mercoledì 12 febbraio 2020

La lingua batte dove il dente duole - A. Camilleri, T. De Mauro

Incipit: DE MAURO   Comincerei con lui, Luigi Meneghello. Ti ricordi quel passo bellissimo in Libera nos a Malo? "Nell'epidermide di un uomo si possono trovare, sopra, le ferite superficiali, vergate in italiano, in francese, in latino; sotto ci sono le ferite più antiche, quelle delle parole del dialetto, che rimarginandosi hanno fatto delle croste. Queste ferite, se toccate, provocano una reazione a catena, difficile da spiegare a chi non ha il dialetto". 

Immaginate due intellettuali, direi due giganti esperti di lingua italiana, l'uno scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo, l'altro linguista e accademico, in un dialogo sull'evoluzione dell'italiano, con particolari riferimenti al dialetto
Del dialetto avevo già scritto qui, ma mi verrebbe da dire quanto sia stato bello nei mesi passati incontrare tanta letteratura nata dalla Commedia dell'arte, che nasce come forma espressiva esclusivamente dialettale. 

Immaginate quanto stimolante, arguto, ironico possa essere questo dialogo e avrete idea di quanto prezioso sia questo librino per me irrinunciabile. 
Il suo nucleo è appunto il dialetto, riconosciuto come patrimonio popolare da salvaguardare. Su questo argomento un po' controverso i due offrono al lettore una specie di "viaggio" nella percezione del dialetto dall'Unità d'Italia, attraverso il fascismo, fino ai nostri giorni. 
Il registro di Camilleri è quello noto a coloro che hanno conosciuto questo grande maestro, e pertanto i suoi interventi sono infarciti di reminiscenze di usanze tipiche della sua regione, quella Sicilia che ancora una volta appare come risorsa infinita di scoperte. 
Una delle numerose perle del maestro: 
Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto. A casa mia si parlava un misto di dialetto e italiano. Un giorno analizzai una frase che mia madre mi aveva detto quando avevo diciassette anni [...] Mi disse: "Figliu mè, vidi ca si tu nun torni presto alla sira e io nun sento la porta ca si chiui, nun arrinesciu a pigliari sonnu. E se questa storia dura ancora io ti taglio i viveri e voglio vedere cosa fai fuori fino alle due di notte!". 
In sostanza, spiega poi Camilleri, la prima parte del discorso era mossa dai sentimenti, per questo fu detta in dialetto, nella seconda interviene la giustizia, la regola, pertanto sua madre finì di dirla in italiano. Ecco un primo distinguo fra le due forme di comunicazione. 
Gli aspetti caratterizzanti il dialetto sono molteplici, una di queste è l'inversione di significato, quando per esprimere un'azione ci si esprime attingendo al verbo contrario. Deliziosa la scenetta del "mòviti" che invece significa "stai ferma". 
Sembrerebbe un retaggio esclusivo del sud, invece gli usi del dialetto caratterizzano ogni regione d'Italia, a prescindere dalla latitudine. 

I dialetti durante il fascismo. 
Entrambi vissero gli anni del regime, quindi il loro scambio su questo aspetto è ancora più prezioso. Si sa, le opere musicali, cinematografiche, i nomi di artisti, erano tradotti in italiano, ma non solo: nelle scuole l'uso del dialetto era severamente proibito e dava adito anche a punizioni corporali. 
Camilleri assaggiò le staffilate dei suoi insegnanti, come potete immaginare.  
Per non parlare dei latinismi di cui fu disseminato il paese, anche inventati. 

Il ritorno del migrante. 
La lingua si evolve come un flusso di corrente. Non si avvertono i suoi cambiamenti in atto - a meno che non si tratti di quei neologismi cui 
siamo abituati, provenienti dal linguaggio televisivo o altro - come può accorgersene il migrante che torna dopo lungo tempo alla sua terra natale.
Il migrante conserva l'uso di un dialetto antico, mentre la gente del luogo ha sviluppato un linguaggio più vicino all'italiano. Si incontrano pertanto due realtà diverse e forse ormai inconciliabili nel parlato. 
Posso testimoniarlo io stessa: dei cugini italo-americani che mi capita di incontrare di tanto in tanto, figli di migranti calabresi, parlano un dialetto strettissimo. In sostanza, non conoscono l'italiano, ma il dialetto trasmesso dai loro genitori, che a sua volta è rimasto in quella forma arcaica di un sessantennio fa. Parlarsi è difficile, ci riesco meglio col mio inglese basico. :)
Questo insegna che anche il dialetto ha una sua evoluzione, non è affatto immutabile. 

Il dialetto nella Storia.
Quelle lingue volgari di cui abbiamo imparato a scuola non erano che dialetti di ogni dove. 
Sapevate che Lutero quando tradusse la Bibbia in tedesco, rendendola accessibile al di fuori degli ambienti colti, attinse a un impasto di dialetti dalla Sassonia e dagli stati meridionali? 
Per non dire di Manzoni, che nelle diverse stesure del suo maggiore romanzo non fa che aggirarsi fra i dialetti della penisola, in anni in cui si sta "cercando" la lingua degli italiani, fino ad approdare al fiorentino. Due lingue come il tedesco e l'italiano non sono che il frutto di un rimpasto di antichi dialetti, cui si dà legittimazione nel passaggio del loro uso in opere di grande diffusione. 
Non possiamo però trascurare la grande lezione dei maggiori autori della nostra letteratura del Trecento. Dante, Petrarca, Boccaccio consolidarono l'uso del volgare gettando le basi del futuro italiano, e su tutto questo mise il suo imprimatur l'Accademia della Crusca nel '600. 

I libri di pelliccia. 
Questa è proprio una chicca. La Commedia di Dante fu celebre dal Trecento e nei secoli successivi ritenuta il capolavoro letterario per eccellenza. Poi arriva nel Quattrocento il poema cavalleresco di Ariosto, Boiardo, fino a Tasso. Questi poemi erano nati nel popolo, cantati nelle piazze, nella lingua corrente del popolo, poi consacrati dalla penna di questi autori. 
L'appartenenza di queste storie al popolo è un loro aspetto fondamentale, tanto che non rimasero relegati nelle corti e negli ambienti colti, ma proliferarono perfino fra i pastori, che durante le transumanze portavano con sé, almeno quelli capaci di leggere, questi libri, per "raccontarli" agli altri pastori, conservandoli nella pelliccia che usavano per coprirsi. 
Va da sé che queste letture pubbliche fossero in dialetto. 

Il potere della parola. 
Al di là del dialetto, i due si soffermano anche su alcune caratteristiche del più genuino italiano. La conoscenza del lessico è fondamentale, in particolare per uno scrittore. 
Lo scrittore non solo può ritenersi tale se ha effettivamente letto, e imparato, da una enorme quantità di libri e stili diversi, in cosa consiste la parola, ma deve essere capace di avvertirne certe "sonorità". 
Le parole hanno un loro suono, amarle parte proprio dall'individuare questi ritmi interni. 
Camilleri si innamorò della lingua italiana leggendo l'Orlando Furioso, per esempio, che fu il mezzo con cui scoprì questo ritmo. Qualcosa che rimaneva a risuonargli dentro ancora lontano dalla lettura. 
I testi funzionano come "partiture musicali".
Camilleri scrive: 
D'altra parte l'abilità dello scrittore è quella di arrivare a te non solo raccontandoti il fatto, ma di farlo in modo che abbia un effetto di risonanza dentro di te. [...] È questo alternarsi di ritmi all'interno di un romanzo che fa il respiro di un romanzo, che è preciso identico a quello che avviene in teatro. 
Molti altri spunti possono trarsi dalla lettura di questo piccolo e interessante libro, mi fermo qui.
A leggerlo, impari anche come il dialetto sia un patrimonio che è doveroso conservare, una lingua nata nel popolo e concretizzatasi dalla materia, e per questo "potente".
Chiudo con le parole di Luigi Meneghello:
C'è un nocciolo indistruttibile di materia, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, percepita prima che imparassimo a ragionare, e immodificabile, anche se in seguito ci hanno insegnato a ragionare in un'altra lingua.  
A voi la parola: vi capita di fare uso del dialetto? Pensate abbia valore una letteratura che si esprime con queste antiche forme? 

15 commenti:

  1. Allora...io sono nato in una regione, la Campania dove il dialetto più conosciuto e cioè il napoletano è una sorta di seconda lingua e vivo in una regione il Veneto dove se qualcuno parla in italiano lo guardano straniti e pensano che sia un turista proveniente da"fuori". Ritengo che la lingua italiana e i dialetti siano entrambi importantissimi, la prima con un valore unificante la seconda come testimonianza culturale. Anni fa parlando con un amico francese che lavora come traduttore traducendo gli scrittori italiani nella lingua di Moliere mi ha confidato che una delle maggiori sfide per lui sta proprio nelle differenze dialettali e nell'uso che molti scrittori (il già citato Camilleri in primis) ne fanno nelle loro opere,cosa che in Francia non succede e-secondo lui- questo è un valore aggiunto della nostra letteratura rispetto a quella francofona.
    Ciao!

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    1. Probabilmente i dialettismi caratterizzano la nostra lingua, e di conseguenza la nostra letteratura, più di quanto immaginiamo. Ma non solo.
      Camilleri cita nel libro il caso di un passaggio da un suo libro "si fumò un cubano". Ecco, traducendo in altra lingua, sembrerebbe che Montalbano si fumi un "uomo originario di Cuba", perché la nostra lingua possiede delle perifrastiche piuttosto particolari, che a volerle tradurre alla lettera significherebbero tutt'altra cosa.
      Interessante questa tua duplice natura partenopea-veneta. :)

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  2. In Valle d'Aosta il dialetto - che in realtà è una lingua propriamente detta - è ancora molto usato, e anzi è la madrelingua per tanti che sono valdostani da innumerevoli generazioni. Purtroppo è una lingua strettamente orale, anche se hanno tentato di darle una dignità con testi scritti - ma non si sono accordati sulla forma. Non c'è in Valle d'Aosta uno scrittore come Camilleri, cioè uno che usi il dialetto (in questo caso il patois valdostano, che è una variante del francoprovenzale) per scriverci romanzi. Ci fu Cerlogne, ma non divenne mai molto famoso: questo è un peccato, davvero.

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    1. Ciao, grazie per questo tuo prezioso contributo.
      In classe ci capita di dedicare lezioni alle minoranze linguistiche delle regioni a nord, quindi mi sono imbattuta più volte nella lingua che citi. Ciascuna delle lingue locali sparse su tutto il territorio italiano dovrebbe avere un "Camilleri" perché diventi almeno nota ai più.
      C'è da dire però che alcuni dialettismi sono davvero un'altra lingua, al punto che dovrebbero essere tradotti per risultare comprensibili. Il siciliano comune, come il napoletano, il romano, il milanese, in fondo arrivano a tutti.
      Farò una piccola ricognizione su Cerlogne, sono curiosa. :)

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  3. Non ho mai parlato in dialetto in casa, sia per motivi pratici (mia madre è ferrarese, mio padre era marchigiano), sia perché a Bologna l'uso del dialetto nel quotidiano si è fermato alla generazione dei miei nonni. Il dialetto però non è del tutto sparito, ma resta a punteggiare i discorsi, sotto forma di battuta di spirito o di detto. Forse lo preferisco all'uso più invasivo, e meno comprensibile per chi non è del luogo.

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    1. Io come te, non fui mai abituata a un uso continuo del dialetto, ma sono abituata a ricorrervi per puntualizzare. Per esempio, nel mio calabro, si usa il verbo "seccarsi" per intendere "annoiarsi", allora mi capita di dire "mi sta' siccannu", se ho davanti qualcuno della famiglia particolarmente insistente su qualcosa. :)
      Ricordo che il bolgnais è una vera e propria lingua a sé, per altro molto stretta. Un'altra eccellenza italiana.

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  4. Il tuo post è bellissimo, davvero interessante e condivisibile.
    Per quel che mi riguarda, io purtroppo il dialetto non lo parlo. Mio padre è veneto, trapiantato in lombardia, parla veneto e lombardo e anche un miscuglio con cui comunica con gli altri parenti trapiantati. Mia madre è piemontese e io attingo a tutte e tre le fonti, capendo e parlando poco, mischiando parole a caso quando si tratta di farlo. Quando ho portato il marito nel paesello d'origine di mio padre, sulle montagne vicentine, ha avuto bisogno un interprete per rispondere a un anziano che gli chiedeva che tempo avevano trovato durante il viaggio...

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    1. Caspita, che mix interessante, Antonella. :)
      Delle lingue delle tue origini mi piace molto il veneto. Sarà questo retaggio della Commedia dell'arte che me lo fa piacere in modo particolare. Resta comunque una lingua abbastanza oscura a chi non la conosce. Lo scorso anno, quando selezionai le Compagnie per la partecipazione a un festival teatrale, ne visionai una veneta, portava un lavoro molto interessante, ma davvero non si riusciva a capire una parola. Avevano deciso di presentare il progetto in un veneto strettissimo, che purtroppo li rendeva appetibili suppongo molto nella loro regione.

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  5. È un articolo che mi è piaciuto, sopratutto la parte dove Camilleri parla del fatto che il dialetto è usato per i sentimenti e l'italiano per le questioni serie. Prima o poi mi devo recuperare tutto lo scibile scritto dal maestro.

    Purtroppo devo dire che a casa mia il dialetto si parla molto poco, però sono d'accordo sul fatto che non deve andare perso.

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    1. Camilleri è sempre una fonte di curiosità e di sapere. Anche se è scomparso, continua a parlarci dai suoi scritti, vivissime testimonianze anche di vita vissuta.

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  6. Molto bella la distinzione di Pirandello fra dialetto espressione del sentimento e lingua espressione del concetto e l’esempio di Camilleri fantastico. Io amo il mio dialetto e non trascuro mai di unire alla mia corretta parlata qualche frase, parola, siciliana: danno colore e spessore a un discorso, anche se so che non posso farlo in tutti i contesti. In un contesto letterario, per esempio, potrei non essere capita; in altri più scanzonati, invece, mi diverte. Ricordo come feci diventare quasi un meme, qualche anno fa, a un corso di Croce Rossa dove ero l’unica siciliana, la famosa espressione: “quanto m’abbutta sta camurria”, che sostanzialmente è una ripetizione dello stesso concetto, ma è come un rafforzativo. E che successo! La ripetevano tutti, alla fine. Ci sono sensazioni, che attingono forza proprio dall’uso del dialetto, cose che dette in perfetto italiano si depotenziano e io resto legata al mio dialetto, non faccio nulla per ignorarlo, anche se, ovviamente, non parlo quello stretto dei contadini siculi e, soprattutto, non l’ho ereditato, perché a casa mia nessuno lo parla, nemmeno mia nonna lo usava (se non nel modo che ho detto.)
    Il dialetto è un patrimonio culturale importantissimo, un marchio di fabbrica che diversifica i popoli e bisogna mantenerne intatto il valore.

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    1. Tu, Mari', hai la fortuna di conoscere un dialetto che piace appena lo si incontra. Funziona. Funziona il suo ritmo, le parole originali di cui si avvale, tutto. Forse la prossima estate torno in Sicilia, non vedo l'ora di riascoltarlo in ogni angolo di strada - sarà anche che ci ritrovo le mie origini. Il siciliano, nelle sue varianti più evidenti fra palermitano e catanese, per dirne una, è una lingua armoniosa, a tratti buffa, incisiva, bella. Ho fra le mie colleghe una palermitana, ascoltandola ti rendi conto di come trascinino le vocali e come calchino sulle domande, hanno un accento molto "tipico", diciamo così. Alla Ficarra e Picone. :)
      Il tuo accento, invece, è più "leggero", più pulito forse, meno greve, ecco. A metà si pone l'accento agrigentino, che era quello di mio padre.

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  7. Aggiungo: “moviti dducu”, per dire “stai fermo lì” ha qualcosa di magnetico; è incisivo, perentorio in modo unico, è perfetto! 😁

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    1. Sai che non mi ritrovo una corrispettiva "inversione di significato" nel calabrese a me noto (provincia cosentina, Cosenza)? O forse sì, quando si dice "chi disgraziatu ca si'", ma per dire "quanto sei stato furbo"... :D

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  8. Nel mio ultimo libro ci sono due momenti dialettali, uno in calabrese e l'altro in piemontese. Ma a parte questo non faccio uso del dialetto, se non quando a lezione cito, un po' ironicamente, le perpojin, che in piemontese sarebbero le pulcette del pollo.

    Comunque la cartina che hai inserito secondo me è un po' poco precisa. Mia madre potrebbe osservare che il calabrese da provincia a provincia è molto diverso. Lo stesso penso valga anche per la Sicilia. Anche la zona del vercellese-novarese credo abbia una certa differenza col torinese.

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