mercoledì 7 ottobre 2026

Max, Mischa e l'Offensiva del Tet - Johan Harstad

Incipit: Il giorno inizia.
E non ci puoi fare niente. Niente di niente. Né per il giorno che inizia, né per il resto, niente. La cosa peggiore è svegliarsi ogni mattina sopraffatti da questa delusione: un altro giorno davanti. E non si scappa, deve sempre ricominciare tutto da capo. Mai che si possa proseguire dal punto in cui ci si era interrotti il giorno prima, che un martedì continui a essere martedì finché non arriva la neve, macché, deve rimettersi tutto in moto da capo, pedantemente, senza eccezioni ogni ventiquattr'ore, spaccato il minuto e il secondo, come un bambino irritante e pignolo che cerca di far colpo ostentando un senso della puntualità esagerato. Pensa se potessimo sperimentare, che so, una settimana lunga il doppio: se non altro ci risparmieremmo tutti quei lunedì sbattuti in faccia. Un giorno, una settimana non fanno in tempo a finire che già si ripresentano, te li consegnano davanti alla porta mediocri e sempre identici a se stessi, te li infilano nella buca delle lettere, te li lanciano nelle finestre aperte, te li spingono giù nel camino, te li cacciano in gola, giù per l'esofago, come un abbonamento che non riesci a cancellare e chi lo vende non immagina nemmeno lontanamente che si possa voler vivere senza. 

Editore: Sellerio
Pagine: 1243
Prezzo: € 28,00

Sellerio manda a segno un bel colpo con questo romanzo di Johan Harstad - scrittore norvegese considerato una delle penne più autorevoli fra gli autori scandinavi - diventato un vero e proprio "caso" fra i social a tema libri. È stato il libro più diffuso e raccontato nei mesi estivi, erroneamente paragonato a Una vita come tante (che ho recensito qui) ma che con quello ha in comune perlomeno il grande successo (e la mole). 
Ok, non si dovrebbe andare troppo dietro ai successi del momento, ma se a me è capitato di farlo è perché nella trama aveva alcuni aspetti che mi piace leggere in un romanzo, prima fra tutti lo sradicamento dalla terra delle origini e il conseguente adattamento in terra straniera. 
Come tutti i romanzi "mattone", MMOT (lasciate che lo scriva così, perché è arduo riportare ogni volta il titolo) va affrontato con metodo. Anzitutto è necessario entrare nel vivo della trama, e per come Harstad tratta la propria materia narrata devi attraversare un centinaio di pagine. Poi ci si dà un limite minimo di pagine ogni giorno e si tiene duro. Non sono pochi i momenti in cui si avverte una certa stanchezza, ma immagino accada un po' con tutti i romanzi di questa mole. 
Se si ha la fortuna di sintonizzarsi su questa storia straordinaria, si perdonano allo scrittore tutte le digressioni e l'ossessione per il dettaglio e si entra in queste vite, in quello che è stato definito "libro-mondo". Per me grandissima esperienza di lettura. 


Johan Harstad
MMOT è un vecchio romanzo, in realtà. Fu pubblicato nel 2015 in Norvegia, vinse nel 2018 il Premio Europeo per la Letteratura, in Germania è stato definito "il più grande romanzo americano scritto da un europeo". Non è ancora stato tradotto in inglese (!), immagino non sia stato ancora preso neppure in considerazione dagli editori oltreoceano. Eppure... sarebbe perfetto da quelle parti. 
Fosse anche solo per il fatto che il romanzo di formazione è sempre materiale interessante nella carta stampata, MMOT meriterebbe a mio parere di essere annoverato fra i migliori di questo genere. 
Qui abbiamo tutti gli ingredienti del bildungroman, con il valore aggiunto del racconto dell'emigrante, dello spatriato in cerca di identità. Abbiamo gli Stati Uniti degli anni '90 e degli anni del nuovo millennio fino al 2012, abbiamo il racconto di un adattamento, di una passione per il cinema, di una famiglia che si disfa, di un'amicizia preziosa, di un amore profondo. 
Ci sono pagine di una tale intensità che - cosa che non mi era ancora accaduta - ho riletto più volte, in silenzio o a voce alta. E che rileggerò. 
Raccontarvi MMOT non è semplice senza spoilerarne gli snodi essenziali. Ci provo. 

Max lo "spatriato"
Harstad costruisce l'intreccio attorno alla voce, in prima persona, di Max (riservandoci poi sorprese su questo aspetto) e attorno a una materia che conosce assai bene. Insomma, Max e il suo creatore hanno molto in comune. La città norvegese dalla quale emigra è Stavanger, dove Harstad è nato, entrambi sono drammaturghi e lavorano per il teatro - altro dettaglio non da poco per i miei gusti personali. 
A ridurre l'intero intreccio in una definizione, mi verrebbe da dire che MMOT è la storia di Max e della sua ricerca di un luogo da definire proprio, dove ritrovare quella parte di sé lasciata, con dolore, in Norvegia. Come ogni emigrante, Max - ma anche sua madre e suo padre - cerca di costruire un'integrazione con la terra di adozione, e lo fa appellandosi al proprio diritto di avere un vero amico, un amore, un lavoro, una casa. Sono tutti elementi al di fuori di sé, il problema è che quella radice delle origini non è mai del tutto estirpata, Max si porta con sé, da adolescente e poi uomo, tutti i limiti del non essere, del non sentirsi mai pienamente dentro quella nuova vita.
Il solo conforto è rappresentato dalle relazioni umane, l'amicizia di Mordecai e l'amore, totalizzante, per Mischa. Harstad ci racconta la relazione di amicizia e quella d'amore in un modo che ho trovato travolgente, commovente. Sono relazioni importanti, salvifiche, ma la vita segna il proprio ritmo, non è mai immobile, non ti permette di cantare vittoria. Harstad ci insegna che siamo dentro un'esperienza in continua trasformazione, che non può non riservarti gioia e dolore, vita e morte, cieli azzurri e tempeste tropicali. 
La vita finisce con l'essere quella cosa che va in una certa direzione mentre fai altri piani, mentre cerchi di fare tutto benissimo, mentre tu stesso stai cambiando e finisci con l'esserne consapevole senza drammi. 

Il tenero Mordecai
Raccontare l'amicizia non è mai semplice senza cadere, o scadere, nei più prevedibili cliché. Sappiamo tutti, più o meno, in cosa consista poter dire "tu sei mio amico, un vero amico", ma poi il più delle volte non si è del tutto "sintonizzati", si cede al proprio egoismo, alla disattenzione. Prendersi cura l'uno dell'altro in amicizia è un'inclinazione che non è detto possediamo del tutto. 
Max e Mordecai sono amici, grandissimi amici. Eppure si riservano l'uno l'altro atteggiamenti e scelte che fanno soffrire, deludono. La lezione che Harstad ci offre è di una relazione d'amicizia fraterna con tutti i limiti dell'umano, vissuta in segmenti di vita in cui la sintonia è al massimo e quelli in cui ci si perde di vista, non si comprende fino in fondo il pensiero dell'altro. 
Ho amato molto il personaggio di Mordecai perché non puoi seguirne i pensieri ed è sempre inafferrabile, lo conosciamo attraverso i pensieri di Max per poi scoprire che Max stesso non lo ha compreso mai fino in fondo, pur avendogli voluto bene fino a struggersi. Non posso rivelare altro, dico solo che fra le ultime decine di pagine ci sono cose che mi hanno tenuto incollata e commossa fino alle lacrime. 

La scintillante Mischa
Shelley Duvall (1949-2024)
Mischa, dicevamo, è l'amore della vita per Max. Di sette anni maggiore, arriva nella vita di Max proprio grazie a Mordecai e ne rimane abbagliato fin dal primo istante. 
Questa cosa della somiglianza di Mischa con l'attrice Shelley Duvall mi è piaciuta moltissimo. Parliamo dell'attrice - è sulla copertina del libro - nota ai più per aver interpretato la moglie di Jack Torrance in Shining di Stanley Kubrick. Sì, proprio l'attrice non proprio bellissima che abbiamo tutti nella memoria per quella terribile scena horror della porta presa a colpi di accetta da Nickolson. Max, nel descrivere Mischa, si riferisce però alla Duvall vista in Anche gli uccelli uccidono di Altman, del 1970.
Mischa è un'artista, una giovane donna libera, colta, generosa. Con la sua arte, imprevedibilmente, diventa celebre, quotata perfino da Sotheby's, ma Max la conosce quando è tutto ancora acerbo in lei. 
L'amore di Mischa è salvifico per Max. Mischa è in certo senso la sua "casa", l'affetto più potente, il senso di appartenenza, la solidarietà reciproca. 
Eppure anche questo amore è dentro una vita che scorre, che si trasforma e va verso nuovi bisogni. Le scelte di Mischa sono comprensibili, perché è una donna complessa e dedita a tracciare di continuo nuovi orizzonti. In definitiva, è un'artista. Le pagine in cui Max enumera i molti aspetti di Mischa che lui ama, cercando di capire dove possa arrivare il dolore nel perderla, sono molto belle. Fra le pagine per me memorabili. 

L'altro romanzo: la storia di Owen
Non credo mi sia mai capitato di leggere un romanzo in cui si sviluppi in maniera netta, parallela all'intreccio principale, un'altra storia. È il caso del racconto di Owen, in terza persona. Owen è lo zio di Max, fratello di suo padre, naturalizzato statunitense per aver partecipato alla guerra in Vietnam. Il norvegese Ove, che sceglie un nome inglese col quale sentirsi più americano, è un emigrante dei primi anni Sessanta, quando ventenne tradisce le aspettative di suo fratello minore - il padre di Max - e lo lascia per sempre. Non si incontreranno mai più. 
Owen è l'altro sradicato, l'altro mai incluso, mai del tutto dentro la propria storia. La sua vita è tutta una serie di incontri fortuiti, di scelte leggere che portano a sviluppi importanti. Un lasciarsi vivere guidato dal disincanto, a differenza del suo giovanissimo nipote pieno di slanci. 
Owen è anche un raffinatissimo pianista di talento, ed è questo aspetto per lui salvifico, ma in un secondo momento e, appunto, del tutto casualmente, quando anche noi lettori scopriamo chi si nasconda dietro l'operaio asfaltatore e trasportatore che ama ubriacarsi per non pensare. 
Owen è poi anche un veterano del Vietnam, è il suo "passaporto" per ottenere la cittadinanza americana, perché tornare in Europa è fuori questione. Accetta di vivere gli orrori del fronte, ne conserva un ricordo indelebile, sente forte il senso della solidarietà fra gli uomini, si sporca le mani. 
È per Max, per diversi anni, un luminoso punto di riferimento. Bellissimo il rapporto fra i due. 

Le case, i non luoghi
MMOT è anche un romanzo in cui lo spazio ha un peso essenziale. Lo spazio è la geografia dei paesi, quello lasciato per sempre e quello scelto, anzitutto. Formidabile il racconto di New York, la città in cui Max si troverà a vivere, con il suo potere attrattivo e allo stesso tempo respingente, con l'intrico delle sue strade, il pericolo dietro le apparenze, il fascino del centro borghese e i limiti delle periferie. 
E poi le case. Quella in cui la famiglia, una volta arrivata negli Usa, cerca di ricreare gli spazi noti, quella in cui scelgono di trascorrere quella estate fatale, quella in cui sua madre sceglie di vivere dopo e destinata a essere spazzata via, ma su tutte l'appartamento signorile all'Apthorp, nel quale Owen si ritrova pur non avendo le risorse e Max assieme a Mischa occuperà per una parte importante della loro vita insieme. 
Nessuna delle case è il luogo deputato a mettere radici, sono luoghi mai del tutto accettati come "casa", luoghi in cui la nostalgia e il disagio di vivere non smette mai di farsi sentire. Non è un caso che le stanze d'albergo diventino a un certo punto per Max i luoghi in cui sentirsi di più a proprio agio, e poi neppure quelli, si arriva all'osso, allo scegliere di dormire nell'automobile durante le tournée. Perché non c'è un luogo che lui possa definire "casa" e qualsiasi opportunità che si presenti è inaccettabile anche per i ricordi costruiti dentro che mordono più della nostalgia stessa. 


L'ingresso dell'Apthorp a New York


La lingua e la memoria.
C'è una pagina con descrizioni molto interessanti di come una lingua incontri l'altra. Max deve adattare all'inizio il proprio norvegese alla lingua inglese, sceglie di abbandonare gradualmente la lingua delle origini, di entrare dentro la lingua per lui nuova, sperimentarne le possibilità. Fa un lavoro raffinato di comprensione, accettazione, diventa addirittura prima attore e poi drammaturgo, segno che la lingua inglese sia diventata col tempo il proprio segno di riconoscimento, la propria legittimazione. 
Eppure, fra le prime pagine, Max esprime la propria difesa della lingua delle origini. 
Sento anch'io che la mia lingua fa pensare ai sassolini che scricchiolano fra i denti. Ma così deve essere. È il risultato di una lingua sopravvissuta per millenni, estratta dal norreno e sfregata dai ghiacciai sui fianchi rocciosi delle montagne, lavata dai sedimenti dei fiordi, trascinata dal vento e poi lasciata sotto la neve per mesi nel gelo assoluto, ritrovata in primavera lungo fianchi di morene e fondivalle e trascinata a casa dentro zaini pesanti e scaricata sul pavimento della cucina parola per parola, le sillabe pungenti, le consonanti ritte come cime di montagne, a far da sfondo a una sagoma d'alce al tramonto. 

Giovani negli anni '90

Il teatro
L'arte teatrale occupa una parte importante nel romanzo. Max, negli anni della sua prima adolescenza, nel cercarsi e cercare, sceglie il teatro come luogo in cui mettersi alla prova, sperimentare. Il suo maestro e mentore è la persona giusta per instillargli il senso dell'arte drammatica e fargli comprendere quanto possa lui dare a questa forma di rappresentazione. Max arriva dalla grande passione per il cinema, e per il film Apocalypse Now su tutti, per scoprire nel teatro il talento della drammaturgia, la scrittura, e la regia. 
Potete immaginare quanto preziose siano per me tutte le pagine riguardanti il teatro. Ne eravamo consapevoli, negli Usa il teatro è disciplina scolastica di indirizzo, dispone di mezzi importanti, di spazi dedicati, sovvenzioni di certo livello. Dalle pagine del romanzo ci si può fare un'idea di come quest'arte venga supportata e ritenuta fondamentale nella formazione. 
Ecco quali porte sono riuscito ad attraversare, e in quali stanze ho incontrato persone consapevoli di cosa rende il teatro tanto prezioso e faticoso, della fugacità del nostro lavoro che rispecchia la vita in maniera quasi spietata se pensiamo a come tutto si dissolva o quantomeno finisca nei meandri della memoria subito dopo essere avvenuto. La nostra unica possibilità è affidarci alla memoria. Possiamo riprendere uno spettacolo più volte, certo, ma nessuna messa in scena sarà mai come la precedente, non si replicherà mai la stessa esperienza, né per il pubblico né per la compagnia. Proviamo sempre a tornare, ma per quanto ci sforziamo non ritroviamo mai lo stesso posto che avevamo visitato. È l'impossibilità di tornare a casa, per così dire. 

Potrei elencare molti altri aspetti di questo romanzo, li scoprirà chi vorrà leggerlo. 
Lo consiglio, è per me una delle cose migliori degli ultimi tempi.

Una domanda per voi: come ve la passate con i romanzi di mille e più pagine? Cosa state leggendo al momento? 

4 commenti:

  1. I mille e più pagine mi atterriscono, intellettualmente e fisicamente, ma la tua recensione così coinvolgente e precisa nel delineare alcuni temi portanti mi attira. Penso che oggi stesso mi procurerò il romanzo. L’autunno, tra l’altro, si presta a una lettura lunga, con più ore passate in casa.
    massimolegnani

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    1. L'autunno è una stagione aurea per le letture, la mia prediletta in assoluto. Mi dispiace solo per le mille mila cose da fare nella fase di avviamento dell'anno scolastico, per il resto è perfetta. Grazie per la fiducia!

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  2. E no, per ora accantono il tuo post. Qualcuno mi ha fatto dono di questo libro e voglio leggerlo prima di tuffarmi nella tua recensione ;P
    Ho letto la domanda finale, però e... davvero vuoi sapere cosa sto leggendo al momento? :D (e comunque sono in dirittura di arrivo! ;) )

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    1. Lo avevo immaginato... e hai ragione, lo leggerai dopo la lettura del tomone qui recensito. ;)
      Riguardo all'altra cosa... non sto nella pelle. Non vedo l'ora di discuterne insieme. :)

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