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martedì 5 aprile 2022

Manuale di lettura creativa - Marcello Fois

Incipit: Io sono un lettore compulsivo. Il che, presumo, sia una specie di malattia. I sintomi sono chiarissimi: a casa mia ho tolto dei mobili fondamentali per far spazio ai libri; abito in un appartamento dove ci sono circa 4500 volumi; e sono uno che, se si dimentica di prendere un libro per andare in bagno, legge tutte le indicazioni per l'ammollo dei detersivi e tutte le composizioni degli shampoo

Se ogni lettore si sente a proprio agio in particolare nella narrativa, leggere ogni tanto un libro sui libri può giovare e non poco. Non trovate che questo tipo di libro sia stuzzicante? 
Già ne avevo fatta esperienza con Recalcati e un suo tomo su come ogni vita di lettore si amalgami ai propri libri. Per chi volesse andare a curiosare, è qui: A libro aperto. Una vita è i suoi libri.
Se Fois si pone la domanda di quale lettore ideale ci sia per ogni libro, quaestio discussa oltretutto in questo post, il nostro spazia in realtà fra autori irrinunciabili, doveri dello scrittore, definizione di "romanzo classico". Spunti di riflessione interessanti.  

mercoledì 28 ottobre 2020

The King, ovvero l'arte della manipolazione nella scrittura.

The "King", omen nomen
Il re è lui in quella che si chiama "letteratura di consumo". Fra i dieci autori più letti al mondo, senza mai uscire dalla classifica nell'ultimo ventennio. Il sovrano delle vendite, colui che suscita aperta simpatia nel lettore perché costui impara cosa aspettarsi dal "re". 
E il "re" non delude mai. 
King ha scritto un manuale di scrittura arcinoto, contenente una gragnola di consigli che a leggerli fanno sembrare tutto così semplice. 
Poi sai bene che scrivere è difficile e non ti basterebbero due vite per capire come funziona una scrittura vincente. Fra le tante citazioni del maestro, mi piace in modo particolare questa:
Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi – e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. 
Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. 
Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: "Ne ho finito un altro", senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c'ero.

mercoledì 29 aprile 2020

La "cadenza d'inganno", ovvero come riesco a sconvolgerti.

Una delle cose di cui ricorderò di questa quarantena è la possibilità di imbattermi in parole e concetti nuovi, averne il tempo, ecco. 
Ebbene, ogni mattina, per non cedere al totale abbrutimento (ed evitare qualche chilo di troppo)  faccio un'ora di movimento in stile "maratoneta", con tanto di abbigliamento tecnico ad hoc. 
Impossibile senza qualcosa con cui distrarsi e far scorrere in fretta il tempo, così con tanto di auricolari seguo trasmissioni varie, interviste, conferenze, lezioni. 
Non avevo idea di quante cose si potessero apprendere con questo metodo. 

giovedì 27 febbraio 2020

L'explicit: come si chiude a effetto un romanzo?

Avevo intenzione di scrivere qualcosa su questo argomento quando ho concluso il secondo dei due post sull'incipit, che trovate qui e qui
Se uno dei grandi rompicapo dello scrittore è come iniziare un romanzo, difficile è anche chiuderlo ad arte.
Apparentemente parrebbe che aprire sia più impegnativo che chiudere, eppure un cattivo finale rovinerebbe tutto il romanzo, a volte rovina un buon romanzo. 

In una delle sue belle Lezioni americane, l'ultima, Italo Calvino affronta, confrontando i due estremi di una narrazione, l'importanza di una chiusura a effetto, in maniera direttamente proporzionale all'importanza delle prime righe. 
Nel romanzo classico il finale è un compimento, il completamento di un percorso, l'approdo, la conquista di un premio. La narrazione classica è in tal senso circolare, con un inizio, uno svolgimento problematico, poi un finale risolutivo. Ma il cosiddetto "finale chiuso" è il solo finale possibile?

mercoledì 22 gennaio 2020

Come iniziare una narrazione? L'importanza dell'incipit.

Calvino, nell'Appendice alle sue Lezioni americane scrive: 
Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo [...] il mondo dato in blocco senza un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita [...]. Ogni volta l'inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare. 

Come mi sia balenato in mente questo argomento è presto detto: nei momenti liberi in questi giorni sto riordinando la libreria, pronta a impacchettare il tutto per il trasloco - ci vorranno un paio di mesi ancora ma io mi porto avanti - così mi lascio tentare e apro libri su libri, sfoglio, rileggo, ripasso incipit ed explicit.

mercoledì 4 dicembre 2019

Il potere della musica nel racconto.

Eccomi al termine di un lungo "travaglio scrittorio", che mi ha tenuta occupata fra ottobre e novembre. Ho ultimato due copioni, uno riguardante Anna Magnani, l'altro è Notre Dame de Paris
Spossata e sollevata, posso adesso passare a un'ulteriore fase di questo processo creativo. 
Non tutti sanno che una parte fondamentale di ogni mio progetto teatrale è costituito dalla... musica.
Mi spiego meglio. A volte succede che proprio una musica ispiri il racconto, il che è già di per sé straordinario, oppure dopo averne scritto ogni passaggio non resta che completare la scena del corredo di musiche che andranno a costituire un parte per me fondamentale.

Mi capita di assistere a spettacoli teatrali in cui emerge la poca cura nei riguardi di questo ingrediente fondamentale. Commedie o drammi in cui rare volte una melodia ha solleticato il mio udito e mi ha meglio introdotto in ciò che viene rappresentato.

sabato 17 novembre 2018

L'editing di un romanzo secondo Murakami

In questo periodo leggo alcuni post riguardanti l'editing di blogger che hanno recuperato un vecchio romanzo per dargli nuova vita. Tema a me caro, come ho scritto anche qui

L'editing è una revisione generale della materia narrata, un ripercorrere da capo il percorso che spesso coincide con una rielaborazione perfino. Fare esperienza di editing è uno stimolo molto interessante per la mente.
Un esercizio cui non possiamo sottrarci, ma che dobbiamo anche essere capaci di fare. 
Se abbiamo creduto che gli scrittori più celebri al mondo abbiano il dono di scrivere un romanzo perfetto e pronto per la pubblicazione, abbiamo sbagliato su tutta la linea. 

Sto leggendo il bel testo Il mestiere dello scrittore, di Murakami Haruki, e scopro che un autore prolifico e attento come questo giapponese da milioni di copie vendute svolge ogni volta un lungo e certosino lavoro di editing. Riporto qui il suo metodo, perché curiosamente lo fa assomigliare a un autore qualunque. 

sabato 3 novembre 2018

Separarsi dalla propria storia narrata.


Scrivere. Interrogandoci sul perché si scriva, ci diamo una risposta simile a quella di tanti: è urgenza, bisogno. Ogni storia uscita dall'immaginazione è come una creatura che per molto tempo è stata dentro di noi. L'abbiamo pensata, ideata, accompagnata nel suo lungo cammino di "gestazione", per poi tornare indietro e ripercorrerla più e più volte. 

La mia storia narrata è un romanzo storico che è con me da più di vent'anni e sta lentamente prendendo una forma definitiva per essere portata... fuori
La mia protagonista con le sue avventure, le vicissitudini della sua epoca, il suo viaggio interiore e nel mondo e la strenua lotta alla ricerca di se stessa, è nata nella mia immaginazione durante un viaggio in America, nel 1997, in un pomeriggio assolato nel deserto dell'Arizona. Un viaggio desiderato a lungo e realizzato anche per guardare da vicino gli ultimi di una grande stirpe, i nativi americani, meglio noti come "indiani d'America".

venerdì 13 luglio 2018

Per chi scrivere? (con una digressione su chi definire realmente "scrittore")

In queste lente giornate di luglio ho modo di tirare il fiato dopo il caotico anno vissuto (noi prof/teatranti non viviamo il classico anno solare ma l'anno scolastico/stagionale) e leggere leggere leggere. 
Sono alle prese con il bellissimo Augustus di John Williams, ma mi concedo "scappatelle" qua e là, una rilettura a qualche bel passaggio che ricordo di un determinato romanzo, o una sbirciatina a libri che aspettano. Uno di questi è Il mestiere dello scrittore, di Murakami Haruki. 
Non voglio sbirciare più di tanto, perché immagino sia un libro da gustare, ma prendo a prestito qui un bel capitolo del libro, dal quale rubacchio il titolo per questo post. 
È presto detto: secondo il nostro lo scrittore scrive per se stesso. La scrittura è un'emergenza, un bisogno, e vi si riversa la propria esperienza supportata dall'immaginazione.
Andiamo a noi "scrittori" virgolettato, secondo una bella definizione "scribacchini", forse addirittura preferibile "scriventi". Mi capita di leggere qua e là diversi nuovi autori. Mi arrivano molte email in cui mi si chiede di recensire un romanzo, per altro. Smetto dopo le prime quattro, cinque pagine. 
Perché? Andiamo per gradi.