sabato 3 ottobre 2015

Sull'incipit

L'incipit. Bel problema per chi scrive. Una vera sfida. Argomento non nuovo fra i blogger che amano la scrittura, ma mi immergo anch'io in una possibile definizione, premettendo che ritengo l'incipit di fondamentale importanza nella stesura di un romanzo.  Ma andiamo per gradi. 
Scrive Italo Calvino, in Se una notte d'inverno un viaggiatore: Come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo.
Osservando lo stile di "attacco" di tanti scrittori, a mio parere la scrittura più affascinante è quella che spezza un andamento prevedibile e lineare, e lo scrittore valido non teme di farlo proprio nell'incipit. Gli incipit che mi appassionano di meno sono quelli che riescono a focalizzare fin dalle prime righe l'inizio di una storia, così come il termine "incipit" in sé richiederebbe. Per quanto questo tipo di incipit riesca a introdurre il lettore nella narrazione in modo invitante, non riescono a piacermi realmente. Prediligo gli incipit che non abbiano uno stile "tradizionale", non abbiano quel sapore di inizio di una storia, piuttosto mi intrigano quelli che irrompono prepotentemente, che sembrano arrivare dal centro di una storia. Le mie scelte, quindi, sono sempre indirizzate in tal senso e non so se possano essere definite buone o cattive in assoluto, però, per quanto mi riguarda, le trovo di sicuro seducenti e, spesso, sublimi nel senso romantico del termine.


L'incipit è un grande problema anche per il drammaturgo o lo sceneggiatore, che deve iniziare lo spettacolo o il film non solo con le parole - anzi, a volte anche "senza" le parole, ma con azione scenica, movimento ed espressività degli attori, immagini, capaci di creare situazioni possibili.
Uno spettacolo, qualsiasi esso sia, deve molto all'apertura di sipario, che è l'equivalente dell'incipit in letteratura. E' lì che lo spettatore - che è l'equivalente del lettore... ma in una dimensione personale e collettiva allo stesso tempo - viene "afferrato", incuriosito, stimolato o anche "ingannato" e sorpreso.
Così come in Letteratura e in Drammaturgia, infatti, anche in  in musica diventa essenziale la maniera in cui si decide di esordire: leggera, lirica o sinfonica che sia, l'attacco iniziale condiziona immancabilmente la qualità e la riuscita di una composizione di qualunque tipo.
Ecco alcuni fra gli incipit che mi hanno più colpito.

Sabbia a perdita d'occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell'aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell'uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un'inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.

Oceano Mare, Alessandro Baricco (il più evocativo)

È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell'una o dell'altra delle loro figlie.
Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen (il più "scaltro")

Penso che non si possano creare dei personaggi senza aver studiato a fondo gli uomini, come non si può parlare una lingua che a patto di averla imparata seriamente.La signora delle camelie, Alexandre Dumas (il più "onesto")

L'uomo con i libri sottobraccio uscì di casa e il mondo non c'era.
Guardò meglio e vide che c'era ancora, ma una fitta nebbia lo nascondeva, forse per salvarlo da qualche pericolo. Era il solito mondo e l'uomo ne vide alcuni dettagli ai suoi piedi: una crepa sul marciapiede, un brandello di aiuola, una foglia morta per i poeti, palminervia per i botanici, caduta per gli spazzini. Poi gli apparvero il tronco di un albero, lo scheletro di una bicicletta senza ruote e una luce gialla al di là della strada. Lì si diresse.

Achille piè veloce, Stefano Benni (il più fantasioso)
 Piccola annotazione: nella mia esperienza personale mi è capitato di dovermi concentrare su incipit che risultassero particolarmente ad effetto. Talvolta ho sfruttato questo "esercizio" anche in cattedra, quando mi accorsi che portando gli alunni a soffermarsi sull'inizio di una storia, ciò risultava utile nel mio lavoro di motivazione alla lettura. Qualche anno fa in una terza curammo tutti assieme un piccolo dossier intitolato "Incipit" che fu molto utile anche durante gli esami. In particolare, i ragazzi lavorarono anche su possibili seguiti della storia, scorporando l'inizio dal seguito. Quanto ne fui tentata io stessa! Ma non volli assolutamente interferire con il loro lavoro. Di fatto, ad ognuno degli esordi avrebbe potuto seguire qualsiasi storia, ma mi vietavo di continuarla e mi limitavo a commentare l'incipit in questione immaginando soltanto la trama, i risvolti, lo stile che quello avrebbe potuto trascinare con sé. E' stata un'esercitazione quantomai divertente e stimolante.
Quale tipo di incipit preferite: quello che si può definire "lineare", che introduce il lettore gradualmente nella storia, oppure quello che irrompe con prepotenza e "stordisce" e disorienta per poi ricomporsi in seguito? 

30 commenti:

  1. Ecco, vedo che anche tu ti sei cimentata sul tema incipit :) Anche nella tua lista hai incluso Jane Austen, ed è vero, si tratta decisamente di un incipit scaltro, che mette subito in tavolo non solo tematiche e ambienti che si andranno a trattare, ma soprattutto una precisa e inconfondibile marca stilistica propria della Austen.
    Fra le due tipologie che hai indicato tu devo dire che preferisco indubbiamente l'incipit che stordisce, anche se sono convinta che sia il più semplice per uno scrittore. Colpire con la linearità è il vero colpo di genio, ma lì ci vuole una tecnica stilistica immensa.

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    1. Giusto, Penny Lane, quello di Orgoglio e pregiudizio non solo è uno dei più begli "attacchi" esistenti nella narrativa di ogni tempo, per la sua complessità paratattica, ma ha il pregio di esporre la materia che si andrà a trattare, in certo senso è un'introduzione, una premessa.
      I più ritengono che la Austen sia semplicemente una scrittrice di storie d'amore... invece era ben altro.

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  2. Io personalmente preferisco l'incipit cosiddetto d'atmosfera, quello che ti fa entrare nel clima della Storia e che ti fa comprendere dalle prime righe che tipo di vicenda stai per andare a leggere, per capirci un po come l'incipiti creato da H.P.Lovecraft per "The Call of Chtulhu".

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    1. "La cosa più misericordiosa del mondo è, penso, l’incapacità
      della mente umana di correlare tutti i suoi componenti.
      Viviamo in una placida isola di ignoranza in mezzo ai neri
      mari dell’infinito, e non siamo fatti per navigare lontano.
      Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno
      finora danneggiato poco; ma un giorno il mettere insieme
      di una conoscenza dissociata ci aprirà tali terrificanti
      visioni della realtà, e della nostra spaventosa posizione
      al suo interno, che o impazziremo per la rivelazione o
      fuggiremo dalla luce nella pace e nella sicurezza di un
      nuovo medioevo".
      Notevole, in effetti. Non ho mai letto Lovecraft fra i grandi scrittori di questo genere. Forse perché dopo aver "attraversato" Poe pensi che niente possa piacerti allo stesso modo...

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  3. Io in genere non amo gli incipit troppo costruiti a tavolino. Quelli che cercano di convincerti a tutti i costi che stai per leggere chissà cosa. Preferisco inizi più discreti, che non si distaccano troppo dal seguito della pagina.

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    1. Scelta comprensibile. Del resto, esistono anche incipit "discreti" che depistano il lettore portandolo in direzioni diverse da quelle in cui improvvisamente si trova. Non mi viene in mente dove e quando abbia avuto questa sensazione.

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  4. Non amo la scrittura baroccheggiante, penso che questo sia il solo deterrente per me: quindi, se incontro un incipit assai pomposo, un po' mi scoraggio!
    Un incipit che mi ha stordito *__*
    Eccoli. Sono in sette. O per meglio dire, una mezza dozzina all'incirca, che da più libertà di manovra. Faticano a risalire le dune, arrancano nella sabbia, bisticciando, lamentandosi, desiderosi di compassione, desiderosi di essere altrove. Questo più di tutto: essere altrove. Non c'è altrove, per loro. Solo qui, in questa piccola cerchia.
    «Sbandata!»
    «Sbandamento.»
    «Bagnarola di una…»
    «Io l'avevo detto, l'avevo.»
    «È una sensazione talmente strana.»
    «Quel capitano dei miei stivali.»
    «E sì che gliel'avevo detto.»
    «Ma che escursione.»
    «Ascoltate!»
    Alle loro spalle la barca inclinata, incagliata in un banco di sabbia, riversa a dritta come un'ubriaca, panciuta, tutta un cirripede, tradita da un'onda anomala o da uno scherzo della marea e dagli errori di calcolo di un comandante alticcio. Hanno dovuto camminare nell'acqua bassa per guadagnare la riva. Così le cose hanno inizio. È una mattina di fine maggio. Il sole splende allegro. Come soffia il vento! Un piccolo mondo sta venendo alla luce.
    Chi parla? Io. Piccolo dio.

    da Isola con fantasmi di John Banville

    Buona domenica Luz! ^_^

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    1. Sì, un bell'esempio di attacco. Mi piace.

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  5. L'incipit è fonte di gioia e di infinita preoccupazione per ogni autore.
    Da lettrice credo di amare quegli incipit che mi fanno subito sentire chiara una voce diversa, che mi urlano "questa non è la solita storia che già conosci".
    Nella sua apparente disarmante semplicità uno degli incipit che preferisco è quello de "Il sergente nella neve". Attiva uno dopo l'altro tutti e cinque i sensi e in mezza pagina ti porta sulla riva del Don, in mezzo alla guerra. E non puoi più scappare dalla storia.

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    1. Mi piace questa tua definizione. In effetti, la sensazione è quella di una mano che idealmente si tende verso il lettore, che viene guidato in questo immaginario.

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  6. Riflessione molto interessante Luz. Personalmente non preferisco un incipit all'altro, quello che cerco è più un feeling, un'empatia con chi mi racconta la storia, e ovviamente la storia stessa. Di solito lo capisco appunto dall'incipit, a prescindere dalla sua tipologia. Mi deve convincere: non importa se parte in sordina o mi trascina con violenza, basta che riesca a ispirarmi quella sensazione di massima fiducia per la quale sono pronta a sospendere la mia incredulità, come disse Coleridge ^^

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    1. Infatti, Pamela, è proprio su quella capacità di persuadere che bisogna soffermarsi per comprendere se un inizio è un buon inizio. :-)

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  7. Mi piace che l'incipit mi riesca incomprensibile, ma mi faccia intuire una vicenda interessante (ed emozionante!) e uno stile personale nell'autore. A pensarci bene, chiedo molto! Per fortuna mi accontento anche di molto meno. :)

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    1. Ecco, quel carattere ineffabile che fa sempre bene a un buon incipit!

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  8. Sono un lettore paziente, ovviamente rimango colpito da un incipit brillante e che è nelle mie corde, ma non mi scoraggio di fronte a un esordio traballante.

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    1. Le commissioni di lettura delle aziende editrici dovrebbero avere la tua stessa fiducia. :-)

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    3. Tu ci scherzi, ma quando ho proposto il mio romanzo ho insistito, nonostante i primi rifiuti, proprio perché speravo in un lettore come me. Alla dodicesima casa editrice...

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  9. Mi piace quello che stordisce, quello che non fa capire dove ci si trova né perché.
    Sono di parte, ma amo quello di Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi.

    Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bei giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo.

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    1. Talmente bello e lineare da rappresentare un esempio da trasmettere ad alunni volenterosi di imparare cosa significhi scrivere bene.
      P. S. Benvenuto/a!

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  10. Davvero un'ottima trattazione del tema, specialmente nell'accostamento delle varie arti. E lo dimostra il fatto che stavo per scrivere un appunto dal punto di vista musicale, ma, rileggendo le tue parole e fermandomi un attimo a rilfettere, ho esclamato "eh no, ha ragione Luz" XD

    Concordo con quanto scritto da Calvino, da te riportato, specialmente nella frase: Tutto è sempre cominciato già prima, ed è l'atteggiamento che tendo ad utilizzare quando inizio una qualsiasi opera caratterizzata da un filo logico narrativo, che sia un libro, una rappresentazione visiva (teatro, cinema, tv) o un concept album.

    Quindi in verità non esiste -per me utilizzatore passivo- un modo ideale di iniziare, quello che non deve mancare assolutamente è la scintilla che accende l'interesse, piccola fiamma nell'oscurità o grande incendio che travolge, l'importante è che mi attragga a sé.

    Probabilmente, fossi invece autore attivo, mi metterebbe non poco in crisi :D

    Per non parlare dei finali... anzi no, parliamone: farai un bel post anche su quelli, vero? Vero? (diavoletto tentatore in azione :P)

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    1. PiGreco, finalmente qui anche tu, che ho trovato arguto e brillante fin da subito.
      Sì, le forme di comunicazione, siano essere scrittura, pittura, teatro, musica, si pongono tutte lo stesso problema. Quell'inizio, quel luogo dove tutto comincia, in realtà non è che parte di un "tutto" del quale stiamo cogliendo un dettaglio. Ecco perché diffido di tanti esordienti che non prestano vera attenzione a questo aspetto del dettaglio.
      Mi tenti a trattare l'explicit? Sappi che sai essere persuasivo! :-P

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    2. *piacione mode on*
      Mi aspettavi, eh?!
      Ed eccomi qua a dirti: bell'incipit di risposta al mio commento, sei riuscita a mettere in luce alcuni miei amabili difetti, non è da tutti ;)
      *piacione mode off*

      Battute a parte, ti ringrazio e ricambio con un similis cum similibus :P

      Per quanto riguarda gli esordienti, faccio un passo oltre. Questa distinzione tendo a non considerarla, visto che essere alle prime armi (chi più, chi meno) non rappresenta un'indicazione di valore o mancanza di esso. Tanti autori blasonati hanno commesso passi falsi, così come tanti novellini hanno saputo stupire: fortuna o talento che sia, possiamo solo valutare caso per caso, opera per opera.

      Altro discorso è la ricettività, la sensibilità e anche il gusto personale di chi si trova davanti l'opera in questione, e su questo si potrebbe discutere per ore e oltre :D

      Uh mamma! Mi attribuisci tale potere?
      Riconosco di avere talvolta buone intuizioni e sensazioni, e mi risulta abbastanza naturale cercare di essere da stimolo quando ne ho quel minimo di convinzione in più.
      Sfruttando allegramente Aristotele: io noto la potenza e mi muovo in cerca dell'atto.

      Poi magari ci avevi già pensato di tuo e tutta la bella metafisica se ne va a donnine allegre, ma l'importante resta il risultato :P quindi mi metto in attesa del futuro post sull'explicit :D

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    3. Le posizioni equidistanti dalle infinite possibilità umane mi piacciono per la loro saggezza.

      Pur se esula dal contesto: PiGreco, perché hai scelto il nickname "pigreco"? Devo assolutamente liberarmi di questa curiosità. A me sovvengono lontani giorni di liceo (classico) e pagine di discipline che mi sono rimaste oscure (avare che non sono state altro!).

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    4. Quella frase starebbe bene come sottotitolo nel blog :D

      Tornando OT, utilizzerò per pigri-furbi-zia quanto scritto da Ivano tempo fa:

      Le origini del mio nick risalgono a più di 20 anni fa (mamma mia come passa il tempo) quando, per la mia affinità tricologica ad una popolazione stanziata nella Grecia nordorientale, un amico dell'epoca mi affibbiò il soprannome di Greco (Tracio non suonava poi così bene). In poco tempo ci fu la personalizzazione con l'aggiunta di Pi: iniziale del mio nome (Paolo) + un banale articolo il. Da questo ne deriva anche la scrittura con le maiuscole (a cui tengo particolarmente).
      Tutto questo favorito dalla mia passione per la matematica, e non solo, e dall'espediente di associarmi caratterialmente al trascendente numero e alle curiosità che ruotano attorno ad esso.


      Potrebbe essere un buon incipit, o no? :D

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    5. Ah ah ah gustosa storiella che ben si presterebbe a essere un incipit, di fatto.
      Intanto, valuterò quell'aforisma mio creato sull'ispirazione del tuo commento. Che forse gli aforismi nascano proprio così?

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  11. Sarà che ho da poco terminato le Lezioni americane di Calvino, il cui ultimo capitolo è proprio dedicato agli incipit (e agli explicit), ma questo argomento, ultimamente, mi stuzzica molto, soprattutto per le sue potenzialità didattiche: il mio sogno è poter proporre in un liceo una storia della letteratura fatta di riflessioni sullo stile e la tecnica narrativa, uscendo dalle gabbie cronologiche imperanti nell'impostazione didattica.
    Scrivevo già da Penny che fra gli incipit che amo di più ci sono quelli de Il fu Mattia Pascal e Le Confessioni d'un Italiano, ma anche quella di Se una notte d'inverno un viaggiatore ha il suo perché. Detto ciò, non saprei dire quali tipi di incipit preferisco, perché, se è vero che questi catapultano già nel cuore della storia (soprattutto il primo), non mi dispiace arrivare al "succo" dopo essere stata accompagnata un po'qui e là o addirittura sviata dall'autore... per esempio ora, dopo oltre cento pagine dall'inizio di 1Q84 di Murakami, pur dovendo ancora entrare pienamente nel vivo della vicenda, non mi sento affatto annoiata o appesantita dai molti dettagli apparentemente insignificanti. Immagino che anche qui il mio amore per la varietà aiuti!

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    1. Il valore didattico di un'analisi dell'incipit è innegabile. Se farai questo tentativo, fammene sapere gli esiti. Insomma, stai continuando il tuo viaggio in Murakami, ne sono contenta.

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  12. Non avevo riflettuto sull'importanza dell'incipit anche in un testo teatrale, grazie per il tuo spunto. In effetti tra le arti ci sono continui collegamenti.

    A me piacciono molto gli incipit evocativi e d'atmosfera, a patto che poi mantengano quello che promettono. Mi è piaciuto molto anche l'incipit di Stefano Benni che hai proposto, molto surreale!

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    1. Sì, le arti tutte si intrecciano e si sostanziano a partire dal loro punto di partenza. :-)

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