poco spazio lascia all'attività. 
In estate non riesco a combinare granché con la scrittura. Il cervello langue in una pigrizia assoluta. Tutt'al più posso leggere, alternando periodi di full immersion in qualche libro che mi piace a periodi in cui sembro non voler cominciare nulla. Non è un caso che mi stia trascinando da settimane nella lettura intermittente di Notre Dame de Paris di Hugo.