Incipit: In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente.
Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c'era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l'immobilità.
Avete presente quei libri che vi capita di sfogliare più volte in libreria, quegli autori di cui sapete l'esistenza e che sapete leggerete prima o poi, eppure non vi decidete a farlo?
È il caso mio e di Amélie Nothomb, prolifica scrittrice belga di cui ho preso questo gustoso piccolo libro consigliatami da una collega. La ringrazio qui pubblicamente, ottima giovane insegnante costantemente in contatto con l'editoria, grande lettrice, promotrice di numerose iniziative culturali fra le mura scolastiche e fuori, insomma una di quelle prof il cui modello dovrebbe portare il brevetto.
Metafisica dei tubi è il punto di partenza ideale di un lungo percorso autobiografico nel quale la Nothomb racconta di sé come di un personaggio di fantasia. Non le occorre molto artifizio, di fatto la sua vita sembra uscita dal romanzo di un bravo scrittore.
Figlia di un diplomatico, nasce in Giappone, terra amatissima che dovrà lasciare per trasferirsi prima in Cina, poi in Bangladesh, Amélie resterà aggrappata al ricordo della patria nipponica, si sentirà perfino straniera in Belgio, sceglierà poi l'esperienza newyorkese, per poi tornare in Giappone.
Insomma, una apolide mai pienamente integrata, che fa della propria vita repertorio di diversi libri di grande successo. La scrittura in tal senso è valvola di sfogo per la Nothomb, le serve per riordinare un percorso e dare senso alle cose.
