lunedì 14 marzo 2016

Amleto - William Shakespeare

Morire... dormire. Dormire... sognare, forse: ma qui è l'ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire quando ci siamo già levati di dosso questo groviglio mortale, deve farci esitare. Questo è lo scrupolo che di tanto prolunga i nostri tormenti.

Non ho dubbi a riguardo: Amleto è il capolavoro di Shakespeare. La sua fortuna nei secoli innegabile, l'opera più citata, la più rappresentata, la più "guardata" attraverso la lente di una critica che ne ha esaminato ogni implicazione psicologica, ideologica, drammaturgica. L'apice della creatività del genio, notoriamente in grado di offrire una rappresentazione totale dell'anima umana, qui alle prese con i massimi sistemi del pensiero: il dubbio, l'esistenzialismo, le infinite sfaccettature dell'arbitrio umano, che oscilla fra il vero e il falso, fra il bene e il male, fra l'essere e il non essere. Lo ammetto: non lo avevo mai letto integralmente. Farlo è un'esperienza che lascia colpiti come da un'onda lunga. 
La vicenda è nota ed evito di riassumerla, piuttosto preferisco citare alcuni passaggi ascrivibili alla più alta drammaturgia. Sono tanti, innumerevoli, e devo limitarmi per non fare di questo post una lunga dissertazione. Navigo a vista, proprio sulla scia di quell'onda lunga, mi lascio trasportare dalla risacca di una ridda di emozioni che questo mirabile racconto genera in me.
Amleto è un personaggio che amo, perché è una delle più avvincenti rappresentazioni del doppio. Tutti attorno a lui ne colgono la vena arrogante, provocatoria, dissacrante, nessuno è in grado di cogliere la sua infinita tristezza, il dolore che lo ha lasciato mutilato dell'affetto suo più grande, quello del padre. Il padre ucciso, la verità svelata dal suo spettro, la sua memoria beffata dall'usurpatore-assassino che ne prende il posto sul trono e nel letto nuziale, sono il motore che guida ogni azione del giovane principe. Amleto è fin da subito anima in pena, dedito alla solitudine, la regina sua madre è preoccupata... "Amleto, caro, togliti di dosso quel colore notturno... non andare cercando di continuo con quelle palpebre sempre abbassate il tuo nobile padre nella polvere". Solerzia che Amleto non apprezza, anzi dalla quale resta offeso e disgustato, come avrà da dire poco dopo. Nella ribellione orgogliosa del giovane urla tutto il suo sdegno e il dolore che soffoca ogni speranza di credere ancora nella bontà umana, perché per Amleto il mondo non è che "orto coperto di gramigna che va in seme; vi sanno verzicare erbe rozze e selvatiche, nient'altro". Non perdona la memoria labile di sua madre, questa novella Niobe maritata con suo zio quando il cadavere del re è ancora caldo nella tomba. Al dolore della perdita si mescola lo sdegno più profondo per la sua distanza da sua madre. Egli è disperatamente solo. 
La solitudine di Amleto genera in lui la volontà di fare piazza pulita di tutto il proprio vissuto, egli è tutto totalmente nel presente, in un hic et nunc nel quale cerca febbrilmente vendetta, solo in parte per motivi personali, perché in Amleto c'è la volontà di un fare trionfare Giustizia al di là del suo affetto perduto e invocato. "Cancellerò dalle pagine della mia memoria tutti gli altri ricordi triti, frivoli, le parole dei libri, le impressioni, le forme che su essa hanno stampato la giovinezza, l'esperienza, tutto!" Amleto incarna già in tal senso l'uomo di ogni tempo, fuori da una realtà che si rifiuta di accettare, mosso dal desiderio di porvi rimedio, anche a costo della vita. Nella ricerca di questo traguardo, la sua esperienza si arricchisce di nuova consapevolezza - "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia" - e tutto ciò nutre in lui un freddo cinismo.  
L'odio di Amleto per suo zio e per la madre fa di lui un carnefice, la Morte si affaccia imperiosamente nelle vite di coloro che ruotano attorno al giovane principe, come se punisse chiunque tenti di svelare il mistero della sua follia - reale o apparente? Polonio, saggio confidente a corte, che si fa complice dei sovrani nel tentativo di smascherare Amleto, ucciso per sbaglio mentre origlia una conversazione, la spada del principe che lo trafigge, il mancato pentimento che ne consegue, la ferocia di Amleto che ne trascina il corpo esanime. L'innocente Ofelia, perdutamente innamorata di Amleto, punita con la follia - reale la sua - e poi col suicidio nel quale cerca liberazione dal dolore e dalla disperazione per la perdita di suo padre Polonio e l'abbandono dell'amato. I due amici non più tali Rosencranz e Guilderstern, incaricati di carpire la verità da Amleto e destinati a essere giustiziati. La Morte trionfa, si posa su tutto come vera sovrana, la tragedia sta tutta nell'impossibilità di portare Giustizia, nella sola opportunità di giustizia nella soppressione di tutti, in un finale che ha del surreale e nel quale il ritmo si fa incalzante fino all'epilogo. 
Sono tante le immagini che prendono forma in questo straordinario racconto, immagini che addirittura vivono di vita propria, come in un gioco a scatole cinesi dal quale trarre astrazioni che si concretizzano in figure indimenticabili. Su tutte, quella di Yorik, il teschio che Amleto prende in mano nel buio del cimitero, durante il dialogo col cinico becchino, uno dei momenti più belli dell'opera. Yorik non è più l'allegro giullare dei suoi ricordi di bambino, ma un teschio consunto nel quale a stento si riconoscono le sue fattezze.

"Povero Yorik. Io lo conoscevo. Un uomo di infinita arguzia, di straordinaria fantasia. Mi ha portato sulle spalle migliaia di volte, e ora che disgusto tornarci con la memoria. Mi si torce lo stomaco. Qui c'erano le tue labbra, che da piccolo mi hanno baciato infinite volte. Dove sono ora i tuoi scherzi? Le tue capriole, le tue canzoni, i tuoi scoppi di allegria che divertivano intere tavolate. Non c'è più nessuno a burlarsi del tuo ghigno. Adesso vai da qualche bella signora, e dille che anche con un dito di belletto così, a questo aspetto dovrà arrivare. E guarda se questo la diverte".
La rappresentazione del mistero della Morte, l'esserci non-esserci perché si è destinati a diventare polvere. La caducità di ogni possibilità umana, l'uomo che guarda attonito il suo destino ultimo.

Non basta questo per definire anche solo in parte il fascino di questo racconto, c'è ancora da menzionare il ruolo che Shakespeare riserva al teatro nella corsa di Amleto verso lo smascheramento del colpevole. Il teatro che solo apparentemente è finzione, perché in realtà è racconto della Verità, diventa rappresentazione dell'assassinio e pertanto svelamento di essa (accade anche nel Macbeth ma in forme differenti). Straordinario l'Amleto che diventa regista della messa in scena, mentre cogliamo in ogni parola la visione che lo stesso Shakespeare ha del suo teatro e del suo tempo, al quale riserva qualche orgogliosa critica. Una pagina vivissima, un documento innegabilmente utile alla conoscenza della sua visione del teatro tutto, della sua funzione sociale.
Amleto è un esempio altissimo di Drammaturgia, la sintesi del racconto dell'uomo d'ogni tempo, dei limiti dell'umano, dell'ineffabilità del male, dell'ineluttabilità della Fine. 

10 commenti:

  1. Come ti ho già confidato, sono rimasta molto più colpita da Macbeth, per vari motivi, ma soprattutto per le atmosfere. Ciò non toglie che quest'altro dramma sia di immenso valore per tutti i motivi che hai evidenziato... quello che mi affascina di più è il tema del teatro nel teatro, naturalmente! Ottima lettura, come mi aspettavo da una grande lettrice e un'appassionata attrice! :)

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    1. Grazie, Cristina, per aver apprezzato.
      Sì, il tema del "teatro nel teatro" rende tutto più interessante. Come se Shakespeare ci avesse consegnato una lettura coerente con il suo essere drammaturgo attivissimo nel suo tempo.

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  2. Il personaggio di Amleto è fuori dal comune pur nella straordinaria galleria di personaggi shakespeariani. Più di tutti, il suo dubbio lo rende moderno nel senso attuale del termine, a volte ondivago, e poi dritto come una freccia nel suo scopo. Anche a me ha colpito in modo particolare il rapporto con il padre, che è un tema molto caro. Lo zio non è solo il nemico, ma soprattutto colui che pretende di prendere il posto del padre nel suo cuore. Forse è proprio quella, agli occhi del principe, la sua colpa più grande. Tutto il resto sembra quasi arrivare di conseguenza, come una valanga che precipita a valle dopo che un solo sasso è stato spostato. E, come tutte le valanghe, semina morte e lutto.

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    1. Le tue parole si accordano bene con il mio giudizio riguardo a questa meravigliosa opera... tranne per il passaggio dello zio che cerca di usurpare il posto del padre anche nel suo cuore.
      Io vedo nel re usurpatore invece il tentativo di renderlo inoffensivo e liberarsi di Amleto, testimone scomodo, l'ultimo, del regno che fu di suo fratello.

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  3. Amelto che si finge pazzo e Ofelia che pazza lo diviene per davvero. Shakespeare aveva un che di psicanalitico che forse non si è rivisto se non ai tempi di Pirandello, dove la follia vera e simulata torna in scena con l'Enrico IV.

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    1. Sì, quanto raffinato e geniale può essere il Bardo nel tessere questa trama. Vi si mescolano realtà e finzione in modo sapiente.

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  4. La prima opera del bardo che io abbia letto. Inevitabilmente, la più amata.

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    1. Ne sono contenta, collega. ;-)

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  5. Il tuo post è bellissimo, traspare l'amore che hai per il Teatro, come sempre! *_* Amleto è una figura molto moderna, probabilmente la duplicità che ricorre in tutta la tragedia, e a vari livelli, genera una specie di vortice dal quale il lettore è attratto. Tematiche affascinanti, in senso proprio, che ci toccano profondamente ancora oggi.
    Buona settimana Luz ^_^

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    1. Sì, qui Shakespeare ha avuto il merito di creare una figura trasversale a ogni epoca. Questo il suo genio. Non è un caso se ancora oggi tante sue opere si prestano a riletture e nuove regie, anche cinematografiche. Grazie, Glo!

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