martedì 3 luglio 2018

Viaggio multimodale dentro me stessa

Tornare a riprendere il filo del discorso dopo settimane di assenza dal blog non è semplice. 
La scrittura esige continuità e capita di essere come storditi nel pensare a un nuovo post, ragion per cui rispondo all'invito di costruire un post come quello di Marco Lazzara, tentando di fare un percorso simil-psicoanalitico per immagini.
L'idea è piacevole, in particolare per chi fa dell'espressione artistica una delle componenti del proprio comunicare. 
E poi semplicemente perché amo l'arte, la letteratura, il cinema e la musica e raccontarsi attraverso un esempio è intrigante.  Fuori dal mio elenco, questo dipinto di Magritte, che esprime il senso del discorso e contiene un elemento per me fondamentale: il sipario e il doppio. Usciamo però dall'ambito strettamente teatrale e avventuriamoci in altre lande.

venerdì 22 giugno 2018

Mettere Peter Pan in scena è un'impresa titanica - Laboratorio teatrale 2017/2018

Fine di un anno di teatro, cominciato dal settembre scorso con la fondazione della mia associazione Carpe diem. Teatro e altre arti e culminato con un successo per certi aspetti inatteso: la messa in scena di Peter Pan
Non avevo dubbi che lo spettacolo del laboratorio ragazzi sarebbe stato questo, per quella serie di positive convergenze che al momento ho a disposizione, prima fra tutte l'attore giusto per interpretare il protagonista, Francesco Gheghi, conosciuto anche per aver preso parte al cast dell'ultimo film con Marco Giallini ed Elio Germano, Io sono tempesta (qui).
Francesco è un camaleonte, un "animale da palcoscenico", ha il sacro fuoco della recitazione nelle vene. Ci adoriamo reciprocamente e lo dimostriamo palesemente, ci abbracciamo, ci scontriamo, ci confrontiamo. 
Lui ha 16 anni, è un giovane virgulto, un diamante grezzo, ha un carattere solare e vulcanico. Ha il senso della battuta, è anche un comico nato. Gioca con le parole, imita bonariamente sua madre newyorkese, si destreggia fra provini, cinema, partecipazione a programmi televisivi (è stato il bravissimo Gigi nella fiction "Il ragazzo venuto dal futuro" nel programma tv Stasera casa Mika).
Bene, il Peter Pan perfetto porta automaticamente ad affrontare questa corazzata, che si è dimostrata tale in corso d'opera. L'ultimo mese ci ha portati a tre prove settimanali, una maratona in cui famiglie e allievi si sono destreggiati fra impegni e ultime interrogazioni a scuola, non ultimo l'esame di stato di due del gruppo.

domenica 20 maggio 2018

Si fa presto a dire "leggi!"

Ultimamente la mia tenacia riguardo al progetto di far leggere un libro al mese nelle mie due classi ha perso qualche colpo. 
Sono un tipo umorale, forse è un retaggio del creativo che c'è in me, non dovrei cedere a questa tentazione, da prof, ma è così.
Il mio umore è cambiato al momento di raccogliere i frutti di questo progetto, quando i ragazzuoli mi hanno presentato delle relazioni sulle letture fatte. 

Minimal, poca argomentazione, insomma deludenti. 
Anche lo stimolo del riportare una citazione dal libro letto non ha dato i frutti sperati. Qualcosa deve cambiare. Siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi ogni correzione di tiro andrà pensata per il prossimo anno o tutt'al più per qualche giudizioso che in estate leggerà almeno un paio di libri. 
I ragazzi vedono imporsi questa cosa come prettamente "scolastica". Insomma, leggo perché rientra fra i compiti che mi ha dato la prof. Ma se leggo solo perché è un compito specifico, come faccio a percepire la lettura come qualcosa di piacevole, come faccio a diventare un lettore?
Mi autocito, ribadendo quello che ho scritto qui.

lunedì 14 maggio 2018

Blog tour "Come un dio immortale" - Lyra



Partecipo volentieri al Blog tour sull'ultimo avvincente romanzo di Maria Teresa Steri: Come un dio immortale, che ho recensito qui
Nell'istante in cui ho deciso di partecipare, sapevo già che il mio tema preferito sarebbe stato la sua protagonista femminile: Lyra. La rossa, affascinante, misteriosa Lyra mi ha colpito fin dalla sua prima descrizione, quando Flavio, risvegliandosi dopo essere stato aggredito, sente il battito del cuore fermarsi alla vista di un paio di occhi cristallini di un azzurro screziato di grigio che lo fissavano spalancati. Appartenevano a una giovane donna dalla pelle bianco latte, le guance appena velate di rosa e spruzzate di lentiggini. 
Lyra è il perno attorno al quale la vicenda si dipana, è l'anello di congiunzione fra il mondo di Flavio e quello incorporeo, il mistero incarnato, in un misto di fragilità e di forza che continua a farmi ritenere questo personaggio assolutamente adatto alla scrittura di un prequel sulle sue vicende. 
Ora la parola a Maria Teresa, che ci offre un'analisi molto accurata di questo personaggio.

mercoledì 9 maggio 2018

Come conservare i libri?

A raccolta, blogger, perché vorrei offrirvi la possibilità di riflettere su un argomento alquanto trascurato riguardante i libri: la loro conservazione
Credo che tutti sappiate che i libri si possono ammalare. Ebbene sì, la carta è sottoposta a un deterioramento impercettibile eppure distruttivo. 
Facciamo prima un po' di chiarezza: concordo con chi afferma che i libri non si possano conservare per sempre, che vanno usati, consumati, vanno fatti circolare perché di fatto veicolano idee. 
I libri sono dopotutto dei contenitori, quello che conta è il loro contenuto.
In virtù di questa premessa, alzi la mano chi non ha a cuore la manutenzione e il destino dei propri amatissimi tomi. Ben pochi. 
Se è normale chiedersi come si siano formate le nostre biblioteche e a chi lasceremo i nostri libri non possiamo non porci affatto il problema della loro "manutenzione".
In Italia, dal 1938, esiste un luogo dove si studiano tutti i modi possibili coi quali un libro si può ammalare. È l'ICRCPAL, l'istituto che si occupa della tutela e il restauro del patrimonio librario, un tempo noto come Istituto per la patologia del libro
Sono entrata in questo mondo nell'anno di studio presso la Scuola vaticana di biblioteconomia - ne racconto qualcosa qui - quando in una delle nostre visite fuori aula ci portarono in questo luogo di delizie. L'istituto tuttora si occupa del restauro e la conservazione di importanti beni librari ed è specializzato anche nella conservazione preventiva di tali beni. In particolare, il lavoro si svolge su incunaboli e carte provenienti anche dal resto del mondo. Il suo prestigio è a carattere internazionale.

I nemici giurati del libro
- umidità (la principale causa di degrado, provoca variazioni pericolose, le pagine si macchiano, si appiccicano, i libri assumono il classico odore di stantio),
- calore (dannosi sia riscaldamenti che condizionatori, candele, stufe, radiatori),
- luce diretta del sole (sbiadimento, sbalzo di temperatura),
- carico sui libri (si impedisce che la carta "respiri")
- polvere (lascia che proliferino piccoli parassiti come il classico "pesciolino d'argento")
- insetti (spesso fanno nidi fra i libri, anzi vanno a crearcisi micromondi) 

Cosa possiamo fare:
- tenere le nostre librerie lontano da fonti di umidità come cucina e bagno, se poste in un seminterrato, evitare di posizionarle su un lato non abbastanza arieggiato; 
- scegliere il più possibile una parete lontano dai termosifoni, evitare il caldo secco con ogni mezzo;
- ricordarsi di non lasciare che la luce diretta del sole baci la nostra libreria, proteggiamola almeno tirando una tenda
- riporre i libri sempre in posizione verticale, non divertiamoci a comporre tetris, belli a vedersi e utili per risparmiare spazio ma dannosissimi; 
- spolverare almeno due volte all'anno i libri, uno per uno, con un pennello morbido lungo la costa e le pagine (evitare assolutamente stracci umidi, saponi e sgrassanti), e coprire i libri se si fanno lavori di muratura;
- non riporre piante troppo vicino alle librerie, da lì a un'infestazione di insetti il passo è breve, oppure con un rimedio della nonna, lasciare qualche grano di pepe nero sugli scaffali di librerie in legno (valgono anche menta, lavanda e rosmarino).

Libreria "Acqua alta" a Venezia: caratteristica ma anche luogo di pessima
manutenzione del libro. Varrebbe comunque una visita per il suo "folklore".

I libri vanno protetti anche dai loro lettori (!)
- non sfogliamoli con mani umide 
- non pieghiamo gli angoli delle pagine 
- non sottolineamoli 
- non lanciamoli
- non consumiamo cibo mentre leggiamo
- non usiamoli per la gamba più corta del tavolino

Ok, quest'ultima parte era fra il serio e il faceto 😁 
Valgono poche e precise regole: se vogliamo proteggerli, vanno ben riposti, puliti, usati correttamente. Insomma, rispettati. 
Credete di rispettare queste regole? Che tipo di conservatori di libri siete? 

martedì 1 maggio 2018

La deriva educativa (o della "sfamiglia").

Sfoglio distrattamente un testo di Paolo Crepet che lessi diversi anni fa, Sfamiglia, e scopro di averne sottolineato diversi passaggi. 
È un bel libro, i cui contenuti possono trovarci d'accordo o meno, che offre l'opportunità di riflettere sul tema della deriva educativa, a detta di Crepet derivante essenzialmente dalla perdita di ruoli nella famiglia (il che mi trova grossomodo d'accordo). 
Un tema quanto mai scottante, alla luce di fatti gravissimi che i social rendono pubblici. 
Ci si chiede se sia realmente una novità il bullismo imperante. Dopotutto, negli Ottanta, non accadevano fatti del genere? Io ne ricordo un paio gravissimi nell'Istituto professionale non lontano da dove abitavo. Non c'erano telefonini a fissare la scena e a moltiplicarla esponenzialmente, ma tant'è. 
Anche se ricordiamo qualche episodio, il bullismo attuale è un fenomeno diventato preoccupante, perché si muove non solo fra pari ma in aule scolastiche, con azioni gravemente offensive nei riguardi di insegnanti inermi e mortificati
Cosa si è rotto in questa istituzione? Ne ho scritto qualche riflessione qui
Tornando a Sfamiglia, i capitoli corrispondono alle lettere dell'alfabeto e a ciascuna lettera corrisponde una parola chiave per la disamina del problema. Ne prendo alcune, per limitare la lunghezza del post. I corsivo i passaggi sottolineati cui seguono le mie osservazioni.

martedì 24 aprile 2018

La donna giusta - Sándor Márai

Incipit: Ehi, guarda quell'uomo. Aspetta, fa' come se niente fosse, continuiamo a chiacchierare... Se si voltasse potrebbe vedermi, e io non voglio che mi saluti. Ecco, adesso puoi guardarlo... Quello basso, tarchiato, con il cappotto dal collo di martora? Ma figurati! Quello alto, pallido, con il cappotto nero, che sta parlando con la commessa. Si fa incartare della scorza d'arancia candita. Strano, a me non l'ha mai comprata, la scorza candita. 

Come mi ero ripromessa, dopo l'esperienza di Le braci ho letto un altro dei libri di Márai, fra i suoi tre più noti. 
Avevo sentito di questo romanzo una recensione molto appassionata in tv, a cura della scrittrice Michela Murgia. Da lì ero partita poi con la prima esperienza di lettura dello scrittore ungherese, per poi approdare a questa monumentale narrazione divisa dapprima in due e poi, in successive edizioni, in quattro parti. In una nota leggo che la prima versione, apparsa in Ungheria nel 1941, era intitolata "Quello giusto", con valore neutro. Otto anni dopo il romanzo viene pubblicato in Germania integrato dall'autore con una terza parte. A sua volta questa terza parte rielaborata nel 1980 fu data alle stampe con l'epilogo. Dalle diverse stesure, si direbbe che Márai abbia considerato questo il suo capolavoro, ma non ne sono tanto certa. 
Continuo a preferire nettamente Le braci, al quale Márai deve la sua fama, ma non si può negare che La donna giusta sia imperdibile per chi voglia percorrere la scrittura di questo autore raffinato.
Alla base dell'intreccio troviamo la più classica e inflazionata delle storie: un intreccio amoroso. Lei ama lui, lui ama l'altra. 
Difficile crearne una trama così originale, però, perché la stessa storia viene narrata proprio dai tre, secondo i loro tre punti di vista differenti
Già solo per questo dettaglio varrebbe una lettura. Spiazzante, perché al realismo si aggiunge uno scandaglio psicologico innegabilmente interessante. La prima delle tre voci è quella della moglie tradita, Marika, e il lettore non può che schierarsi con lei, ne ammira la compostezza, le scelte, comprende l'inevitabile epilogo. Nella seconda voce, quella di Peter il marito fedifrago, l'autore mette il lettore nelle condizioni di comprenderne le ragioni, guardare agli eventi da un'altra angolazione, capire l'ineluttabilità del compiersi di quella relazione. 
Fino a quel momento, l'altra è sullo sfondo. Il lettore la percepisce come oscura e impenetrabile, come da copione è la guasta-famiglie, quindi eticamente riprovevole. Invece il gioco fra le parti sta tutto lì, lo spiazzante punto di vista, il terzo, dell'amante poi moglie del protagonista, e non si può fare a meno di comprendere anche lei, parteggiare per ogni suo atto. 
Nella voce narrante di Judit, l'altra, si svela il vero intento di Márai: la feroce critica della borghesia e della civiltà delle macchine. E Judit rappresenta la cuspide in questo triangolo in cui l'amore non trova reale spazio
Sì, perché l'amore di Marika è morboso, nei modi perfettamente in linea con il perbenismo alto-borghese in cui i coniugi si muovono, nel segreto di ogni gesto è una ricerca disperata del motivo per cui Peter non ricambia i suoi sentimenti. 
L'amore di Peter per l'altra è in realtà una sorta di attrazione fatale, una forma manifesta di opposizione ai canoni sociali, perché Judit è una cameriera - arrivò con un fagotto in mano, come le fanciulle delle fiabe popolari - e amarla significa frantumare ogni possibilità di accettazione da parte del bel mondo. 
Judit prova amore anzitutto nei riguardi di se stessa, perché vede nella propria bellezza e seduzione la possibilità di un riscatto per sé e di un attacco programmato alla classe sociale cui Peter appartiene. 
Sullo sfondo, il disfacimento della città di Budapest sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e con esso il disfacimento di quel capitalismo che sarà spazzato via dal comunismo sovietico. 
Márai si conferma un autore di grande pregio. Alcune descrizioni sono la sua stessa voce, c'è molto del suo autore in questo romanzo. Ha anche il pregio di scegliere la narrazione in prima persona a un interlocutore immaginario. Qualcosa molto vicino al monologo-soliloquio, qualcosa di teatrale
Affida a Peter una lucida critica dei "tempi moderni":
È come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all'animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i greci, ecco, loro saranno stati felici. Si ammazzavano l'un l'altro allo stesso modo in cui massacravano le genti straniere, [...] e tuttavia possedevano un gioioso e straripante senso della comunità, perché erano colti, nel senso più profondo. Noi invece non viviamo in una vera cultura, la nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. 
Nella visione di Peter, essere borghesi richiede uno sforzo continuo. 

Peter descrive Judit:
E siccome era bella da togliere il fiato, di una bellezza così fiera, virginale e selvaggiamente compiuta, un perfetto esemplare della creazione divina, che la natura riesce a disegnare e a fondere con tanta perfezione un'unica volta, la sua bellezza prese a influenzare pian piano l'atmosfera della casa e la nostra vita come un sordo e continuo sottofondo musicale.

Judit, personaggio chiave, al suo turno di narrazione si rivela molto legata all'amico di Peter, il "testimone", colui che del protagonista tutto sa e tutto comprende. Lázár è lo scrittore, un metaforico "avvocato difensore" di Peter, una figura simbolica che incarna la visione della letteratura per l'autore. Non riporto i numerosi passaggi riguardanti questo aspetto, ma sono davvero notevoli. 
La quarta e ultima parte, che racchiude la narrazione del batterista, ultimo amante di Judit, è a mio parere una ridondanza e non l'ho apprezzata granché. Le tre voci del romanzo sono esaurienti a tracciare il ritratto di tre anime e dell'epoca in cui si muovono. 
Non resta che leggere il terzo dei romanzi più noti di Márai, Divorzio a Buda

martedì 17 aprile 2018

Le madri straziate, la Letteratura e la Storia.

Questo è un episodio accaduto qualche mese fa nella mia terza classe delle medie, una di quelle manciate di minuti che ti fanno pensare che non tutto è perduto riguardo all'interesse dei ragazzi per la letteratura. 

Mi è tornato in mente perché mi è passata dinanzi l'immagine dolente di una donna, una madre probabilmente, che tiene fra le braccia una bambina priva di sensi; lo scenario è quello della Siria dei giorni dell'attacco ad Aleppo, della tragedia degli ennesimi attacchi chimici ai danni di popolazioni inermi e innocenti di un paese martoriato. 
Preferisco non pubblicarla, per pudore e rispetto. 
Come la madre siriana, la madre di Cecilia del celebre brano de I Promessi Sposi, è il simbolo di tutte le madri straziate dal dolore
Sembrerebbe un paragone azzardato, eppure la forza che emana dalle parole di Manzoni è innegabile e rappresentativa. 
Uno dei compiti di un insegnante di Italiano dovrebbe essere quello di far comprendere quanto la letteratura sia universale e trasversale. Non v'è letteratura lontana dalla realtà in cui prende forma. Manzoni, strenuo ricercatore di dettagli in fase di preparazione di quelle che saranno le diverse stesure del suo capolavoro, attinge alle cronache della peste che decimò Milano nel XVII secolo. 
Era la mattina in cui avremmo chiuso l'argomento Manzoni, ma i brani che presenta il nostro testo non esauriscono il discorso sulla bellezza di certi passaggi. E meno male che comprende l'addio monti e la descrizione della Monaca di Monza
Non si potevano perdere le righe della madre di Cecilia, così le ho cercate sul mio tablet e ho richiamato la loro attenzione intanto descrivendo il momento. 
La madre di Cecilia ha un portamento dignitoso, nobile, nell'atto di consegnare la propria figlia ai monatti, gli incaricati pubblici di portare i cadaveri nei lazzaretti. La descrizione di Manzoni è minuziosa, solenne, è il punto di vista di un autore che può ben definirsi "realista" e allo stesso tempo partecipe di ciò che narra. 
La mia lettura quella mattina è stata accorata, il mio tentativo è stato quello di far entrare idealmente i ragazzi in quei minuti narrati. E loro sono stati silenziosi, rispettosi, alcuni hanno detto che era un passaggio bellissimo. 
Eccolo qui di seguito. Mi sento di dedicarlo alle madri che non hanno voce, raccontate solo dalle immagini di reporter di guerra. 

Un'immagine di Aleppo, oggi
Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne cuori. 
Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo dintorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così».Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. 
La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’ io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

lunedì 9 aprile 2018

Quando uno spettacolo teatrale è brutto?

Niente di più futile, di più falso, di più vano, niente di più necessario del teatro. 
Così scriveva Louis Jouvet, stigmatizzando la contraddizione insita nel teatro. 

C'è dell'ottimo teatro fra professionisti e amatori, così come c'è del pessimo teatro in entrambi gli ambiti. Vi è mai capitato di assistere a uno spettacolo teatrale in cui vi sia venuta la sana voglia di alzarvi e andarvene?
A me è capitato di assistere a più di uno spettacolo teatrale noiosissimo: questo è un giudizio da spettatrice. Se ci aggiungo che li ho guardati anche con l'occhio un po' esperto di chi pratica il teatro sul palcoscenico e fuori, direi che erano oggettivamente brutti

mercoledì 4 aprile 2018

La noia (un "jet lag" tutto primaverile)

Sono appena tornata dalla Calabria da quattro giorni intensi, come lo sono sempre quelli che trascorri rivedendo la famiglia e i luoghi dove si è nati e cresciuti. 
Le vacanze pasquali in Calabria hanno un leit motiv che va dall'affondare nel divano di mia madre guardando assieme a lei programmi televisivi che non guarderesti mai a casa tua, al passeggiare avanti e indietro sul lungomare che si affaccia su un pezzetto di Tirreno che in giorni primaverili assume colori diversi e un variare di onde, fino ai pantagruelici pranzi in cui il palato di riabitua festoso ai gusti di una cucina che sanno tener viva solo le donne della generazione precedente. 
La Pasqua finisce con l'essere bella, breve e intensa, troppo breve per chi si ritrova catapultata in giorni scolastici in cui attendono le famigerate Prove Invalsi per la prima volta on line. 
Ho scritto proveinvalsi? Sciò, non voglio pensarci almeno oggi, adesso, qui.