giovedì 25 giugno 2020

Il caffè di Luz e Marina: abbiamo letto insieme La macchia umana di Philip Roth

Un giovane Philip Roth nel suo studio
LUZ   Bentornata da queste parti, Marina. È il nostro ultimo caffè prima della pausa estiva e abbiamo scelto... una lettura condivisa. A proposito, cosa porti di bello? Pare squisito. Bene, siamo al nostro secondo Roth e abbiamo scelto La macchia umana. Come ti senti dopo averlo letto? 

MARINA  Sono mattonelle di ricotta al profumo di limone. Per me è il terzo Roth: ho letto anche Indignazione, una storia più breve, ma dal contenuto non meno potente. Ormai l’ho capito: qualunque cosa racconti Philip Roth, il pugno arriva sempre dritto, e ben assestato, allo stomaco. Ecco, dopo aver letto “La macchia umana” mi sento di nuovo stordita, come quando sono arrivata all’ultima pagina di Pastorale americana. Ho trovato qualcosa che accomuna i due romanzi, che non è tanto il ritorno di quel Nathan Zuckerman, narratore, presente in altre storie di Roth (del resto siamo in mezzo alla “trilogia americana”: la completerò leggendo anche Ho sposato una comunista), bensì il richiamo a una stessa struttura, a un analogo schema. Ma aspetta, forse sarebbe meglio partire dalla trama, per coinvolgere i nostri ospiti nella discussione. Ti andrebbe di raccontarla brevemente?


LUZ    Un uomo e la nemesi, se dovessi ridurlo in due termini. Una trama perfetta, con al centro un uomo, il 72enne Coleman Silk, e il suo segreto (che non sveliamo). La vita di quest'uomo è come divisa in due, il Coleman che decide di mentire lasciandosi alle spalle perfino gli affetti più cari, e che in virtù di questa menzogna riesce a costruire una carriera universitaria perfetta, e quella dell'epilogo, la sua caduta in virtù di un evento paradossale. Il Coleman che precipita verso l'abisso è un personaggio sconfitto che ha camminato lungo un precipizio per tutta la sua vita, rischiando lo svelamento di un segreto che in verità investe anche i suoi quattro figli, alla nascita di ciascuno dei quali il rischio è stato altissimo. Il Coleman sconfitto, dapprima adirato per l'ingiusta sorte che gli riserva l'ambiente universitario, sembra trovare requie nella relazione con una donna che ha la metà dei suoi anni, una delle donne delle pulizie del college. Questa è solo un livello della trama, perché su questa tela Roth intesse qualcosa di perfetto, di complesso. Qual è il personaggio, al di là del protagonista, che ti ha colpito di più? 

MARINA  Delphine Roux. Mi ha spiazzata. Perché c’è un piano oggettivo in cui la giovane collega di Coleman Silk affonda la lama su una situazione che ha dato già i suoi frutti disastrosi e allora pensi che sia una donna odiosa, una di quelle che ha cavalcato l’onda del risentimento dell’ambiente universitario verso il professore preso di mira per ciò che ha fatto e mai perdonato. Ma poi c’è un piano soggettivo in cui scopriamo che Delphine è una persona diversa, con delle insicurezze, in fondo infelice, nonostante gli obiettivi raggiunti e inseguiti con tanta ostinazione per una vita intera; allora la vedi fragile e guardi a tutta la faccenda dal suo punto di vista. C’è come un ribaltamento dei personaggi: adesso è Coleman che risulta insopportabile nel suo atteggiamento, con la sua saccenza, la sua supponenza, nella perenne disapprovazione della donna legata più a un pregiudizio sulla sua personalità e sulle sue competenze che a una reale squalificante professionalità. Tu te lo sei chiesto se Coleman Silk sia davvero misogino e sessista o se il quadro tracciato sulla Roux sia solo il risultato di un’indagine supposta da Zuckerman per il libro che sta scrivendo e che racconta questa storia? Chi è per te, veramente, questo uomo che ha costruito tutta la sua esistenza su una bugia?

LUZ   Io ho detestato Delphine Roux, perché a fronte di un'intelligenza e una competenza che Coleman stesso riconosce, affidandole un incarico (lui così selettivo), proprio lo svelamento della sua fragilità me l'ha mostrata come una donnina isterica e fintamente rampante. Una fallita su tutta la linea. Un'arrogante donna infarcita di tipica arroganza francese, una che pietisce l'attenzione degli uomini tutti e guarda chi non è alla sua altezza dall'alto in basso. Ecco perché la Roux è completamente sola, perché naviga in un mondo femminista che di femminismo non ha nulla. Credo che Roth l'abbia ritratta volutamente così e sia voluto andare in quella direzione. Coleman non mi è sembrato ribaltato seguendo l'interiorità della Roux, tutt'altro, e difatti non è un caso che quella certa email corrisponda alla descrizione del professore. La professoressa francese detesta Silk perché lui non è stato attratto da lei come donna - la scena del colloquio è illuminante a riguardo - ma dalla sua intelligenza, tanto da assegnarle il dipartimento, e questo la fa impazzire. Allora cerca ogni pretesto per colpirlo e affondarlo, perfino vedendo in Faunia una donna fragilissima di cui Silk sta approfittando, mentre invece la realtà è molto lontana da queste illazioni. Coleman Silk ha in sé il sessismo prodotto normalissimo dell'epoca in cui vive e si muove, non è assolvibile su tutta la linea ma semplicemente uno che ritiene di poter tracciare un destino a modo proprio e si illude di poterlo fare mentre la vita lo porta verso tutt'altra direzione. Concentriamoci su quel grande personaggio che è Faunia, adesso. Potrebbe essere la protagonista di un romanzo a sé, non trovi? 

MARINA  Allora, a te ha colpito lei. Ti dirò, certamente è un personaggio unico, soprattutto perché la penna di Roth ha saputo connotarlo in modo egregio (come riesce a fare con tutti, pure con le figure secondarie: pensavo al fratello di Coleman, Walter, alla sua reazione dopo il “tradimento” o al figlio, Mark, il “poeta narrativo” su argomenti biblici) eppure, a livello empatico, Faunia non ha attirato le mie simpatie. Pur con tutte le sue comprensibili giustificazioni, io ho l’ho trovata disturbante: sì, una vita disgraziata, un passato terribile, che è anche un po’ stereotipato, se ci pensi: la donna che subisce abusi ed è maltrattata ha spesso una reazione che la porta lontanissima dalle aspettative della gente e lei ha fatto la vita che ha fatto e soprattutto le scelte, tutte (e qui, senza scendere nei particolari, mi riferisco al diario) come conseguenza di una catena di eventi infausti della propria vita. Ma la si compatisce? No, io in lei ho solo riconosciuto una donna che sopravvive, non che vive con la forza che le è rimasta dopo ciò che ha subito; una donna svuotata, che “esiste” per inerzia quasi, ma con l’astuzia di tenersi anche lei dentro un segreto, che le serve per mantenere questo distacco estremo dal mondo. Non lo so, mi ha tenuta a distanza, in modo coerente con quello che poteva essere il progetto di Roth nel presentare un personaggio tanto complesso, ma senza l’ammirazione che, forse, sperava potesse suscitare.
C’è una parte che mi ha messo un’ansia terribile addosso. Vediamo se indovini qual è: su questa dovremmo essere d’accordo.


LUZ    Faunia per me è un personaggio gigantesco, e immagino  che Roth abbia voluto o sperato che la percepissimo così, probabilmente non c'è riuscito con tutti i suoi lettori. :-) L'ho capito quando mi sono trovata dinanzi a questo passaggio: 
Vedevi che il suo corpo non era solo magro, efficiente e severo, vedevi che era una donna solidamente costruita in equilibrio sul momento abissale in cui ha smesso di maturare, ma non ha ancora cominciato a sfiorire (sublime!), una donna nel pieno degli anni, la cui ciocca di capelli bianchi è sostanzialmente ingannatrice proprio perché i netti contorni yankee delle gote e della mascella e il lungo collo inconfondibilmente femminile non si sono ancora piegati alle trasformazioni dell'età. 
Ma poi ci sono descrizioni e passaggi e snodi, tutta la costruzione di questo personaggio è orientata verso un quadro che non può apparirci né piacevole né fluido, ma deliberatamente indefinibile. È la ragione per cui Coleman è stregato da lei. Un quid inafferrabile che va molto oltre la sua storia, pur sofferta, tragica a tratti, ma Faunia si prende il suo spazio molto al di là delle sue vicende personali. La scena con la cornacchia è tutto dire ed è costruita con occhio quasi registico. Roth si prende cura di Faunia e attraverso lei cerca di offrirci un altro piano di lettura della vicenda di Coleman. 
Veniamo alla parte che ti ha messo una terribile ansia addosso. Direi la scena nel ristorante cinese. Il grande baratro dei veterani della guerra del Vietnam. Quella è come una storia nella storia. La scena è praticamente perfetta e costruita virgola dopo virgola perché nel lettore monti quella ansia. Ho indovinato? Invece, che ne pensi di questo Nathan Zuckerman, alter ego di Roth, che torna anche in questo romanzo? Come vedi questa scelta dello scrittore di ritagliarsi un ruolo nella narrazione? 

Il film del 2003 tratto dal romanzo.
MARINA  Volevo aggiungere una cosa a proposito di Faunia. Sono convinta anch’io che sia il personaggio cardine di Roth, del resto affida a lei le parole che danno il titolo al romanzo: “noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta”. Molto bello.
Sapevo che avresti indovinato: del resto quella è una parte che non può non coinvolgere. Ero lì, in quel ristorante (dopo, anche il pellegrinaggio al Muro mi ha fatto questo effetto) e pensavo: “oddio, ora chissà che combina Les” ed è stato tutto un crescendo di ansia ed emozione, perché hai visto come ritorna l’ossessione per la guerra in Vietnam? Roth ne parla ancora (ti ricordi in Pastorale americana?) come un momento della storia americana che cancella la gloria della Nazione, un destino ineluttabile che colpisce ogni giovane combattente mandato a uccidere e morire, che torna (quando riesce a sopravvivere) irrimediabilmente cambiato, per sempre.
Su Nathan Zuckerman, questi interviene in altri romanzi di Roth come protagonista e non solo come narratore. In veste di narratore (come mi è parso anche in Pastorale americana), è un soggetto che mette malinconia, non trovi? La sua solitudine, la sua malattia, il suo affezionarsi alle storie raccontate dalle persone che incontra, di cui rimane ammirato (che poi diventano personaggi), gli donano un’aura vagamente triste, ma anche una caparbietà che mi piace. Il suo ruolo è apparentemente secondario, in realtà è lui il vero burattinaio e su questo vorrei una tua opinione: le parti in cui il romanzo parla del passato di Coleman, quelle in cui è ricostruita la vita di Delphine Roux, di Les Farley, di Faunia, compongono il romanzo che sta scrivendo Nathan. È una deduzione che ne fa il narratore in base alle notizie che raccoglie, ma secondo te, è possibile che molte cose le immagini lui in un certo modo? Chi gli ha mai detto, per esempio, chi fosse Delphine realmente? Voglio dire che, in fondo, Roth lascia al lettore la libertà di farsi un’idea di tutta la storia senza orientarlo verso una verità assoluta. 

LUZ   Sì, l'intenzione delatoria di Roth riguardo alla guerra in Vietnam si fa evidente in questo romanzo. Il dramma dei veterani è talmente forte da essere concretizzato attraverso una sequenza fortissima. In tal senso, questi romanzi sono anche un mezzo per conoscere la situazione così come esattamente venne vissuta e non è un caso che quei veterani del Vietnam si facciano beffe di quelli della Guerra del golfo (c'è un passaggio in cui addirittura si parla di "vacanza sulla spiaggia", riferito alla guerra nel deserto), calcando la mano su un cameratismo molto forte, una sorta di "fratellanza" salvifica fra loro. Questo fa riflettere e dà un valore innegabile agli scritti di Roth. Senza svelare nulla, non mi ritrovo sul finale quello stesso Les. Il che mi fa pensare che a due cose (e con questo vengo alla tua domanda): o Roth vuole farci intendere che c'è una netta distinzione fra come la realtà viene percepita da Zuckerman e quella che poi si rivela essere, oppure qui si tratta di un qualcosa di "discutibile" (mio modesto parere di lettrice) perché, e non so se sei d'accordo, il Les del finale non mi sembra del tutto quel personaggio che impariamo a conoscere dalle pagine precedenti. Zuckerman è un bel problema. Ah ah detta così è quasi comica. Secondo me, ma posso sbagliare, non tutto il libro si intende scritto da lui. Zuckerman non può essere presente in ogni pagina perché ne verrebbe fuori un racconto contraddittorio. È una presenza dai contorni sfocati, ecco. Ma anche qui credo che la cosa sia molto interessante, capire COME Roth costruisca una narrazione è la cosa più stuzzicante che mi viene in mente. Per questo ripercorrerò a grandi linee questo romanzo, me lo voglio studiare per scomporlo in piani e seguire il suo stesso insegnamento: scrivere significa capire come è fatta una narrazione di buona fattura. Smontarla e guardarci dentro, insomma. Scomporlo in sequenze, fare un passo indietro e osservare molto attentamente. 
Cosa ti piace veramente di questo scrittore pensando al suo modo di raccontare?

MARINA  Intanto ti dico che Les, sul finale, ha convinto poco anche me:  il suo atteggiamento ambiguo non è del tutto in linea col personaggio inquieto, a tratti disadattato, controverso che ha fatto il suo percorso lungo tutta questa storia. È come se quell’acume improvviso servisse più a realizzare un finale d’effetto che a mostrare un lato rinnovato della sua personalità, però, rispetto al tutto, questa non è che una piccola impressione.
Roth si conferma un grande narratore, il cui pregio sta nel calare il lettore dentro la storia piano piano; per me tutte le volte è come scendere una lunga, sinuosa, scala: in alto c’è il piano visibile della storia, via via che si scende verso il basso si cominciano a vedere i chiaroscuri e poi ci si addentra sempre più in profondità, alla scoperta di tutto un mondo sottostante descritto alla perfezione. Non so se sei d’accordo, ma come riesce lui a caratterizzare i personaggi nessuno: li analizza nel dettaglio, te li presenta e te li fa conoscere perché tu possa amarli o odiarli, con tutti gli elementi per fare una valutazione. In pratica, Roth tesse la sua trama partendo dalla fine (perché in questo romanzo ti dice subito cosa accade a Coleman e Faunia) e poi ricostruisce la storia attraverso l’espediente del Narratore che fa da filtro. Accade anche in Pastorale Americana. Piuttosto, anche tu lo hai letto di recente, quali sono, secondo te, gli elementi che questi due romanzi hanno in comune? Ne hai riscontrati? Perché, ho letto ancora poco di Roth, ma mi sono fatta l’idea che il suo stile si ripeta con analoghi schemi e stesse intenzioni.

LUZ  L'idea della spirale in cui si ha come lettori l'impressione di un procedere in discesa, mi piace molto e la condivido. La sensazione è una discesa perché il pregio di Roth è che all'inizio non teme di darci alcuni elementi essenziali, perfino svelamenti, per poi accompagnarci in questo progredire della storia. Disseminare il percorso di rivelazioni che creino curiosità e interesse nel lettore non è certo sua invenzione, ma quello che coinvolge è il COME poi ricomponga il puzzle. Un esempio su tutti: l'espressione la tua faccia bianca come un giglioTi è capitato come a me di restare spiazzata dinanzi alla parte in cui svela da dove provenisse quella espressione giudicata singolare dal giovane avvocato? Ci dedica un intero capitolo, un lungo flashback, siamo intanto inconsapevoli che ci stia portando verso questo svelamento. Poi, bang. Nel capire perché abbia un peso, capiamo anche perché a Coleman venga in mente in quel preciso momento come sola espressione possibile da usare contro di lui. Arrivo dunque alla tua domanda. Dai due romanzi di Roth letti finora, riscontro la costruzione di una struttura, qualcosa che ricorre in entrambi e in forme simili. Roth è uno di quegli scrittori che conosce gli strumenti della scrittura, ne destreggia le tecniche, decide programmaticamente come muoversi e come raccontare. Roth è uno scrittore prezioso perché un occhio attento può apprendere alcuni di questi strumenti. Come ho scritto più su, mi prefiggo di studiare col tempo questa struttura, anche solo come occasione di conoscenza di un percorso di scrittura. Mi sa proprio che continueremo a percorrere le strade di Philip Roth, che ne dici? :-)

MARINA  Quando ho ritrovato l’espressione del giglio, che spiega tante cose, anch’io sono rimasta spiazzata e sono andata a ritroso a cercare il primo momento in cui Roth la utilizza. Tutto segue un percorso che non lascia mai dei vuoti, è esattamente la stessa impressione che ho avuto leggendo Pastorale americana, senza considerare che non so se hai notato come Roth abbia inserito in entrambi i romanzi la figura di un figlio problematico (lì era la protagonista di quel dramma familiare tremendo, qui è una figura secondaria che, però, serve per rendere ancora più intenso il personaggio di Coleman), insomma, quante cose si potrebbero aggiungere... Leggerò ancora Roth, altroché, intanto completando la Trilogia americana, magari ci torna la voglia di parlarne insieme.
Chissà i lettori di questo post che ne pensano. Chissà se hanno letto questo romanzo, se conoscono Roth. Che dici glielo chiediamo?

LUZ    Anche a me piacerebbe un confronto con chi magari ha letto Roth o anche con coloro che hanno ravvisato "strutture" nella scrittura di autori e autrici. 
Quanto altro potremmo scriverci, cara Marina? Ma ci fermiamo qui, il nostro caffè è già abbastanza sostanzioso. 
Appuntamento a settembre per il nostro prossimo caffè, intanto gustiamoci questo. 

Qui parte della scena di Faunia (una bravissima Nicole Kidman) con la cornacchia, da gustare in lingua originale. 


18 commenti:

  1. Philip Roth è un classico contemporaneo ma io non ho ancora letto nulla di suo. Non so se mi piacerebbe, comunque certamente terrò presente questo titolo se dovessi decidere di cancellare lo "zero" dalla casella dei suoi libri che ho letto.

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    1. Sì, Ariano, cancella lo zero. Vale la pena leggere Roth, anche solo per potere confermare che non ti piace (ha una scrittura potente.)

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    2. Io credo che Roth sia molto nelle corde dei lettori uomini. C'è molto dell'universo maschile nella scrittura di questo autore immenso. C'è molto anche del Roth scrittore che arriva alla vecchiaia con quel disincanto un po' amaro, cosa che riversa nella sua scrittura. Ariano, potresti iniziare proprio da La macchia umana. Fidati.

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  2. Ecco uno di quegli autori di cui ho un sacro terrore e di cui non ho letto nulla! In questo momento ho una necessità primaria di letture da ombrellone, quindi rimane nel cassetto mentale del "leggerò". Spero di farlo, prima o poi (chissà che il gruppo di lettura non mi aiuti in questo senso...), di certo tornerò a leggere questo post! La rubrica mi piace molto, la trovo un'iniziativa bellissima

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    1. I caffè ci divertono molto. Io e Luana abbiamo una sintonia perfetta! Grazie.

      Capisco le tue remore, le avevo anch’io quando sentivo parlare di Roth: conosco persone che lo adulano addirittura e questa cosa mi ha fatto sempre un po’ paura. Mi sto addentrando nel mondo di questo scrittore (vorrò leggere altro di suo) e devo dire che ne capisco la profonda ammirazione. Io lo sto apprezzando molto e sto trovando perfetta la sua scrittura, molto vicina allo stile che prediligo. Penso che, per iniziare, una lettura condivisa in un gruppo sia l’ideale: io ho cominciato così, leggendo “Indignazione” con il mio gruppo di lettura...mi ha dato il via!

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    2. Certo come hai capito anche tu, Antonella, non è da ombrellone. È piuttosto un autore da autunno, da primi freddi con quell'oretta libera in cui puoi rilassarti leggendo un ottimo autore. Roth mi ha fatto capire che non si possono perdere determinati autori se si vuole capire come funziona la scrittura. Roth è un manuale di ottima scrittura. Anche solo per questo almeno uno dei suoi libri bisogna leggerlo di default. :)
      Grazie per avere apprezzato la nostra rubrica, insieme alle interviste è qualcosa che mi piace condividere con le persone che stimo. E con Marina, concordo, c'è un'intesa perfetta. A settembre ci occuperemo di un tema che interessa le vite di entrambe, non vedo l'ora. :)

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  3. Un autore che meritava il Nobel già da tempo. Qualcosa ho letto, ma confesso di non conoscerlo. Ma ciò che ho letto merita molto. Bello questo post e bella idea di inserire il video
    Un salutone

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    1. Decisamente lo meritava, sì. Ho trovato in giro un intervento in cui comunque si dice che non avrebbero potuto assegnarglielo almeno da quando dichiarò che non avrebbe scritto più nulla, cosa che accadde qualche anno prima della sua morte, mi pare 6 o 7 anni prima. Grazie per avere apprezzato il nostro caffè e a rileggerci. :)

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    2. Non conoscevo Roth se non per sentito parlare da altri. C’è un pubblico che lo adora e uno che non lo ama tantissimo. Ho un’amica che dice che le sue storie mettono angoscia; sì, almeno nei libri che ho letto, le tematiche non sono per così dire riposanti, ma credo che il pregio di questo scrittore sia proprio il modo in cui tratta certi argomenti, lo fa con una tale profondità e con una tale ricercata chiarezza che non si può non rimanerne affascinati.

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  4. Ammetto anche io di non avere letto alcunché di Roth. Confesso anche che Pastorale americana, per citare quello di cui so di più, non mi ispira.

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    1. Si può iniziare anche da altro, magari da uno dei suoi più brevi. Anche da La macchia umana andrebbe più che bene. Provaci. :)

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    2. Il ghiaccio va rotto. 😉
      Prova, senza pregiudizi e vedi come va!

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  5. Di Roth ho letto solo Everyman, un romanzo non leggero ma breve, scritto benissimo, che mi riporta a una vacanza in Croazia (usavo come segnalibro -che ho ancora - una cartolina della Croazia); riguardo La macchia umana invece ho visto il film che, all'epoca, mi piacque ma credo che il romanzo approfondisca temi che nel film sono solo sfiorati, come accade spesso...

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    1. Il film, benché ben girato e con un cast eccellente (il trio Hopkins - Kidman - Harris è ai massimi livelli) punta in particolare sulla storia fra Coleman e Faunia e sulla ritorsione del violento marito di lei, ma perde almeno il 50% della storia tutta, che è molto più stratificata e complessa. Annoterò Everyman fra le mie prossime letture, tanto più che intendo percorrere tutto quello che Roth ha scritto. :)

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    2. Io non ho visto il film. Ammetto che la scena pubblicata da Luana è suggestiva, però, per esempio, io non riesco a vedere la Kidman nel ruolo di Faunia, me l’ero immaginata completamente diversa. Sono contenta di avere letto prima il libro; è il solito disincanto della trasposizione cinematografica: 9 volte su 10 mi delude sempre.

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  6. Sono andata a spiare il trailer in italiano del film, per un assaggio. E davvero non so come ho potuto perdermelo quel film!! Adoro Anthony Hopkins, come mai mi è sfuggito?!
    Poi ho cercato Everyman, suggerito da Giulia, e pure se la trama non mi attrae, ho avuto una visione... ho preso il quadernetto e giù a scrivere un incipit, forse un racconto in arrivo, vedremo. Però Everyman non so se lo leggerò.
    Dato che Luz consiglia invece La macchia umana come autunnale, me lo tengo da parte. Magari intanto mi gusto il film, ma giusto perché, sappiamo che il cinema toglie, raramente migliora (con Dracula di Coppola ha migliorato parecchio!) :)

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    1. Prima il film no, Barbara! Prima il libro: proprio perché è un fatto che raramente le trasposizioni cinematografiche rendono giustizia al romanzo da cui sono tratte. Io ho visto di recente “Pastorale americana”, dopo avere letto il libro. Neanche lontanamente paragonabili! Invece, curioso che Everyman ti abbia ispirato un racconto! A questo punto, sono curiosa anch’io! :)

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  7. Rientro al mio blog dopo un anno di assenza, e nello spulciare qua e là i blog che seguivo - e amavo - vedo che qui si parla di Roth... un autore col quale ahimè non riesco a fare pace.
    Di lui ho letto Lamento di Portnoy, Operazione Skylok e Il Teatro di Sabbath, ma niente, è come se io e lui viaggiassimo su due rette parallele. Trovo scorrevole il suo stile, ho letto tutto velocemente, ma al di là di ciò non so come mai ma non riesco ad "entrare" nella storia, mai. Non mi appassiona, non mi coinvolge.. Sarà che la lettura è per me quello, una sorta di viaggio extracorporale..
    Per questo motivo non ho mai scritto nulla sui suoi libri, nel mio blog, pur avendoli letti. A questo punto non so se tentare con La Macchia Umana, oppure rinunciare ed accantonarlo, perchè evidentemente io e lui non siamo in sintonia.

    Talvolta mi capita, ci sono scrittori con i quali non riesco a "decollare", pur leggendo i loro libri senza difficoltà. Non parlo di noia o difficoltà stilistiche.. semplicemente, non mi lasciano quella sensazione di "essere stata lì" che altri libri mi danno.


    PS: se non ricordo male ti occupi anche di teatro, oltre che insegnare ai ragazzi... mi chiedevo se conosci i monologhi su Omero che Il Teatro Stabile del Veneto propone su Youtube e cosa ne pensi... io stamattina ho scoperto quello sull'Iliade e non ho potuto non ritaglare due minuti sul blog per parlarne.
    A me ha dato i brividi...

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