Incipit: Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough e nel tardo pomeriggio arrivai al piccolo attracco nei pressi di Maentwrong-under-Sea che serve la biblioteca Bodleiana nella Snowdonia. Era una giornata primaverile tiepida e senza vento e il viaggio era stato tranquillo, anche se, come è facile immaginare, dormire seduti su una panca in doghe di legno è un supplizio. Percorsi le due miglia del pittoresco tragitto che conduce alla funicolare e propulsione idrica e forza di gravità. Si unirono a me quattro utenti della biblioteca con i quali chiacchierai del più e del meno mentre venivamo trasportati a un migliaio di piedi su per il monte, nella scricchiolante cabina in legno lucido di quercia. Cenai da solo nel refettorio della biblioteca, poi chiamai la mia amica e collega Rose Church per informarla che ero arrivato sano e salvo. Quella notte riposai bene nella mia stanza monacale.
Editore: Einaudi
Pagine: 359
Prezzo: € 21,00
Di Ian McEwan finora ho letto in tutto tre romanzi. Oltre a questo, Cortesie per gli ospiti e il bellissimo Espiazione.
L'ultimo romanzo del grande scrittore e sceneggiatore inglese è un bestseller che mescola più generi, una storia non del tutto classificabile né definibile. È uno degli aspetti che più mi ha entusiasmato.
Di base, Quello che possiamo sapere è un romanzo distopico tipico: ambientato nel 2119 in un'era post-apocalittica, in un mondo che appare allo stremo dopo alcuni eventi climatici e politici estremi.
Ecco, immaginate che uno scrittore del calibro di McEwan si misuri con questo scenario, ma dimenticate paesaggi del tipo La strada di McCarthy. La vita qui è andata avanti, solo quel mondo si presenta del tutto sovvertito.
Lo scenario
La Terra ha subito un cataclisma in cui l'uomo ha sfiorato l'estinzione. Il riscaldamento globale ha raggiunto livelli estremi e i mari si sono sollevati, inoltre, come è facile immaginare, i rapporti geopolitici si sono trasformati in virtù della corsa al profitto, in anni in cui la crisi climatica è stata volutamente ignorata e sottovalutata, e le tensioni sono degenerate.
Iran e India hanno cominciato una guerra atomica che ha sovvertito gli equilibri sempre più, fino a quando la Russia ha esploso un missile a lungo raggio verso gli Usa. Il missile è caduto nell'oceano e ha creato un'onda anomala che ha cancellato moltissime città e metropoli costiere.
Le terre man mano hanno cominciano a svanire, quelle emerse sono lagune, isole, la massa oceanica è enorme. È il risultato del Grande Disastro e dell'Inondazione.
Le risorse sono diventate rarissime, molti cibi sono scomparsi essendo scomparsa gran parte dell'agricoltura.
In Africa, la Nigeria è diventata una delle nazioni più forti e temibili, tiene sotto scacco il mondo occidentale. I bianchi caucasici sono scomparsi o rimasti in pochi, si è formata una nuova etnia, mista (il riferimento è spesso alla pelle "mulatta"). L'etnia bianca viene vessata, perseguitata, insomma il razzismo si è rovesciato a favore di questa nuova umanità di origini africane.
In tutto questo disastro che ne è del passato, della cultura?
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| Ian McEwan |
Ora la parte più singolare.
Le generazioni del futuro hanno conservato la cultura del passato, salvando il salvabile, ma gli studi umanistici sono stati sempre più abbandonati, non esiste più la letteratura. Le opere letterarie appartengono a un passato ormai lontano, l'umanità ha preferito sempre più orientarsi verso la scienza e la tecnologia digitale. In questo scenario, i giovani appaiono come sempre, svogliati e superficiali, si iscrivono in pochissimi alle facoltà umanistiche, ridotte ormai a un nulla.
Un particolare interessante: l'accesso alle IA, sempre più avanzate, è fortemente limitato alle nuove generazioni - un accesso a settimana - e il sistema permette di individuare gli studenti che le consultano per facilitare gli esami, togliendo loro l'accesso a tempo indeterminato a seconda del "reato".
In un passaggio, viene espresso a chiare lettere quanto sarebbe stato utile alla generazione degli anni Venti del 2000 sapere che tutto ciò che mettiamo in rete è destinato a restare, a essere letto, trovato, reperito facilmente nel futuro.
Bene, in questo triste orizzonte si muove uno studioso, Thomas Metcalfe, esperto di letteratura degli anni 1990-2030, che strenuamente continua le proprie ricerche di un manoscritto andato perduto, un poemetto intitolato Corona per Vivien del grande poeta Francis Blundy.
Thomas guarda al passato con nostalgia e struggimento, esattamente come noi, oggi, guardiamo per esempio all'epoca georgiana o vittoriana. È un personaggio costruito con grande maestria da McEwan, che lo pone in quella epoca futura ma lo dota di una profonda umanità, della capacità di entusiasmarsi o commuoversi. Ecco, Thomas è il motore della storia, di una storia che in realtà ci sta raccontando molto altro rispetto alla trama.
Anemoia o retrotopia
In base alla mia esperienza di lettrice, posso affermare con certezza che i migliori romanzi sono quelli che nascondono un altro livello di narrazione. Tutti i maggiori scrittori e scrittrici riescono a costruire rappresentazioni in grado di andare oltre l'intreccio e mostrarci un secondo, o un terzo, scenario, qualcosa che prende forma lentamente nel nostro procedere.
In questo caso, non solo McEwan gioca con estrema maestria a creare il mistero, ma prende posizione riguardo ai grandi temi del presente, la crisi climatica e la situazione geopolitica in primis.
Il protagonista si muove in quel mondo in cui le leggi sono sovvertite, ma rappresenta ancora una civiltà, ci mostra che l'uomo è in grado di conservare, anche in generazioni di un futuro post-apocalittico, quanto di più umano possa sentire. Il fascino derivante dal passato, che appare più lontano di quanto non sia in realtà perché quel mondo ha smesso di esistere, coinvolge lo studioso fino all'ossessione, benché anni di ricerche non abbiano dato frutti.
Thomas pensa con grande rapimento all'epoca che noi oggi stiamo vivendo. È un aspetto singolarissimo del romanzo, come se il suo protagonista stesse guardando noi, che stiamo leggendo, e volesse dirci quanto siamo fortunati a vivere questo tempo e tutte le sue opportunità.
Ecco, in questo nostro tempo deve essere accaduto un fatto che la tradizione ha tramandato come eccezionale. Un celebre poeta ha scritto un poemetto per l'adorata moglie e lo ha letto durante la sua festa di compleanno. Trovarlo sarebbe la scoperta del secolo.
Oxford è sommersa, il sapere è stato trasferito nel nord del Galles, fra le poche terre ancora visibili.
Riuscirà il nostro eroe a trovarlo? Non voglio rovinare la sorpresa a chi vorrà leggerlo.
Il punto è che non siamo realmente in grado di comprendere il passato, come rivela tutta la seconda parte del romanzo. Benché possediamo carteggi, lettere, documenti, prove, non potremo mai afferrare la verità e tendenzialmente la ammanteremo di romanticismo, di fascino.
McEwan ci spinge a domandarci se non sia così anche nella realtà. Cosa sappiamo realmente delle generazioni passate? Cosa di scrittori, scrittrici, personaggi della Storia, artisti, ecc.?
Quei volti che ammiriamo in dipinti celebri, quei nomi che leggiamo sui frontespizi di opere eterne, quei fatti che ci siamo raccontati talmente tante volte da essere entrati nel nostro immaginario, chi sa realmente cosa e chi fossero?
Quello che possiamo sapere è un ideale "viaggio" proprio in questo interrogativo, un pregiatissimo gioco letterario in cui dire "distopico" significa esprimere solo uno dei tanti aspetti di questo racconto.
Un racconto in cui si alternano nostalgia, abbandono, perdita, dolore, senso di colpa, odio e amore.
Regalatevi questa lettura, consigliatissimo.
Vi domando: avete letto qualcuno dei romanzi di McEwan? Cosa pensate di questo romanzo? Come stanno andando le vostre letture del 2026?



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