mercoledì 10 marzo 2021

Perché il colour blind casting non mi convince.

Parte del cast di Bridgerton; al centro Golda Rosheuvel nel ruolo della regina Charlotte d'Inghilterra

A rischio di scrivere un post impopolare, oggi mi va di prendere in esame un fenomeno sempre più diffuso nelle produzioni teatrali, cinematografiche e televisive. Vediamo anzitutto di cosa stiamo parlando. Il colour blind casting è l'uso di affidare ruoli ad attori e attrici senza considerare l'appartenenza a una determinata etnia
Secondo alcuni in questa pratica si può includere anche l'appartenenza di genere e l'età, ma credo che si possano ritenere aspetti separati (a questo vorrei dedicare prima o poi un post a parte).

Il colour blind casting è diventato oggetto di discussione in particolare dalla messa in onda della serie tv Netflix Bridgerton, nella quale tre dei ruoli maggiori - la regina d'Inghilterra, lady Danbury e il duca di Hastings - sono stati affidati ad attrici e a un attore "di colore". 
In realtà, l'uso era già ampiamente diffuso anche in opere di rilievo, come in Jesus Christ Superstar, opera celebre del 1973, in cui Giuda è interpretato dall'attore afroamericano Carl Anderson, la miniserie I miserabili del 2018, in cui David Oyelowo interpreta l'ispettore Javert, per non parlare di Molto rumore per nulla del 1993, in cui la parte di don Pedro fu affidata a un fascinoso Denzel Washington. 
Fra produzioni minori, voglio ricordare The Frankenstein Chronicles, in cui in una Londra del 1827 il poliziotto Nightingale viene interpretato dall'attore di colore Richie Campbell. 
E poi l'ultima produzione narrante il capolavoro di Charles Dickens, David Copperfield, in cui un bravissimo Dev Patel interpreta il protagonista, mentre la tenera Agnes è Rosalind Eleazar. E pare che il prossimo James Bond sarà Idris Elba. 

I Miserabili, 2018

Proprio la serie tv Bridgerton ha provocato la sollevazione di tanti che hanno individuato un certo scricchiolio nel cast, una certa mancanza di credibilità. 
Riguardo alla regina Charlotte, la produzione ha rivendicato le origini del personaggio. È innegabile che "Carlotta di Mecleburgo-Strelitz sarebbe la discendente di Margarita de Castro e Souza, a sua volta frutto della relazione fra re Alfonso III del Portogallo e una delle sue amanti, Madragana, di presunte origini africane", come leggo in rete. 
Questo, però, può del tutto giustificare la scelta di Golda Rosheuvel per il ruolo? Decisamente no. Tanto più che il casting per la serie si è svolto dichiaratamente con l'intento di scegliere attrici e attori di colore. È un intento programmatico, forse orientato a far discutere, come poi si è rivelato. 

Un problema di inclusione.
Noi, comuni spettatori, ignoriamo uno dei problemi di maggior peso nell'industria delle arti performative: l'inclusione di attori e attrici "di colore" nelle produzioni minori o maggiori. 
Negli Stati Uniti, fino a qualche anno fa, la discriminazione nei riguardi di artisti afroamericani è stata evidente, a parte qualche eccezione - come i celebri Sidney Poitier, Denzel Washington, Morgan Freeman, Whoopi Goldberg, Halle Berry, Samuel L. Jackson, Forest Whitaker e pochi altri.
Il momento più imbarazzante di questa mancata inclusione, che toccò anche registi e produttori, fu il 2016, quando agli Oscar non ci fu un solo interprete di colore fra i 20 attori e attrici candidati al premio... per il secondo anno consecutivo.
Il regista Spike Lee denunciò apertamente la cosa e rifiutò l'invito a partecipare, rimuovendo parrebbe in via definitiva il torbido. Almeno dalle preferenze dell'Academy. Sì, perché dal 2017 il vento è cambiato, le major si sono accorte di attrici di calibro, su tutte l'immensa Viola Davis, premiando grandi interpreti come Mahershala Ali e Jamie Foxx. 
Il problema, ad ogni modo, non è scomparso del tutto. Il razzismo in Usa è una piaga inestirpabile. 
Se Ettie McDaniel, figlia di ex schiavi, fu la prima attrice afroamericana a ricevere l'Oscar - indimenticabile il suo ruolo di Mamie in Via col vento - vero è che per le leggi in vigore all'epoca non poté partecipare alla prima del film e poté ritirare l'Oscar solo per intercessione del produttore David O'Selznick, ma sedendo in fondo alla sala, lontano dai bianchi. Un evento lontanissimo, eppure i suoi echi sono ancora roboanti. 

Molto rumore per nulla, 1993

Il problema si riverbera anche sul teatro. Pare che l'industria teatrale riservi a interpreti di colore basse retribuzioni, oltre al fatto che questi artisti difficilmente trovano ruoli e possono costruire una vera carriera. Anche qui ci sono delle eccezioni, nate proprio per contrastare il fenomeno, ma ne scriverò più oltre, a conclusione di questo post. 

Colour blind casting o colour conscious casting?
Ok, calmi tutti. Un'altra definizione. Purtroppo, però, è necessaria. 
Il discorso si è fatto complesso nel momento in cui un casting che NON tiene conto delle differenze etniche, mirando solo al testo da rappresentare, si confonde con l'intento vero: mirare a provocare una discussione, a sollevare un problema
Allora il testo passa del tutto in secondo piano, mentre emerge l'evidente presenza di interpreti di colore anche dove evidentemente i ruoli non possono essere riservati a interpreti di colore
In rete ho trovato la testimonianza di un attore e regista canadese di colore: Omari Newton

Omari Newton
Omari assiste a Broadway allo spettacolo All my sons - Erano tutti miei figli, pièce di Arthur Miller - con casting curato da Annette Bening. Ebbene, quando si trova dinanzi a un colour blind casting, resta dapprima stupito e poi irritato. 
Omari parte da una definizione molto personale di questo tipo di casting: "la pratica teatrale di affidare a casaccio ruoli ad attori di colore, indipendentemente dalle ovvie implicazioni che questo comporta sulla storia raccontata". Se ne era sentito sempre infastidito, fino a quando assistere a questo tipo di spettacolo lo ha portato alla certezza che sia una cosa assurda e distraente
Il nostro non è un artista qualunque. Ha alle spalle una lunga formazione come attore, regista e drammaturgo, si è costruito una carriera professionale nel Black Theater Workshop di Montreal, lavorando su storie che raccontano le problematiche sociali degli afroamericani.
È stato attivista, educatore e sindacalista in progetti mirati all'inclusione. 
L'inclusione, secondo Omari Newton, non si raggiunge con l'affidare a caso ruoli a interpreti afroamericani, anzi, il colour blind casting rischia di diventare una forma di razzismo alla rovescia
"Il colour blind casting è radicato nel razzismo sistemico. È una forma di rimozione del problema. È l'equivalente del dire al tuo amico di colore 'non faccio caso al colore della tua pelle', mentre sei dentro una conversazione sulla discriminazione razziale. Disumanizza passivamente perché respinge il razzismo come problema radicato nelle culture originate dal colonialismo. Non avevo mai visto questo atteggiamento messo in mostra come in questo spettacolo". 
In breve, nello spettacolo, ambientato alla fine degli anni Quaranta, si assiste a una comunità di quartiere e a una storia drammatica di onore e responsabilità. 
L'effetto straniante del cast è fastidioso, a detta di Omari, che trova assurdo vedere un uomo bianco sposato con una donna di colore, poiché le leggi dell'epoca lo avrebbero severamente vietato, oltre al fatto che la cosa non è contenuta nella drammaturgia. Questo rende evidente la rimozione del problema del razzismo, in un'America, quella del 1947, in cui invece imperava. 
Come se non bastasse, il fratello di una delle protagoniste - bianca - è interpretato da un attore di colore, il che lo porta come spettatore del tutto fuori della storia, che viene saccheggiata e reinterpretata ignorando il problema dei ruoli, a maggior ragione in una pièce d'epoca. 
Omari non è contrario a una riscrittura della drammaturgia, a una visione registica che rovesci l'impianto della storia, ma questo non emerge, perché l'intento era un casting fatto per aprire ruoli a interpreti tali da suscitare l'applauso di una certa visione progressista, benché estrema e fuorviante. 
"Il colour blind casting è offensivo ed è fonte di confusione. È una forma di rimozione del senso di colpa dei bianchi e del razzismo sistemico". 
La proposta di Omari è di un colour conscious casting, ossia un scelta "consapevole" dell'appartenenza etnica dell'interprete. Si prende un testo e lo si manipola, lo si adatta alle esigenze di un racconto nuovo, che non finga di ignorare l'appartenenza a un'etnia, anzi la metta in risalto, proprio per valorizzarla. 
Perché fingere che il colore della pelle sia irrilevante mortifica gli anni e anni di lotte per abbattere il problema della discriminazione razziale. 
Sembra un paradosso, ma la scelta consapevole del casting è più inclusiva e rispetta le diversità. 
Il che mi trova del tutto d'accordo. 

Esempi virtuosi di colour conscious casting. 
Ruth Negga nel ruolo di Hamlet
Poi ci sono ambiti e scelte eccezionali e mirate, che trovo inattaccabili. 
Qui si tratta, a mio parere, di entrambi i generi di casting, fusi in un tipo di progetto in cui lo spettatore non può sentirsi "straniato", a meno che non avverta sotto sotto un certo fastidio per l'attore di colore, a prescindere. Non stupitevi, il razzismo si insinua ovunque. 
Siamo nell'ambito del teatro, dello spettacolo dal vivo, ma dentro quello straordinario mondo che ha saputo descrivere Shakespeare
Tutta la produzione shakespeareana ha il merito di offrire una visione del mondo mai unilaterale, semmai universale, travalicante epoche e costumi. Nel teatro shakespeareano vale, dunque, la sperimentazione. Anche quella più estrema. 
Ecco quindi l'attrice di etiope-irlandese Ruth Negga interpretare un Amleto che ha lasciato una traccia profonda nella storia delle rappresentazioni di questo personaggio, stregando letteralmente il pubblico, che dimentica trattasi di una donna e non bianca. 

Altro esempio virtuoso, questa volta nel balletto, la brava Misty Copeland nel ruolo di Giulietta. 
Nella tradizione inglese, in quel magnifico Globe Theater in piedi dai tempi di Elisabetta I, ormai non si contano le produzioni che contaminano generi ed etnie. Ed è giusto così, perché il Bardo questa eredità ci ha lasciato, di una lettura del mondo che oltrepassa le barriere e lascia nudo l'essere umano. 

Ne hanno colto perfettamente il senso coloro che hanno realizzato il grande progetto Globe to Globe, portando l'Amleto in 197 in repliche durate due anni, con una compagnia mista di 12 attori e attrici. 
Hanno recitato praticamente ovunque, perfino in campi profughi, dinanzi ad ambasciatori delle Nazioni Unite, in territori difficili come la Somalia e l'Iraq. Se volete approfondire, andate qui

Infine, non posso non citare un progetto esistente dal 1986, Talawa - parola derivante dal giamaicano, la più nota compagnia di attori e attrici di colore del Regno Unito. 
Talawa si prefigge di portare al pubblico l'eccellenza degli interpreti di colore, partendo dall'amara constatazione di una non del tutto realizzata inclusione di questi interpreti nel mondo dello spettacolo. 
Se volete, potete approfondire qui

Mi piacerebbe conoscere un vostro parere a riguardo. 

37 commenti:

  1. Mentre leggevo dall’inizio l’articolo, già formulavo la mia opinione, anche se esprimerla mi avrebbe messo in difficoltà - pensavo - perché sai com’è, sbagli una virgola e qui è un attimo essere tacciata di razzismo, magari non palese, ma comunque presente fosse anche in modo inconscio. Poi è arrivato Omari Newton e ha risolto i miei timori. Ecco, lui ha detto nel modo giusto tutto quello che penso io a riguardo. Per me è aberrante dare a persone di generi e razze diversi, ruoli non corrispondenti al personaggio così come originariamente concepito, non ha senso. Non credo si combatta la discriminazione facendo recitare un James Bond nero. È una forma di razzismo al contrario, sì, è come sottolineare che il colore della pelle diventa esso stesso un fattore di discriminazione: impone una visione che rimanda al solito scontro di natura ideologica. È vero, l’America è un paese profondamente razzista, ma il problema si risolve mescolando etnie nella recitazione al cinema o al teatro? Secondo me no, si creano solo pasticci stranianti, come dice Omari.

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    1. Credo che il pensiero di Omari Newton, avvalorato dal fatto che è un attore afroamericano, sia la sintesi perfetta di quello che in tanti non riescono a dire, proprio perché il rischio di etichette è altissimo.
      La sua parola è autorevole, però, nella misura in cui trattasi di un professionista delle arti performative, che comprende il senso e il valore di un testo drammaturgico. Chi poteva immaginare che proprio dietro un casting che va oltre le differenze etniche (e non "razziali", amica mia, la specie umana è una e non è divisa in razze), si potesse nascondere il rischio di un razzismo al contrario, o anche una forma di ipocrisia dell'America bianca e progressista? Campi difficili da trattare, delicatissimi, ma tant'è.
      Riguardo al James Bond di colore, invece, la cosa mi vede del tutto d'accordo, perché il personaggio di Bond è sempre al passo coi tempi. Non è un agente inglese degli anni Sessanta, che sarebbe stato difficile vedere "in nero", ma un agente specializzato continuamente reinventato al ritmo di una contemporaneità che non esclude affatto lo si possa immaginare di colore... anzi.
      Idris Elba possiede qualità attoriali all'altezza del ruolo, oltretutto.

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    2. Non lo so, non riesco a capirne la ragione, fondamentalmente non mi convince la scusa dell’inclusione: sì, per me è una scusa. I problemi legati al colore della pelle (o al genere) si superano mettendo l’attore nero a recitare in più ruoli? Può essere figo un James Bond nero? Mah, i personaggi famosi, che diventano poi delle icone, entrano a far parte come di una tradizione: non è un problema etnico, non discrimino nessuno se per me James Bond è di pelle bianca perché i film lo hanno tramandato così. Tutto questo volere a tutti costi sovvertire qualcosa di consolidato (ovviamente l’agente 007 è solo un esempio), per me, non fa che sottolineare differenze, come dire: li avete sempre snobbati, gli attori di colore (che poi non è vero: tu stessa ne hai citati diversi famosi e non mi sembra che manchino attori e attrici neri nelle produzioni cinematografiche) e ora ve li propiniamo in tutte le salse. Il politically correct rischia di sortire l’effetto opposto: crea antipatie e disaffezioni.

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    3. Nell'articolo ho espresso le mie perplessità esclusivamente sull'affidare a interpreti di colore ruoli del tutto fuorvianti perché creano sviste storiche anche piuttosto gravi. James Bond può essere interpretato da Idris Elba, perché rientra in una categoria di "eroe" buono che lotta contro l'antagonista di turno, e ogni volta è stato adeguato ai tempi con tecnologie sempre più avanzate, ecc. Non ci sono motivi per ritenerlo una svista storica o qualcosa di fuorviante né regge il discorso "è stato sempre così". Credo che Elba avrà un grandissimo successo perché è uno degli attori più credibili e quotati.
      Gli attori di colore sono stati snobbati, Mari', come ho riportato nell'articolo ci sono stati molti anni in cui non hanno nemmeno ricevuto candidature a premi, malgrado ci fosse qualche ruolo buono. Il problema della discriminazione è concreto e si fa sentire. Ho voluto dire che non si combatte con il colour blind casting.

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    4. Du beddu Sean Connery! :D

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    5. Ah ah ah su questo sono assolutamente d'accordo! :D

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  2. Secondo me il problema è il contesto. Per dire, in "Amleto", che è ambientato nell'antica Danimarca, la presenza di attori di colore o orientali secondo me è una forzatura notevole (senza nulla togliere all'interpretazione dell'attrice creola). C'è da dire che un testo teatrale si può sempre rielaborare in altro modo (mi è capitato di vedere un film basato sul testo originale "Coriolano" di Shakespeare, però ambientato in un contesto moderno che rammentava la guerra civile jugoslava) e ciò permette di ovviare al caso. Una rielaborazione di "Amleto" ambientata in un mondo distopico futuro permetterebbe il blind casting.
    Però si rischia anche il grottesco. Finché sona attori neri a recitare ruoli impossibili (tipo la regina d'Inghilterra nel 1800) nessuno dice nulla, soprattutto se sono produzioni americane (si sa che in America la questione afroamericana è una ferita ancora aperta per il passato schiavista e segregazionista). Però, per dire, io sarei curioso di vedere che reazione ci sarebbe se decidessero di fare un remake di "Shaka", lo sceneggiato sulla vita del più importante re degli zulu, in cui Shaka venisse interpretato da un attore bianco. Credo che in quel caso qualcuno si accorgerebbe di quanto possa essere fuorviante il concetto di "blind casting".

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    1. La malleabilità dei testi shakespeareani permette, come tu dici, di poter modificare ambientazione, epoca, interpreti, senza modificare il senso e il valore dei testi, che è appunto universale. Una traduzione in termini classici di Amleto al momento è del tutto difficile da incontrare. Al più solo in una trasposizione classica dell'Otello potremmo vedere bene un attore di colore. Però queste versioni classiche sono state ormai ampiamente superate, a favore di una rilettura a volte anche "estrema", che lascia intatto il messaggio e offre scenari totalmente nuovi. Shakespeare è per questo motivo il drammaturgo prediletto di tanta sperimentazione teatrale contemporanea.
      Sì, sarebbe assai strano e del tutto fuorviante vedere un Mandela bianco, ma non accadrà mai, perché il racconto di Mandela ha insito la lotta contro la discriminazione, ben diverso, potrebbero dire i sostenitori del colour blind casting, che mettere in scena una regina Charlotte di colore.

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  3. Questo tuo articolo mi è piaciuto immensamente perché fa chiarezza sulla grande confusione che si ingenera con questo tipo di scelte e che molto bene ha spiegato Omari Newton, che mi pare proprio una voce al di sopra di ogni sospetto per la sua biografia e il suo impegno. Mentre con un testo come un dramma o una commedia di Shakespeare non fa differenza affidare la parte ad attori o attrici di colore, o scambiare i ruoli di genere, proprio perché il messaggio del Bardo è universale, le cose cambiano completamente quando si mette in scena un romanzo calato in un determinato contesto storico e che è fortemente legato al suo tempo. Già ebbi modo, nell'ambito del dibattito sul mio romanzo presentato nel vostro Caffè, di citare proprio la produzione "I Miserabili" come esempio fuorviante e infingardo di "politically correct." Affidare il ruolo dell'ispettore Javert a un attore di colore non tiene per niente conto della realtà storica dell'epoca, dove era impensabile che un nero potesse ricoprire una posizione così dirigenziale, e addirittura comandare a dei sottoposti bianchi. Nella stessa serie tv ho notato anche delle fanciulle nere in un collegio altolocato dove vive Cosette, e anche questo è ridicolo e fuori da ogni contestualizzazione storica. Questo tipo di casting non solo confonde le idee allo spettatore disattento, o che non abbia tempo o modo di soffermarsi su questa stranezza, ma io lo ritengo addirittura offensivo perché edulcora una realtà - durissima, spietata, inumana - che ha appunto portato a secoli di lotte per la conquista di diritti, peraltro ben lungi dall'essere conclusa. E, per certi versi, questo casting mi ricorda anche la cosiddetta "cancel culture", che io ritengo pericolosissima.

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    1. Esattamente. Nel leggere i vostri commenti, mi vengono in mente nuovi spunti.
      È difficile in fin dei conti poter esprimere un giudizio, o perlomeno, come potremmo avere l'arroganza di ritenerlo definitivo? Mettiamoci nei panni degli interpreti di colore. Se è vero che proprio questa compagine viene discriminata ed è difficile a tantissimi poter costruire una carriera di livello, diciamo così, noi nei loro panni, se l'America bianca e progressista e aggrappata a quel "politically correct" anche a rischio di falsare una narrazione, ci proponesse una parte in una produzione importante, saremmo capaci di dire di no?
      Mi chiedo, lo stesso Omari Newton, se avesse una proposta molto allettante, che potrebbe modificare il suo percorso artistico, ma a costo di tradire questo suo principio, sarebbe realmente in grado di dire "no, grazie"?
      Quello che realmente resta penalizzato in tutta questa querelle è certo teatro, certi grandi romanzi classici riveduti e corretti, e come tu dici tanto di quel percorso di sofferenza e gravissimo razzismo di cui i neri devono poter urlare ancora al mondo. E poi ancora poi mi chiedo: allora se si nasce neri si deve portare scritto sulla propria pelle il destino di chi ha preceduto le nuove generazioni? Condannati a narrare all'infinito quello che è stato? Ecco, questi aspetti mi lasciano molto incerta.

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  4. Ci sono casi in cui tutto questo dà fastidio, altri in cui non è così. Personalmente sono per la fedeltà storica e culturale e mi infastidisco quando non viene rispettata, il caso di attori di colore fuori posto è solo un esempio, ma se ne potrebbero fare molti altri. Ho smesso di vedere molte serie con pretese storiche proprio perché c'erano stonature su cui non riuscivo a passare su. (Bridgerton non credo che la vedrò a prescindere)

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    1. Se non vedrai Bridgerton, non perderai nulla. È tratta da una serie di romanzi rosa, niente di più. Non ho scritto nulla a riguardo nel post, ma Bridgerton è come uno spettacolone colorato e leggiadro. Pessimi dialoghi e costumi del tutto reinventati. Colore sparato al massimo. Insomma, tutto quello che serve per adescare il grande pubblico.

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  5. Ti dico come la penso. secondo me nella maggior parte dei casi il colour blind casting è una inutile forzatura e -spesso-anche una maniera ipocrita di utilizzare il politically correct. Mi spiego meglio, per come la vedo io il vero discrimine dovrebbe essere la verosimiglianza storica: se si mette in scena un film o una serie televisiva sull'impero romano allora ha senso inserire attori di colore tra i legionari (un poco come hanno fatto nella serie "Britannia" sull'invasione romana dell'isola) perché storicamente legionari nubiani o africani in genere ci sono stati nell'esercito romano, avrebbe avuto meno senso inserire attori di colore o asiatici nel ruolo dei celti (cosa che per fortuna non hanno fatto). Però operazioni come quella di mettere un attore di colore, per quanto bravo possa essere, nel ruolo di Javert nei Miserabili è totalmente fuori contesto oltre che fuorviante. Sarebbe come mettere me ad interpretare Kublai Khan in uno sceneggiato su Marco Polo. Una cosa poco credibile storicamente.... Un modo per adattare ai tempi nostri e ad una società multietnica ci sarebbe: fare versioni sposate ai nostri giorni e allora si che le cose acquisterebbero maggior senso e -penso-farebbero anche un maggior favore alle attrici e agli attori di qualsiasi provenienza essi siano.

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    1. Infatti la cosa che stupisce, oltretutto, è: possibile che non si sia capaci di scrivere nuove e originali sceneggiature, copioni, per raccontare una contemporaneità, una storia che magari trae ispirazione dai classici, ma viene adattata ai tempi? Oppure, appunto, reinventata.
      Mi trova d'accordo l'uso di inserire nei cast delle tantissime produzioni televisive almeno un rappresentante di ogni etnia. Nelle serie ambientate in ospedali, per fare un esempio, c'è quella bellissima cosa che è il melting pot, quella pentola ribollente che raccoglie tutte le provenienze del mondo.
      In questo periodo sto seguendo The good fight, il sequel di The good wife, tratto nello spietato mondo degli studi di avvocati e dei tribunali. Hanno calcato il piede sull'acceleratore e hanno rappresentato la Chicago dell'epoca trumpiana totalmente orientata a combattere le aberrazioni delle destre estreme e dell'America repubblicana fortemente ambigua. Allora lo studio è volutamente TUTTO costituito da neri, che sono lì per combattere le discriminazioni (anzitutto contro la polizia che assume atteggiamenti apertamente discriminatori) di ogni tipo. Mi piace molto, perché è dichiaratamente un casting consapevole.

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  6. Mah...che dire. Il rischio di etichettare è sempre dietro l'angolo e non voglio certo caderci dentro. Tuttavia concordo che sia un errore affidare il ruolo di James Bond ad una persona che non sia un bianco. Cosa si vuol dimostrare dando il ruolo ad un nero? Che esiste, come dire, un senso democratico nella spartizione dei ruoli nel cinema? Poi però quando arrivano le serate degli Oscar e vedi che le differenze si sentono e di neri (uomini o donne) ce ne sono pochi.

    Quindi bisogna stare sempre attenti a quella sorta di ipocrisia strisciante, specialmente nel mondo del cinema. Oggi su Repubblica c'è un articolo interessante che spiega come la giovane poetessa americana Amanda (quella che tutto il mondo ha visto al giuramento di Biden) non riesce a trovare un traduttore per vari motivi, fra cui quello razziale, e non lo si dice in modo chiaro e aperto ma lo si sottintende. Nello stesso articolo si spiega come lo scrittore catalano Victor Obiols sia stato scaricato dalla sua casa editrice perché il suo profilo "...è inadatto". A cosa sia inadatto non si capisce molto. Forse perché i Catalani sono personaggi scomodi, troppo autonomisti e in questo periodo storico sono nell'occhio del ciclone?

    Mah...come dicevo, bisogna riflettere bene e poi dire qualcosa.
    Un salutone e alla prossima

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    1. Che il problema sia concreto e che qualcosa debba pur muoversi, è evidente.
      Ci sono ambienti in cui il problema della discriminazione sale talmente a galla da non poter essere ignorato. Su Idris Elba nel ruolo di James Bond: la cosa mi trova del tutto d'accordo, perché è un personaggio che si è col tempo trasformato continuamente e non prevede un certo rispetto per l'epoca storica o altro. Non è uno Sherlock Holmes, che non potrebbe essere certo interpretato da un attore di colore.
      Un salutone a te. :)

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  7. A volte il politically correct crea delle storture incredibili, non credo che i neri americani abbiano bisogno di questi rimedi, basterebbe avere una politica dalla loro parte che riconosca gli stessi diritti dei bianchi e soprattutto che i neri non vengano ammazzati ingiustamente dai poliziotti bianchi. Credo che la rappresentazione storica di un’opera debba essere coerente con i tempi storici, coerenza quindi anche con le etnie.

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    1. Sì, se infatti una volta per tutte sparisse questa discriminazione, allora non ci staremmo facendo questi discorsi. Il problema poi dei poliziotti, delle centinaia di casi di abusi sui neri, è davvero disgustoso.

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  8. Ritrovo in questa tua riflessione molte perplessità che ho accumulato anch'io di fronte a recenti produzioni televisive o cinematografiche. Sono favorevole alle ricontestualizzazioni o rielaborazioni dei classici, soprattutto teatrali, perché i temi si possono spesso attualizzare e adattare; ugualmente plaudo al melting pot che si trova nei serial medici, polizieschi et similia perché inscenano situazioni verosimili o comunque possono mostrare il nostro tempo e la società multietnica che lo caratterizza o che lo dovrebbe caratterizzare; va bene anche un James Bond di origini africane, un asiatico, un islamico, perché per il mondo di oggi non sarebbe una forzatura. Però quando si affonda nella storia io pretendo la coerenza filologica. Un Achille nero o un attore di colore accanto ai consiglieri di Elisabetta Tudor in Maria regina di Scozia sembrano più una scelta da "politicamente corretto" che un segno di impegno verso l'uguaglianza. Appaiono come forzature, come apologie non richieste o, peggio, come scelte orientate alla ricerca del clamore e accentuano il problema della discriminazione, anziché contrastarlo.

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    1. C'è infatti una produzione in cui Achille è interpretato da un attore di colore. È evidente che la narrazione non segua la logica originale, ma venga disposta in altra direzione, vada in secondo piano rispetto al fine vero, l'inserimento di un attore non "nonostante sia" di colore, ma "perché" è di colore. Riconosco che si stia creando una estetica del tutto nuova, che non mi dispiace, anzi. Però quelle storie non sono rappresentate nella loro veridicità.

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  9. Il fatto di fare interpretare Giuda a un afro-americano in Jesus Christ Superstar lo considererei tendenzialmente più accurato che fare interpretare Cristo a un bianco con capelli biondi e occhi azzurri.

    Ritengo, in ogni caso, si stia esagerando con il colour blind casting solo per essere politicamente corretti.

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    1. Mah, nessuno dei due in verità. Entrambi non rispondenti alla verità storica (ma quando Cristo lo è stato nelle varie produzioni?), certo indubbiamente l'enorme talento di Anderson rende tutto giusto e al suo posto.

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    2. Ludo ha ragione. In realtà potremmo ampliare in concetto di Colour Blind (Conscious?) Casting a tutta l'iconografia cristiana che ci viene proposta da duemila anni, quella di un Cristo biondo completamente estraneo al suo contesto geografico. A meno, certo, di non voler definire il nuovo testamento come un'opera di pura narrativa (cosa che quasi certamente è), perché in tal caso l'anonimo autore avrebbe avuto tutto il diritto ad immaginarselo come voleva.
      Al di là di questo, concordo più o meno su tutto: la scelta di volere reinterpretare i canoni di un'opera ad uso e consumo di una moda passeggera è spiacevole ma è comunque figlia di un'epoca. Prima o poi tutto si rimetterà a posto. Non è diverso dal teatro Kabuki di quattro secoli fa, dove i ruoli femminili venivano interpretati da uomini solo perché alle donne era proibito calcare i palcoscenici...

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  10. Ma stiamo davvero discutendo di ruoli affidati a "bianchi" e a "neri"? Potrei fermarmi qui, ma voglio argomentare e andare oltre. Dissento dalla maggior parte delle osservazioni che ho letto. Un conto è la veridicità storica, come sostiene Maria Teresa, un conto è la discriminazione. Nel teatro ne conosciamo da secoli, basti pensare ai ruoli femminili interpretati dagli uomini e alla conquista della piena legittimità a recitare tardiva e alquanto dolorosa. Otello era un moro, nel modo in cui Shakespeare, che per fortuna sua non ha conosciuto il periodo nero della tratta, indicava gli abitanti dell'area geografica che oggi assoceremmo al Maghreb o giù di lì. Eppure Orson Welles, "bianco", si dipinse la faccia di nero per interpretarlo perché è del tutto evidente che nessun attore nero fosse all'altezza della parte (qui ironizzo, spero si percepisca ma meglio chiarire) . La scelta da parte della Metropolitan Opera di abbandonare la pratica del mascheramento per interpretare parti di uomini o donne non caucasici attraverso la pittura del volto è stata abbandonata da pochissimi anni, aggiungo per fortuna. C'è una discriminazione nel teatro , nel casting delle serie? Sì. Qualcuno fa una scelta azzardata e assegna parti a uomini e donne "di colore" che infastidiscono il pubblico? Io dico bene, accetto la provocazione. Per anni ho sopportato di vedere qualcuno con la faccia dipinta di lucido da scarpe e uomini con la parrucca, posso accettare che qualcuno stia segnalando qualcosa che ancora è molto presente, specie negli occhi di chi guarda. La selezione razziale. Proviamo a fare uno sforzo di accettazione e quando ci sarà davvero la parità di accesso ai ruoli, ai salari, indipendentemente dal genere, dalla razza, o da qualunque altro criterio di discriminazione, allora sarò felice di disquisire con voi di quanto un attore debba essere aderente alla verità storica. per il momento mi accontenterei della più grande delle provocazioni: un Amleto nero con la faccia dipinta di bianco. Un caro saluto.

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    1. Nel costruire il post, Elena, mi sono venute dinanzi molte immagini fra quelle che citi. L'assurdo e abominevole della rappresentazione del "nero", facendolo passare per stupido, con il cliché della faccia dipinta e i labbroni bianchi. Era uno dei cavalli di battaglia della comicità fino al primo dopoguerra.
      Me ne sono venute tante davanti di quelle immagini, al punto che mi sono riservata di rinviarle a una discussione esattamente opposta a questa. Perché che se questo mio articolo non fa che sollevare l'interrogativo riguardante la legittimità di affidamento di un ruolo a un determinato interprete di una determinata etnia, è altrettanto vero che, come ho chiaramente espresso nel post e nei commenti, il problema è a monte, proprio in quella gravissima quanto abominevole discriminazione. L'attore Omari Newton ha descritto perfettamente l'inappropriatezza di certe scelte, proprio perché vanno in una direzione di finto "politicamente corretto" e sono invece un colpo di spugna al problema, un volerlo edulcorare ricorrendo alla provocazione. Penso si sia capito dal post.

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  11. Hai scelto un argomento molto complesso, in cui non è nemmeno facile dire dove sia torto e dove ragione.
    In ogni caso secondo me ci sono modi migliori per evidenziare un problema che comunque esiste e sussiste. Perché poi spesso diventa solo provocazione, e non una provocazione fatta allo scopo di andare nella direzione del problema, ma una provocazione volta unicamente a far parlare di sè. In questo caso diventa una sorta di razzismo di ritorno.
    Poi si potrebbe vedere la cosa all'incontrario. Non penso che la comunità nera vedrebbe di buon occhio Mohammed Alì o Nelson Mandela o Jesse Owens interpretati da un attore bianco.

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    1. Non ce li vedrebbe nessuno, perché fare un film su questi personaggi implica automaticamente il racconto dell'appartenenza alla loro etnia. Insomma, il problema non si pone.

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  12. A me non è piaciuta proprio l'ambiguità dell'operatore. Faccio una re interpretazione di Amleto in cui Amleto è cinese? Bene. Faccio una serie ambientata in un ottocento alternativo in cui tutte le etnie sono mescolate? Bene. Ma non posso fare Amleto cinese e dire che il principe di Danimarca era così. Né fare un duca, per quanto bello da vedere, nero e dire "eh, ma la regina era davvero di colore". No. Faccio storia alternativa, il che va bene, ma lo dichiaro

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    1. Forse la strada è proprio quella: premettere un'etichetta, precisare l'intento. Può essere un'idea.

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  13. Per quanto io adori Idris Elba, no, James Bond no! E non è una questione di colore, ma perché ho in mente un altro candidato, che sarebbe erede naturale per il ruolo che fu, e che per me resta, di Sean Connery, scozzese che ebbe l'ardire di presentarsi in kilt di fronte alla Regina Elisabetta. Gli altri sono bravi, ma Connery era James Bond in carne e ossa. E quell'altro lì, non faccio nomi, giocherebbe in casa. ;)
    Tornando al "color blind casting", in effetti continuando a vedere la pubblicità di questo Bridgerton (e sentendomi dire da un'amica che quando sono "agghindata" assomiglio alla protagonista - si si, le ho consigliato l'oculista con urgenza), non capivo cosa ci fanno delle persone di colore vestite da nobili ricchi in un'epoca di schiavi e colonie. E' anacronistico senza dubbio.
    Avrei detto pure che è una forma di razzismo più subdola, ma se lo scrivo io rischio di passare per razzista, se lo dice Omari Newton ne ha più cognizione di causa. Mi sembra come se, per non far vedere il buco sul muro fatto col martello, riempissimo la parete di altri buchi, invece di riparare il buco originario. Un cast di persone di colore con i ruoli distribuiti a casaccio sembra urlare "Ma noi non siamo razzisti!", ma esattamente quando pronunci la frase, già lo sei, già hai pensato per schemi che separano in base al colore della pelle.
    Vuoi mettere invece una sceneggiatura creata con una parte studiata appositamente per un attore di colore? Vedi Django Unchained di Tarantino e le differenze con l'originale Django di Corbucci: la parte del nuovo Django è perfetta per Jamie Foxx e non potrebbe essere altrimenti. In effetti per Bridgerton avevo pensato si trattasse di una sorta di ucronia, cioè proprio la Storia riscritta, come per L'uomo nell'alto castello dove si parte dall'idea che la seconda guerra mondiale sia stata vinta dai nazisti. Avrebbe avuto più senso.
    Non credo poi che il razzismo si possa combattere con una serie televisiva con un target di pubblico adulto, con le idee già formate e indurite. La difesa dei diritti, qualsiasi diritto, che sia per l'etnia, il sesso o il genere, per conto mio inizia dai banchi di scuola, dall'educazione civica, e soprattutto dalle istituzioni.

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    1. Ok ok, ho capito chi ci vedresti. Un James Bond rosso di capelli. :)
      Ma sai che in effetti assomiglia alla protagonista di Bridgerton?
      Concordo totalmente, come sai, su quanto dici riguardo a questo tipo di casting.
      È strano che non corrisponda a molti come forma subdola di messa in disparte di un problema che invece è ancora troppo preponderante e concreto.

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  14. C'è un limite di buonsenso, secondo me, a queste scelte discutibili. Quando ostenti il tuo disinteresse per il colore della pelle senza valutare il contesto, stai dimostrando che il colore della pelle è ancora un problema. Capisco che la coerenza con un testo o un pezzo di teatro può tradursi in discriminazione, ma non credo nelle forzature.

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    1. Di fatto queste appaiono alla fin fine come forzature, sì.

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  15. Condivido i tuoi dubbi, anche se si tratta di un argomento fortemente minato, dove anche la migliore argomentazione rischia di toccare un tasto dolente. È sicuramente giusto che persone che fino a pochi anni erano discriminate abbiano una presenza maggiore e un ruolo più importante nelle produzioni moderne (e un salario paritario ai loro colleghi), ma mi sembra che in molti casi si faccia determinate scelte solo per silenziare la coscienza/polemiche, senza tenere conto del contesto. Un po' come accadeva nell’Inghilterra vittoriana, dove i nobili/ricchi pur non facendo nulla di concreto per migliorare le condizioni della classe proletaria organizzavano associazioni di beneficenza per il proprio lustro e per indurre una falsa catarsi.

    Un problema che non va sottovalutato è che produzioni come Bridgerton portino lo spettatore poco avvezzo alla storia o alle convezioni della società di un determinato periodo una falsa percezione/conoscenza del periodo (dubito per esempio che un americano abbia i giusti strumenti per sapere cosa era possibile e cosa no nell’Europa del XVI secolo per dire*) ottenendo un effetto simile a quello di Bugs Bunny e le carote (Dopo aver visto tanti cartoni dove Bugs mangiava con gusto le carote siamo convinti che ai conigli piaccia quel determinato ortaggio, quando in realtà tale vegetale è dannoso alla loro salute). Quindi alla fine rendendo paradossalmente più difficile allo spettatore comprendere le ragioni di storture come: il razzismo o lo sviluppo maschilista della società.

    *Con le dovute eccezioni per esempio in una recente puntata de "il tempo e la storia" ho scoperto che le donne nel basso medioevo avevano un ruolo più intraprendente e centrale nella società di quanto avranno le loro omologhe nei secoli successivi.

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    1. Grazie per questo tuo commento, che pone in luce un ulteriore problema: l'abitudine è un rischio. Io spero che questa nuova tendenza non diventi un'abitudine inveterata, che potrebbe creare una visione del tutto distorta della Storia e generare quella superficialità verso un problema di discriminazione ancora oggi purtroppo troppo presente.

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  16. Ciao, spero che tu non te la prenda (nel caso cancello subito) ma ho citato e segnalato il tuo post come ricco di stimoli e meritevole di essere riletto qui:
    https://wwwwelcometonocturnia.blogspot.com/2021/04/seconde-visioni-1-i-link-da-recuperare.html
    Spero che la cosa ti faccia piacere.

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  17. Ciao Luz.
    Mi sento molto in imbarazzo.
    Sai che una cosa del genere l’avevo già vista tempo fa su un altro blog dove parlavano del live action in produzione della Disney de La sirenetta e si “scandalizzavano “ del fatto che per il ruolo di Ariel avessero scelto una attrice di colore.
    Son rimasto perplesso dall’entità di questo presunto “scandalo “.
    Sinceramente a me non incuriosisce perché son aperto anche a queste espressioni d’arte.
    Non credo che includere sia mai un male.
    Poi se si vanno a toccare dei fondamenti storici ...l’importante è conoscerli questi fondamenti per magari apprezzare meglio la nuova rappresentazione anche se questa non coincide proprio con il colore della pelle.
    Per farti capire se decidessero di riproporre un film sulla schiavitù in America a ruoli invertiti ( bianchi schiavi e neri schiavisti ) ..anche se non rispetta la correttezza storica l’importante è che mi arrivi giusto il messaggio sul diritto ad essere liberi no?
    Poi fosse solo un problema di colore di pelle..!
    Prendi Melanie Gaydos l’attrice e modella americana che si è sempre battuta per affermare il suo senso della bellezza contro gli stereotipi nel mondo della moda.
    Per me c’è solo da abbattere delle barriere mentali ..e purtroppo c’è ne sono ancora tante.
    Detto questo sono a favore del Colour blind casting...se serve ad abbattere queste barriere.
    Ciao

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