domenica 25 ottobre 2026

Scripta Ludus #10: gli explicit in gara

C
ari e care blogger, eccoci alla seconda fase del gioco. 
Sono arrivati otto explicit, i concorrenti si sono lasciati ispirare da tutte le immagini presenti. 
Come da regolamento, gli explicit in gara, pubblicati con riferimento all'immagine che ha ispirato la scrittura, sono qui di seguito elencati in ordine di arrivo e senza rivelarne l'autore/l'autrice, per mantenere il più possibile neutralità nel voto. 

⚠️ Ricordo a TUTTI/E i partecipanti di inviare la propria doppia preferenza (pena l'esclusione dal concorso) e raccomando a tutti coloro che leggeranno, partecipanti e non, di diffondere il post e invitare a inviare il proprio voto a tutti coloro che avranno il desiderio di eleggere l'autore/l'autrice dell'explicit migliore. 

❗❗❗Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL'EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 16 di GIOVEDI' 29 OTTOBRE. Email: libriavela@gmail.com

Vinca il/la migliore!


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Immagine 1


EXPLICIT 1
"E quindi, mia cara Paulette, quando interpreterai Rossana nella recita scolastica, ricordati di tutto quello che ti ho consigliato in queste due settimane di prove. Siamo arrivati al finale: tu cerca di allargare le braccia, più che puoi, così come sto facendo io, per abbracciare finalmente Cyrano, che ti ama da una vita".
"Ma, professoressa, lo devo abbracciare in punto di morte, anche se amo ancora Cristiano?".
"Proprio così, Paulette, almeno gli regali un attimo di felicità".

EXPLICIT 2
Poi era successo qualcosa di imprevisto, e forse imprevedibile.
La maestra aveva letto a voce alta una poesia di Paul Eluard, una poesia d’amore, e i primi versi erano rimasti impigliati attoniti nel silenzio dell’aula, “La curva dei tuoi occhi intorno al cuore che ruota di danza e di dolcezza”, e subito dopo aver scandito quell’inizio la maestra aveva fatto un impercettibile movimento nell’aria, un accenno di ballo, poi aveva allargato le braccia, come volesse prendere il volo, e aveva appoggiato un sorriso morbido agli angoli della bocca. Era ancora lì, presente, ma sembrava in bilico, sospesa tra un sogno impalpabile e il pavimento scuro sotto i piedi.
Ci sono gesti che irrompono di grazia all’improvviso e tracciano un segno nitido, un’incisione netta nella memoria, come a voler delimitare, con uno strappo deciso, un prima e un dopo.
Era in quell’attimo preciso che Violette, con il cuore stropicciato, aveva deciso cosa avrebbe fatto da grande.
Versi. Avrebbe scritto versi.
Li avrebbe composti, creati, scovati, dipinti, impastati, perfino odorati o assaggiati. Il suo sarebbe stato un futuro lucente di poesia.
Avrebbe ascoltato nascere le parole, le avrebbe coltivate, raccolte e stese all’aria, senza farle mai seccare al buio.
Piccoli mazzi di versi da comporre con cura o di getto e poi da regalare agli sconosciuti, in cambio di un bagliore delicato dell’anima, un accenno velato di sorriso.

EXPLICIT 3
La maestra cancellò la lavagna, lasciando per ultima la frase in francese. Aveva insegnato ai bambini a ripeterla per tutta la settimana, ma Alain continuava a sbagliare il verbo. Quel mattino, finalmente, era riuscito a pronunciarla senza esitazioni.
«Domani la scriverai da solo», gli aveva detto.
Domani, però, la maestra non sarebbe tornata, poiché Majorin si sarebbe sottoposta a un intervento improrogabile.
I bambini non sapevano nulla. Alain si avvicinò alla cattedra e le consegnò un foglio piegato in quattro. C'erano scritte soltanto tre parole, copiate dalla lavagna. La maestra le lesse, sorrise e ripiegò il foglio.
Poi aprì il cassetto e tirò fuori una busta. Dentro c'erano dei semi di lavanda, raccolti l'estate precedente nel giardino di sua madre e riposti in piccoli sacchettini di carta.
Li distribuì ai bambini, uno per uno.
«Metteteli nella terra quando arriverà la primavera.»
Alain le chiese se sarebbero fioriti davvero.
«Se avrete pazienza.»
Al suono della campanella, la maestra uscì dall'aula senza voltarsi. Nel corridoio, la direttrice l'aspettava con il cappotto già abbottonato. Le andò incontro, trattenendo la commozione e presagendo qualcosa che nessuna delle due riusciva a esprimere. Non disse nulla, ma l'abbracciò come si fa con un'amica.
L'operazione non riuscì. Quando la madre di Alain lo seppe, andò a trovare la maestra per accomiatarsi. Prima di lasciarla, Majorin le affidò il foglietto che il bambino le aveva consegnato il suo ultimo giorno di scuola.
La madre lo conservò insieme al sacchettino con i semi di lavanda, aspettando che Alain glieli chiedesse. Ma lui non lo fece, forse perché la perdita dell'amata maestra aveva lasciato in lui una ferita che non sapeva nominare.
Cresciuto, Alain lasciò la casa per cercare la propria strada. Gli anni passarono, e il foglietto e i semi rimasero con i genitori, testimoni silenziosi di quel giorno lontano. D'accordo con il padre, la madre decise di affidarli al futuro.
Molti anni dopo, Alain tornò in quel paese per il funerale di suo padre. La scuola era diventata un ufficio comunale, ma sul retro resisteva ancora un'aiuola di lavanda.
La vista di quei fiori gli riportò alla mente l'ultimo giorno in cui aveva visto la maestra Majorin e i semi che non aveva mai piantato.
Al termine della cerimonia, entrò nella cameretta che il padre aveva testardamente voluto mantenere com'era, per rispettare la volontà della moglie. Avvertì una stonatura prima ancora di capire che cosa non andasse. Il padre, uomo meticoloso e amante dell'ordine, non avrebbe mai lasciato il cassetto dello scrittoio fuori posto, addirittura appoggiato sul letto.
Con un groppo alla gola si avvicinò al cassetto. Dentro scorse un unico foglietto ripiegato, ingiallito dal tempo.
Lo colse un'emozione così intensa che dovette sedersi sul letto. Solo allora, aprendolo riconobbe il foglietto che aveva consegnato alla maestra Majorin il suo ultimo giorno di scuola. Vi era attaccata con una striscia di scotch un minuscolo sacchettino di carta con pochi semi di lavanda all'interno.
Rimase a lungo con il foglietto tra le mani, finché le tre parole non emersero dalla grafia incerta del bambino che era stato. Le aveva dimenticate, assieme alla maestra e ai giorni trascorsi con i genitori, forse per ripararsi dai troppi dolori dell'esistenza.
Guardò il sacchettino. Il tempo della semina era passato da anni, ma non per questo ogni possibilità era svanita. Avrebbe trovato un luogo dove piantarli, una terra in cui potessero mettere radici. Non sapeva ancora dove, ma per la prima volta dopo tanto tempo riusciva a immaginarlo: forse all'altro capo del mondo, dove viveva la figlia che, come lui, aveva voluto recidere le radici.
Pensò alle piante che, prima di appassire, avevano prodotto i semi. Anche lontano dalla pianta che li aveva generati, avrebbero potuto mettere radici e fiorire altrove.
Tornò a leggere le tre parole. Erano quelle che la maestra aveva insegnato ai bambini per tutta la settimana, quelle che lui, fino all'ultimo giorno, non era riuscito a scrivere correttamente. Ora le aveva riconosciute. 
Erano solo tre parole, eppure gli aprirono le porte di un universo divenuto finalmente accogliente:
Je suis là.


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Immagine 2


EXPLICIT 1
Esther era amareggiata. La polizia l'aveva multata e lei non avrebbe avuto i soldi per pagare.
Non aveva fatto nulla per meritare tutto questo. Girava per le vie dal centro, portando dietro la schiena due scaffali di libri, una ventina in tutto.
Chiunque poteva prenderli e chiunque poteva metterne uno. Lei da tutto questo non ci ricavava un centesimo ma regalava un po' di cultura gratis.
Il poliziotto era stato irremovibile. «La legge prescrive con chiarezza che per essere un ambulante serve la licenza. E lei non ce l'ha».
Si avviò sconsolata verso casa che l'aspettava silenziosa e fredda.

EXPLICIT 2
Non era stata una scelta. 
La casa andava lasciata. Affitto alto, spazi troppo ampi per una sola persona, o forse solo il bisogno di stringersi un po' per ritrovarsi meglio, conoscersi di nuovo.
Aveva accettato tutto.  
Smontato mobili, staccato quadri, salutato le stanze, una ad una. Poteva anche andar via. Quello che non riusciva a mandare giù erano i libri. Vederli chiusi in scatoloni, impilati, trascurati e ignorati al buio di un deposito, le faceva male fisicamente.
Non poteva sacrificarli.
Quei libri  l'avevano salvata,  insegnato tutto, spalancato occhi, mente, anima. Non erano oggetti. Erano la sua casa vera, l'orizzonte che sfuggiva a tanti. Meritavano riconoscenza, attenzione.
Meglio donarli allora.
Fu lì che le venne l'idea, quasi sorridendo da sola. Prese la vecchia tracolla da montagna, quella di spensierate gite di gioventù, ci ancorò la piccola libreria a due mensole dello studio, la caricò dei suoi titoli più cari e uscì. In piazza, con la biblioteca in spalla. E comprese, inaspettatamente, una cosa semplice: non sei libero quando ti liberi di tutto. 
Sei libero quando trovi un altro modo per portare con te, e offrire, ciò che ami, come una carezza troppo a lungo trattenuta. Quando la passione non resta chiusa in una casa, ma cammina accanto ai nuovi passi che affronta. Trovando nuova linfa negli occhi di chi,  passando, potrà scorgere storie diverse in quella che è stata una storia da protagonista e testimone.
Non più una casa con i libri dentro. Ma una donna con i libri addosso e, paradossalmente, leggera.

EXPLICIT 3
Edith aveva smesso da tempo di giustificare le proprie scelte. Certe porte si erano chiuse, alcuni affetti si erano allontanati, ma non aveva mai pensato di tornare indietro.
Quel giorno decise di fare due passi in centro. Una libreria ambulante attirò la sua attenzione. Fra i volumi, un titolo la incuriosì: Una donna poco ragionevole.
“È la storia di una donna piuttosto anticonformista. Non a tutte piace”, l’avvertì la libraia.
Ma Edith insistette per sfogliare il romanzo. Non era arrivata neppure alla decima pagina quando si imbatté in un episodio che le parve fin troppo familiare. La protagonista aveva osato dire di no a ciò che tutti si aspettavano da lei, scegliendo una strada diversa da quella che le era stata indicata.
L'autore la definiva coraggiosa. Edith sorrise. Per anni, chi la conosceva aveva preferito chiamarla egoista.
Richiuse il libro, cercò nella borsetta i due penny per il prestito e si avviò verso casa.
Dopo pochi passi, però, le tornò in mente la prima volta che aveva pronunciato lei stessa quella parola. L'aveva detta a sua madre.


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Immagine 3

EXPLICIT 1
Sono esausta, è da un’ora che parlo e piango per cercare di spiegargli come mi sento e lui tutto quello che mi ha saputo dire è stato: Lucia, non ti capisco. Parole come una sentenza a chiudere il discorso, e più delle parole è stato il tono che ha usato, freddo, distaccato, a raggelarmi. Sono disperata, se perdo anche il suo appiglio verrò risucchiata nel gorgo. È vero, ho una casa, un marito, un figlio nato da poco, di che mi lamento? Ma lui non c’è mai, la casa mi soffoca e Luca, la gioia mia, mi toglie ogni energia, mi svuota quando succhia e mi distrugge la notte quando piange. Non dormo più, non ragiono più, è una marea che sale e tutto questo blu mi atterrisce, è una minaccia che non riesco a fronteggiare. Ma come farglielo capire? Immagina, gli dico, un muro che mi imprigiona, io chiusa dentro insieme a Luca, fuori ci sono la vita, gli affetti, l’allegria, forse anche la felicità, tutto un mondo che mi sta diventando estraneo. Qualche volta provo ancora ad arrampicarmi per guardare oltre, sto sulle punte e tento di farmi coinvolgere da quello che vedo, ma quando metteranno un’altra fila di mattoni non avrò più modo né interesse a guardare il mondo, sarò sepolta viva. E lui, Lucia non ti capisco.

EXPLICIT 2
[…] Adesso sogno in bianco e nero, ogni cosa: cielo, alberi, strade, anche i sorrisi della gente. 
Sono dentro un passeggino, guardo con l’incanto di un bimbo che si è affacciato da poco alla vita. La latteria sotto casa ha ancora le serrande abbassate; qualcuno scarica sacchi da un furgoncino e il cigolio delle ruote sul selciato è come un metronomo che scandisce il tempo che resta. Mia madre si ferma davanti a un muro sormontato da una struttura con il filo spinato. Sale sopra un secchio per riuscire a vedere oltre quel limite invalicabile, il suo abito a fiori è una macchia di luce su una superficie grigia. 
Ogni notte provo a oltrepassare i confini del presente, portando con me i ricordi, nel sonno. Ma il tempo ha fretta ed è già l’alba. 
La luce entra spezzata nello spazio che occupo e la prima cosa su cui si posa è il secchio, nell’angolo, laggiù. Lo osservo. C’è qualcosa di familiare, in quell’oggetto logoro: mi ricorda la casa di campagna in cui sono cresciuto, mia sorella che si alzava di buon’ora per andare a mungere le mucche, il profumo del latte che si diffondeva nella cucina, durante il travasamento nei recipienti di latta. I biscotti appena sfornati e i picnic, sotto l’albero di gelsi, quando mi imbrattavo con il succo dei frutti e mia madre tornava a casa arrabbiata, perché anche il suo vestito a fiori bianchi si riempiva di macchie. 
Il clangore di chiavi e ferro mi riporta alla realtà. Niente più sogni. Niente più ricordi. 
Sono stati puntuali. Obbedisco e li seguo.
Carmen, ti ho voluto bene.
Dead man walking.


Scadenza: giovedì 29 ottobre, ore 16
Email: libriavela@gmail.com

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