lunedì 29 febbraio 2016

Quando non riusciamo a finire un libro.

Non sempre quello che cominciamo a leggere ci coinvolge, piace, travolge al punto da voler arrivare fino alla fine. Mi è appena successo con Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Bello l'inizio, direi anzi un colpo di genio, belli alcuni incipit, diversi perché è come se il romanzo ricominciasse diverse volte. Bello in definitiva quell'insieme di passaggi che solo Calvino ha saputo ideare, con uno stile accattivante, leggero e ironico al punto giusto. Insomma, se apparentemente questo romanzo-non romanzo ha tutte le carte in regola per entrare nel novero dei libri che amo, mi sono arresa, arenandomi definitivamente circa a metà, incuneandomi sull'ennesimo nuovo inizio, confondemdomi e perdendomi dietro personaggi che non mi piacciono, che non suscitano in me alcuna curiosità.
Ho cercato di tenere duro, fino ad appellarmi alla terza legge del decalogo di Pennac: Il diritto di non finire un libro. Sapete quando sorge quel pensiero che diventa certezza, quella forma vaga di consolazione nel pensare di chiuderlo e non riaprirlo più, se non "spizzicando" qua e là? Ecco, quello. La sensazione che mi coglie è in parte quella di una sconfitta, in parte la consapevolezza di possedere in quanto lettrice il diritto di non farmi piacere un libro che non mi piace, e il sollievo nel "perdonare" questa mia mancanza, alla quale sopperirò con nuove e spero entusiasmanti letture. 
Soffermiamoci per un attimo su questa défaillance che può capitare. Cosa non si verifica, cosa non scatta fra narrazione e lettore quando un libro non ci piace? Io adoro Calvino. Ho adorato Le città invisibili, la Trilogia degli antenati, cosa può essere successo questa volta? Questo romanzo, che Umberto Eco per altro decretò come il suo prediletto di tutto il Novecento italiano, mi piace nell'intenzione di base, quella di scardinare i piani narrativi consueti, presentando una sequenza atipica, un gioco a scatole cinesi nelle quali si confondono i protagonisti e la storia che vanno dipanando, ciò che mi è mancato è un affetto per il protagonista, la curiosità. La noia ha subissato ogni interesse e volontà. 
Mi è accaduto raramente, ricordo con il piccolo romanzo Abbaiare stanca, dello stesso Pennac, che abbandonai dopo una trentina di pagine, e con Va' dove ti porta il cuore della Tamaro, che immersi in un sonoro sbadiglio. Casi differenti di abbandono: nel primo mi piaceva lo stile ma non riusciva a catturarmi la storia, nel secondo la storia suscitava in me interesse ma non piaceva lo stile narrativo.
A mio avviso, un buon libro riunisce entrambe queste qualità, stile e intreccio combinati in maniera accattivante e interessante. Questo fa di un buon romanzo qualcosa che non abbandono. 

Avete mai abbandonato? Cosa è scattato in voi se è accaduto?

35 commenti:

  1. Mi appello di continuo alla terza legge del decalogo di Pennac. In tanti anni credo siano pi i libri iniziati e mai finiti che non il contrario... ma temo di essere io quello sbagliato... l'autore, lui poverino, non sempre ne ha colpa.
    Mi chiedo se esista anche il diritto di non cominciarlo nemmeno un libro (pur avendolo comprato)....

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    1. Quale lettore non ha decine di libri acquistati che per anni fanno bella mostra sugli scaffali rimanendo intonsi? Ahimé, è così. :-)

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  2. Ho due bestie nere alle spalle: Cent'anni di solitudine e Quer pasticciaccio brutto.... Escludo sia per motivazioni legate a stile o argomento: sono io che non riesco a entrare in sintonia con i due testi. Non è che non mi piacciano, nemmeno che mi annoi ciò che si racconta. Ma prima o poi li leggerò. Raramente non termino un libro, che può anche non piacermi alla fine eh... Negli ultimi tempi (e sono ferma a metà esatta) mi è capitato di infastidirmi come non mai grazie al London di Martin Eden. Però il fastidio non mi impedirà di terminarlo (e forse ne dirò in un post :P).
    Fermo restando che ciascuno è libero di leggere o meno, io odio la "listina - Pennac", all'inverosimile -_-
    Buona settimana Luz ^_^ Un abbraccio!

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    1. Mah, credo che Pennac abbia esasperato i toni, e direi fatto una provocazione per ribadire un principio essenziale: in fondo leggere è davvero una scelta libera. Anch'io detesto non terminare un libro, ma quando subentra un certo malessere... devo mollare!

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    2. Diciamo che è l'uso esasperato della lista che mi dà prurito, ecco XD Ho quindi sviluppato un'allergia :D

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  3. Un paio di settimane fa ho giusto scritto un post sul mio blog, intitolato "La lettura dei romanzi e la legge della relatività", facendo una classificazione dai romanzi mai letti ai romanzi letteralmente divorati con diversi gradi intermedi.

    In linea generale, è difficile dire perché un libro non prenda. Per me può essere l'eccesso di sperimentazione e tecnicismo che conduce alla non chiarezza, e la mancanza di empatia nei confronti dei personaggi (nel bene e nel male).

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    1. Leggerò volentieri le tue impressioni in proposito. :-)

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  4. Sì, quante volte. I casi più clamarosi: L'Acchiapasogni di Stephen King (una porcheria imbarazzante e priva di originalità) e La Bussola d'Oro (consigliatomi da un'amica... abbandonato per noia dopo un'agonia di pagine).

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    1. Beh, in effetti dai titoli non lasciano ben sperare... ;-)

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  5. Uno solo Luz. Il dottor Zivago! E mancavano un centinaio di pagine, ma ogni volta che lo aprivo era come prendere una purga....
    In genere in una lìmaniera o nell'altra alla fine del libro arrivo sempre. Magari lo poso, lo lascio "riposare" unmese due, un anno e poi riparto. Mi impunto che lo devo finire e ce la faccio.
    Con Pasternak no! Non ci sono riuscita.
    L'ho trovato... insopportabile. Non so dirti cosa mi desse fastidio. Forse tutti quei patronimici che mi facevano perdere la rotta. Forse il fatto che non sentivo la storia e non amavo personaggi.

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    1. Io ho tentato con Pasternak da ragazzina proprio, e anch'io abbandonai Il Dottor Zivago, ma credo si sia trattato di un testo molto impegnativo per una ragazzina di prima media. Velleità da lettrice in erba.

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  6. Non mi capita mai di abbandonare un libro per la difficoltà o la pesantezza della lettura, bensì a causa di soluzioni narrative o di uno stile di scrittura che non mi piacciono. Per esempio, ho abbandonato dopo trenta pagine "Memorie di Adriano", infastidito dal tentativo della scrittrice di dar voce dal di dentro al personaggio. Ho abbandonato "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa" infastidito dalla scrittura tutta a frasi brevi.
    Inoltre i libri che non termino li espello materialmente della mia libreria.

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    1. Comprendo il tuo pensiero riguardo a Memorie di Adriano, ma lì si tratta proprio di vocazione. Quel romanzo ti deve "chiamare" e con me ha raggiunto l'intento di farmi amare ogni riga.

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    2. Su Memorie di Adriano mi sono già pronunciato sul tuo blog, io l'ho amato da morire.

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  7. "Se una notte d'inverno un viaggiatore" è l'unico romanzo di Calvino che fino ad ora mi ha davvero convinta... so che questa dichiarazione potrebbe sollevare sommosse, ma è così...
    Per quanto riguarda abbandonare un libro, non puoi immaginare quante volte mi è successo...e ogni tanto fa bene per rifocalizzarsi sui propri interessi primari...

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    1. Perché sommosse? Sarà piaciuto a orde di lettori, beati loro. :-)
      Mi è dispiaciuto il mancato innamoramento. Per me Calvino è un'icona della letteratura.

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  8. Ho perso il conto delle volte che ho iniziato "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana"... ma un giorno o l'altro ce la farò! :-)

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    1. In fondo il non arrendersi ha un certo valore "titanico". :-)

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  9. Di solito sono due le caratteristiche che mi inducono a interrompere la lettura, dopo una lotta di qualche giorno: il fatto che la storia tratti della buia quotidianità trattata nel modo più cupo e banale, senza una luce, oppure l'autore autocompiaciuto. Ci sono scrittori che sembrano scrivere allo specchio, rimirandosi a ogni metafora riuscita, a ogni guizzo originale della trama. Altre volte, invece, abbandono il libro soltanto perché il mio momento psicologico non si combina bene con l'atmosfera del libro. Non mi fa piacere, ma succede! :)

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    1. Sì, comprendo. Mi é successo con la trilogia di Tolkien. Non lo annovero fra gli abbandonati perché penso che semplicemente non fosse il momento giusto. Infilarsi in un fantasy complesso in piena estate, con 35 gradi fuori e senza un condizionatore dell'aria non fu una grande idea.
      Credo anch'io che un autore affetto da autocompiacimento sia spiacevole.

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  10. A me capita di rado di abbandonare un libro, benché so di avere il pieno diritto di farlo ho sin da piccola una certa dose di testardaggine anche come lettrice... Gli unici libri che ho abbandonato finora, sono solo libri che ho comprato da ragazzina e che, essendo rimasti in attesa, superata una certa età non avevo più alcun interesse a leggere. Per il resto, capita solo che per quel determinato libro non sia il momento giusto, ma va a finire che prima o poi leggo tutto ciò che ho in libreria.
    Spero che un giorno Se una notte d'inverno un viaggiatore riuscirà ad attirarti di più... Capisco il senso di confusione, tra gli infiniti incipit ci si perde; però conservo di quella lettura un ricordo davvero bellissimo. Lo lessi al liceo, e ricordo che me lo portavo dietro per evadere dalle lezioni più noiose.

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    1. Benvenuta, Julia e grazie per il tuo contributo.
      In futuro recupererò di questo romanzo i vari momenti davvero interessanti, tipicamente "calviniani". Non escludo totalmente di ritentare, ma forse è solo uno di quei libri in cui si possono apprezzare anche solo dei brani isolati.

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  11. A me è capitato diverse volte di non riuscire a finire un libro, ogni volta lo attribuisco al fatto che, evidentemente, non ero ancora pronto io per quel libro.

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    1. Infatti per un lettore può essere una possibile variante delle diverse motivazioni che ci inducono a non finire.

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  12. Qualche volta è capitato, in alcuni casi perché non era il momento di leggere quel dato libro e poi riprendendolo successivamente ho gustato cose che altrimenti mi sarei perso. In altri casi ho interrotto per noia, non hai idea di quanti libri incensati dalla critica ho ritenuto tediosi all'inverosimile.

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    1. Sì, infatti uno scrittore su cui critica e lettori si dividono è Baricco. Osannato e parimenti detestato.

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  13. Io abbandono i libri senza pietà.
    Non credo nella lettura come sofferenza e penso che il mondo sia pieno di bei libri, quindi inutile incaponirsi su quelli che non piacciono. Può non essere il momento giusto o proprio non è il libro per me. Magari ci rincontreremo in un altro luogo e in un altro tempo.

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    1. Risposta orgogliosamente efficace. :-)

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  14. Solo un libro non ho terminato provando anche a riniziarlo a distanza di tempo, La coscienza di Zeno perché mi mandava in depressione.
    Ce ne sono stati che ho letto a fatica, ma non interrompo perché penso sempre che il libro possa migliorare e a forza di avanzare nella lettura con tale pensiero, arrivo poi ad un punto talmente avanti che mi pare brutto non terminarlo :D

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    1. Sì, come se ci fosse una certa "noblesse oblige", in effetti. Ti capisco perfettamente. :-)

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  15. Fino a qualche anno fa non abbandonavo mai un libro fino alla fine. Lo chiamavo "il teorema dell'ultima pagina". Negli ultimi tempi invece ne abbandono più di quelli che finisco, temo. Mi sa che sono diventata più esigente o, semplicemente, mi sono accorta che "la vita è troppo breve per leggere brutti libri.
    Ironia della sorte, tu hai abbandonato due libri che a me sono piaciuti molto ("Se una notte d'inverno un viaggiatore" e "Abbaiare stanca"). Ma i gusti non si discutono.

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    1. Il "teorema dell'ultima pagina" mi piace molto come concetto legato al tentativo di non mollare fino alla fine. Oggi, in effetti, si tratta di essere più esigenti, e consapevoli che il tempo passa.
      Vedi quanta saggezza regalano i libri... :-)

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    2. È un post di una vita fa, però, se ti interessa, lo trovi qui: http://tamerici-romina.blogspot.it/2011/10/il-teorema-dellultima-pagina.html
      Ribadisco però che oggi non sono più così clemente, ahaha!

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  16. Di norma non abbandono un libro che non mi piace, cerco sempre la funzionalità di quello che leggo, il senso che mi sfugge, una logica che - a posteriori - possa sintetizzare il tutto. Spesso non trovo comunque quello che cerco, se non magari in una postfazione che però mi pare piuttosto astratta e poco legata al libro che ho letto.
    Un libro che non sono riuscita proprio a finire è L'Aleph di Borges: solo alcune interessanti citazioni sul tempo mi risvegliavano dal torpore di una narrazione troppo fantastica per la mia immaginazione. Però lo riprenderò.

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    1. Ciao, Paola, benvenuta. Sì, l'idea è quella di farsi "trovare" da quel determinato libro mai finito, lasciare che ci possa finalmente raccontare qualcosa, in armonia col nostro modo di essere.
      Ho scorso le tue letture di Anobii, tutte molto interessanti.

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