mercoledì 20 maggio 2020

Unorthodox: la dura vita delle donne chassidiche

Qualche giorno fa ho visto la miniserie Unorthodox, acclamatissima durante i giorni di quarantena. Sui social in quelle settimane imperversavano grandi lodi per questa storia, tratta dall'omonimo libro di Deborah Feldman, per la forza dell'intreccio, il talento dell'attrice protagonista, la novità del genere.

Scrivo "genere", perché su Netflix si trovano altri prodotti ambientati nel complesso mondo delle società chassidiche, un filone che attrae il pubblico per tutta una serie di componenti che lo rendono un prodotto curioso da esplorare. Unorthodox è un'opera postuma rispetto al documentario One of us e alla serie Shtisel, per non parlare del successo di Mrs. Meisel, questo non ambientato nel chassidismo, ma pieno di riferimenti al tipico humour ebraico. 



Di questo ebraismo ortodosso, nato in Polonia nel '700 e diffusosi in molte parti del mondo, conosciamo senz'altro la sua immagine maschile, con i tipici boccoli ai lati della testa, i pe'ot o payot che da tradizione ne distinguono i seguaci. Ricordo di averli visti anche a New York, vestiti di nero, con lunghe giacche e cappelli larghi. L'usanza dei payot nasce dall'interpretazione alla lettera di un passaggio della Torah: 
Non vi taglierete in tondo i capelli ai lati del capo né toglierai i canti alla tua barba.  
Gli ebrei chassidici di New York abitano a Williamsburg, un quartiere organizzato rispondendo a una tradizione che nei secoli è rimasta fedelissima ai dettami delle origini. 
Scopriamo, fra l'altro, l'esistenza del cosiddetto eruv, una recinzione rituale, un sottilissimo filo che circonda Manhattan per ben 28 chilometri, indispensabile per gli ebrei ortodossi poiché permette loro di svolgere le mansioni importanti all'interno dell'area anche durante i divieti dello shabbat

Poco o nulla sapevamo i più dell'universo femminile di questa religione integralista, ce lo svela questa miniserie di pregio, costruita con un ottimo cast e una produzione in generale all'altezza del racconto. Il talento dell'attrice protagonista, una bravissima Shira Haas che dà vita anche col suo corpo fragile e minuto - più assomigliante a quello di una bambina - a questa storia sofferta, un intreccio che narra il suo difficile affrancarsi da una vita impossibile da accettare.



Le dure restrizioni delle spose chassidiche
Le donne della società chassidica per tradizione si sposano in matrimoni combinati e, una volta spose, devono sottoporsi al rituale del taglio a zero dei capelli. Porteranno per sempre una parrucca - lo sheitel - o un foulard - tichel - che avvolge la testa. I capelli diventano il primo elemento che un altro uomo non può guardare
Devono assolutamente avere dei figli e andare a unirsi alla vasta comunità di spose e madri. Anche l'atto sessuale diventa rituale, oltre che condiviso con la comunità - nel senso che l'andamento delle cose arrivano alle orecchie di tutti. Nel caso in cui si abbiano problemi con il partner, interviene una donna preposta al superamento del problema, che fa una sorta di indottrinamento sulla natura anatomica dell'atto e fornisce alla sposa strumenti - dolorosi - con i quali deve "abituarsi" ad accogliere il proprio marito dentro di sé. 
L'abbigliamento deve essere sobrio e consono alla loro posizione, quindi via al classico abito senza fronzoli, rigorosamente sotto al ginocchio. Vietato l'uso dei pantaloni

Oltre alle spose, è facile immaginare che le restrizioni si estendano a tutta la comunità, che deve vivere secondo precise e inappellabili regole. L'uso di internet è limitato e sorvegliato, i libri consentiti devono essere validati da un anziano, non ci si può innamorare liberamente, ma ogni matrimonio deve essere approvato dalla comunità. 
I disobbedienti diventano dei reietti, sono esclusi e cancellati dal gruppo, dai parenti stessi. 
Non è difficile pensare a certe forme estreme di islamismo o a sette diffuse nel mondo che applicano regole molto simili. 


Saremmo in grado di vivere in una società come questa? Forse solo se nati e vissuti all'interno di essa. Certo è che a vederla dall'esterno la vita degli osservanti una religione così integralista ci appare impensabile da accettare. 
Mi capita di provare un certo disappunto verso queste realtà.
Non sopporto l'idea che ci sia a monte qualcosa che limiti le libertà fondamentali di un essere umano. Sono l'esasperazione di una fede che applica a distanza di millenni regole valide in società antiche, lontane dal mondo moderno, quindi apparentemente impossibili da applicare. Eppure accade.
Non è un caso che tantissimi giovani si allontanino da queste forme estreme di religione, come accade all'autrice del libro da cui è tratta questa storia. 
In definitiva, al termine di questa analisi, posso ben dire che mi ha fatto riflettere, più della ricerca di libertà di Esty, il racconto della quotidianità della vita che lascia. 

Avete visto questa serie? Cosa pensate dell'integralismo religioso e in generale delle forme di religione che limitano fortemente la libertà? 

21 commenti:

  1. Io personalmente non riuscirei a vivere in una società come questa, già quando leggevo dei rituali hamish mi sembravano esagerati, per non parlare di certe degenerazioni di alcune interpretazioni coraniche. Certo massimo rispetto per tutte le credenze, però se penso sopratutto a come venivano (e vengono) trattate le donne in certe società come uomo mi vergogno.

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    1. Pur avendo affrontato tante volte lo studio di queste società, non mi sono mai spiegata cosa rappresentino queste gravi restrizioni a un livello sociologico/antropologico. C'è sempre un perché logico e oggettivo in tutte le usanze nel mondo, ma sacrificarsi in questo modo non so. Sono società in cui il dio creatore è molto presente, ma diventa perfino secondario rispetto agli obblighi, cui si deve ottemperare per un dovere verso la comunità anzitutto.

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  2. Ciao Luz, non ho Netflix e quindi me la sono persa. Avevo visto qualche film sui Mormoni, qualcuno anche molto bello, e ccreo che, mutatis mutandis, avrei provato nei confronti di questa forma di integralismo religioso ebraico le stesse emozioni di allora. distanza, ribellione, nonsense. Forse essendoci dentro apparirebbe tutto più comprensibile, ma queste modalità di vita funzionano, pur con grandi sofferenze personali, ne sono convinta al di là dell'adattamento, se mantengono l'isolamento. Accettarle avendo visto il mondo fuori è davvero difficile. La religione e le credenze sono però questioni molto delicate, difficile esprimere altro che sensazioni impressioni a distanza

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    1. Ricordo di essermi imbattuta anch'io tante volte in personaggi appartenenti alle comunità mormone, dove oltretutto si osserva un'attenta poligamia. Penso, come scrivevo al commento su, che in questo integralismo si vada oltre il rispetto delle scritture, e una logica tende a sfuggire. Hai ragione, sono argomenti che non è facile comprendere né classificare. Possiamo concederci solo un pour parler.

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  3. Sono credente e dunque sicuramente accetto delle regole suggerite dalla mia religione, però non ho una fede per così dire “passiva”: non seguo pedissequamente tutto quello che la mia religione mi impone, perché fondamentalmente mi sento una donna libera nel pensiero e ragionevole, soprattutto. Per questo non mi piacciono le persone che danno giudizi affrettati su chi crede, nel pregiudizio che si debba per forza essere bigotti. Non tollero nessun estremismo: una cosa come quella che tu hai descritto mi fa impazzire, perché okay, saranno pure abitudini consolidate, ma nessuna donna al mondo potrebbe o dovrebbe sottostare a usanze tanto barbare, come portare per tutta la vita una parrucca o indossare abiti da suora per essere consona alla sua posizione. Non scherziamo. E mi dispiace, rispetto tutte le religioni, ma nutro stima pari a zero verso quelle in cui la donna è un oggetto insignificante e viene maltrattata come se non fosse un essere umano meritevole di dignità. Ti ho chiesto se potrebbe piacermi uno sceneggiato del genere e tu mi hai detto “sì”, ma io invece so che mi farebbe inc*** non meno di quanto mi abbia fatto inc*** l’ancella della Atwood o vedere tutte quelle donne musulmane totalmente in balia di integralismi religiosi intollerabili... e non potere fare nulla.

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    1. Tu invece fidati, e guardalo. Perché il racconto delle restrizioni è un continuo flashback mentre la protagonista già ha scelto la sua nuova vita libera. Oltretutto c'è il racconto una Berlino multiculturale davvero affascinante. La bellezza di questo racconto sta nel riscatto di Esty.
      Però c'è da dire che uno degli aspetti è che anche l'uomo, malgrado si tratti di una società fortemente patriarcale, viene sottoposto a tutta una serie di obblighi. Diciamo che lo consola il fatto che possa decidere il come e il quando, e si sente autorevole in ogni ambito. Ma se prendiamo il ruolo del giovane marito di lei, scopriamo che anche lui è soggiogato da qualcuno, dal suo essere uomo, da sua madre che è una sorta di beghina onnipotente. Ecco, le donne più anziane diventano quelle più estremiste in questa comunità, anche questo ne è un aspetto non trascurabile. Guardalo, mi saprai dire (dura anche poco, il tempo di quattro puntate).

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  4. Non ho Netflix e quindi la serie non l'ho vista, ma penso che non l'avrei guardata lo stesso per non farmi venire il fegato verde. Per quel che ho osservato, l'integralismo è trasversale ad ogni religione. Qualsiasi culto tu prenda in considerazione, esiste una frangia, più o meno allargata, di persone che interpretano alla lettera le sacre scritture, inventandosi anche limitazioni avere della libertà (e dignità) umana. Fatalità, colpiscono più duramente le donne.
    Qui è il taglio dei capelli e l'uso di un foulard, altrove è un burqa integrale con una retina per vedere, da un'altra parte è il criminoso rito dell'infibulazione, arrivando pure al massacro della donna infedele ad opera della sua stessa famiglia (Hina Saleem su tutte). E no, non si salva nemmeno la religione cristiano-cattolica, che se fortunatamente ha abbandonato i castighi corporali e altre nefandezze (non molto tempo fa, bastava chiedere alle mie nonne), conserva alcune zone oscure, movimenti e correnti in cui o sei dentro o sei fuori, e se sei fuori, sei un po' meno cattolico, un po' meno amato da Cristo e certi aiuti non li ricevi (ma non siamo tutti figli di Dio?). Quello che da sempre non riesco a spiegarmi però, è come mai nel corso di generazioni, siano sempre le madri a perpetrare queste usanze, anziché lottare per una vita migliore per le loro figlie. Come se a furia di soffrire, si siano convinte che la sofferenza è l'unica via, per una donna. E questo è davvero triste.

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    1. limitazioni avere = limitazioni severe

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    2. La trasversalità di queste forme di integralismo è uno degli aspetti più particolari delle religioni. Nello studiarle, questo aspetto viene trascurato, invece l'applicazione delle norme è fondante e ci dice molto di ogni Credo. La mortificazione del corpo, e poi anche tutta la serie di restrizioni legate alle donne, sono tipiche di tante religioni, meno di quelle orientali e quelle polinesiane, in queste ultime il corpo anzi è strumento di piacere e non può essere punito, sarebbe contro natura.
      Mi piace molto questo passaggio: [la religione cristiano-cattolica] conserva alcune zone oscure, movimenti e correnti in cui o sei dentro o sei fuori, e se sei fuori, sei un po' meno cattolico, un po' meno amato da Cristo e certi aiuti non li ricevi (ma non siamo tutti figli di Dio?). Giustissimo, io l'ho vissuto in prima persona. Il fatto di non avere avuto figli ha inciso sui rapporti parentali, in particolare con coloro che incarnano il classico cattolicesimo che assomiglia moltissimo a queste religioni estremiste. C'è cattolicesimo e cattolicesimo, io sono andata a incappare in quello che ritiene "inferiori" le donne non madri, incomplete, anzi è intollerabile che tu stia bene in questa condizione. Un tipo di bigottismo che vuole vederti in lacrime perché madre natura non ha fatto il proprio dovere, ecco. Lì ci sarebbe stata comprensione, ma devono saperti in difficoltà, sofferente nell'anima, altrimenti nulla. L'incompatibilità è troppo netta, relazioni di questo tipo sono destinate a infrangersi, così come è successo.
      Ho sperimentato diverse forme di religione nell'ambito parentale, questa estremista è stata la peggiore di tutte.

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  5. Non ho visto la serie ma ne ho sentito parlare; invece, non avevo mai sentito parlare di questa comunità religiosa... ma davvero, altro che fondamentalisti islamici, questi fanno ancora più brutto!!
    Sono rimasto shockato da alcune cose che hai scritto. Libertà inesistente, soffocata da rigide e sciocche regole. Ma perché?
    Una domanda: finisce bene? È ansiogena?

    Moz-

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    1. Guarda, Moz, se la guardi, ti rendi conto che questa storia ti sta raccontando che se ne può uscire. La scelta non è di quelle facili, e ha un prezzo altissimo, ma ce la si può fare. Ecco perché è interessante, perché ti offre la visione della possibilità di dire fermamente di NO.
      È un po' ansiogena, ma la protagonista riscatta ogni sensazione di fastidio o repulsione. Li prenderesti tutti a schiaffi, ma la sua fuga per la libertà e poi il suo ottenimento ti dà una certa soddisfazione.

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  6. Credo che le religioni in generale abbiano strutture troppo rigide - quale più, quale meno - per assecondare l'evoluzione dell'essere umano, dove invece un vero percorso spirituale permette la libertà necessaria. Questo non toglie che anche all'interno delle religioni ci siano stati mistici di grande spiritualità. Le condizioni, però, erano legate al loro tempo. Indossare cilici e autoflagellarsi, faccio per dire, non è più un mezzo accettabile per avvicinarsi a Dio. Dove non c'è evoluzione, le regole diventano una gabbia.

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    1. Purtroppo si è sviluppata nei secoli la certezza che la conservazione è legata all'irrigidimento delle regole. Se ci guardiamo indietro, sono molteplici le forme di segregazione, autopunizione, censura, tutti aspetti preziosi per conservare un sistema e tramandarlo nei secoli.
      La libertà è una controtendenza pericolosa per queste credenze. Ciò spiega la reazione di allontanamento violento dei componenti che rifiutano le regole.

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  7. C'era un articolo sul giornale che parlava proprio di questa serie, ma non penso di riuscire a vederla perché mi farebbe star male. Mi ha ricordato tantissimo "Kadosh", un film del 1999 diretto da Amos Gitai. All'epoca suscitò molto scalpore perché si parla sempre dell'Islam integralista, senza pensare a queste comunità ultraortodosse che trattano le donne esattamente nello stesso modo. Del resto è una costante dei monoteismi, indipendentemente dalla figura eccelsa di un fondatore. La cosa interessante e inquietante è che anche nel Protestantesimo o in tutte le conventicole religiose della Guerra Civile Inglese, che spuntavano come i funghi, all'inizio le donne si esprimevano in maniera anche molto libera, e scrivendo libelli dal taglio politico, poi rapidamente venivano messe a tacere o emarginate nell'ambito della comunità.

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    1. Mi hai ricordato la reazione che ebbi al vedere un film estremamente "difficile" ambientato nel mondo integralista islamico: "Mai senza mia figlia". Forse lo hai visto anche tu, si trattava di una madre occidentale che non sopporta più le restrizioni islamiche e decide di tornare dall'Algeria mi pare negli Stati Uniti. Una lunga tribolazione, violenza, mortificazione. Terribile. Terribile storia. Ancora ricordo la sensazione che ne derivò, ne fui oltremodo impressionata.
      Qui, come ho risposto più su, l'atmosfera è diversa, perché è una storia di costruzione della propria libertà. Il racconto delle restrizioni è tutto in flashback per far comprendere allo spettatore la motivazione della fuga. Questa cosa delle conventicole religiose non la conoscevo.

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  8. Da quando mi sono catapultata nel mondo di Israel Joshua Singer non sono riuscita più a far meno dell'autore e di quel mondo. Tutto quello che hai scritto compare appunto nella vecchia cultura yiddish: uomini chini a recitare le leggi del Talmud, la folta e lunga barba segno di maturità e saggezza, le kippah da non dimenticare prima di uscire, il kaddish da ricordare per le preghiere dei defunti; le donne strette nelle loro tradizioni e chiuse in cucina a preparare cibo rigorosamente kosher e poi lo shabbat da onorare, le mezuzah da baciare prima di entrare in casa... E Singer ne parla con forte nostalgia di un mondo perduto e insieme come critica all'integralismo. Ti consiglio un suo libro o magari uno del suo più celebre fratello Bashevis o della sorella Esther Kreitman.

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    1. Ho letto un po' ovunque ottime impressioni riguardo al suo romanzo "La famiglia Karnowski", che probabilmente avrai letto anche tu.
      Fra gli autori ebrei ortodossi mi è capitato di leggere Mordecai Richler e il suo "La versione di Barney". Suppongo che abbiano qualcosa in comune, prevale l'ironia forse? Perché la tipica ironia degli artisti, scrittori o musicisti, ebrei mi piace moltissimo. L'ebraismo comunque ha molti aspetti, molte sfaccettature. Mi piace lo stile di Moni Ovadia, per dirti.

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  9. io l'ho vista e sono rimasta davvero sconvolta: mai avrei pensato che a New York si potesse vivere così!

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    1. Sì, fa effetto che si tratti proprio di "quella" New York cosmopolita e libera che conosciamo da sempre.

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  10. C'era un film con Melanie Griffith (Un estraneo tra noi) dove lei faceva una poliziotta sottocopertura in una comunità chassidica. Il modo in cui il tutto era rappresentato non era particolarmente negativo, lei si "innamorava" di uno di loro, quasi ricambiata, ma entrambi si rendevano conto di provenire da due mondi inconciliabili. Si capiva che nella comunità la libertà personale doveva venir meno rispetto a quella collettiva, ma non si vedevano cose così stringenti come quelle che racconti a proposito della serie. Forse erano anche altri tempi.
    Comunque, in definitiva, mi pare che le donne hanno sempre la peggio, c'è veramente troppa disparità tra i sessi e mi pare che la religione dovrebbe essere qualcosa di personale e non soggetta così tanto alle imposizioni esterne. Anche perché poi è sempre difficile interpretare i testi religiosi, infatti tutte le scissioni derivano proprio da interpretazioni diverse e non mi piace il fatto che ciascuno pensi di avere ragione e gli altri no.

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    1. Sai che mi è tornato in mente solo adesso questo film? Là per là ho pensato di non averlo mai visto, invece sì. Del resto, ai tempi la Griffith era quotatissima ed ebbe quasi sempre ottimi ruoli (come non pensare a "Una donna in carriera"?).
      Tornando al tema del post, ricordo che nel film si trattava proprio di una comunità chassidica e che le indagini erano osteggiate dai costumi della cultura chassidim. Sulla disparità fra uomo e donna, l'Antico Testamento fa spesso riferimento all'obbedienza della donna nei riguardi dello sposo. Le comunità sono fortemente patriarcali e i margini lungo i quali le donne si muovono sono ristrettissimi. Non se la passa bene neanche nel Nuovo Testamento. L'emarginazione inizia proprio in ambito religioso per poi sfociare in quello sociale (anche in culture in cui i due ambiti sono differenziati).

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