martedì 19 settembre 2017

L'Albero della vita



Gran finale dei tre post dedicati alla mia nuova associazione culturale: la scelta dell'Albero della vita come simbolo di questa esperienza in fieri
Scelta ambiziosa, apparentemente, giacché è noto il significato esoterico di questo albero. Nucleo della simbologia celtica, della Cabala, di quella cristiana, di culture di tutto il mondo, questo prezioso albero è una sorta di archetipo trasversalmente e universalmente valido per il suo aspetto possente, la sua bellezza, i numerosi significati e rimandi. 
Una sorta di creatura traboccante vitalità e forza, non è difficile comprendere perché sia diventato il nucleo simbolico per eccellenza. Vediamo alcuni suoi significati. 


Nella cultura celtico-gaelica, l'Albero della vita - Crann Bethadh - ha una struttura labirintica ed è racchiuso in un cerchio. La tradizione è antichissima, l'Albero è una rappresentazione del "mondo dello spirito" e della ricerca spirituale comune a tutti gli esseri umani. L'intrecciarsi di rami e radici è il cammino che ogni umano compie, mai lineare, spesso casuale, irto di difficoltà. In tal senso, diventa anche un simbolo di conoscenza.
Molto diffuso come amuleto, oggi è un simbolo di forza e saggezza, oltre che di longevità. Il suo rigenerarsi attraverso le stagioni rappresenta il ciclico svolgersi della vita. 



Nella Cabala - il nucleo mistico della Bibbia ebraica - l'Albero della vita ha una struttura complessa, non ha neppure l'aspetto di un albero, a dirla tutta. Più propriamente è una "struttura ad albero", astratta, che rappresenta attraverso diagramma il Sefirot, l'insieme di dieci entità di cui è composta la Divinità. Queste dieci entità (intelligenza, conoscenza, amore, bellezza, ecc.) costituiscono anche parte integrante dell'esperienza umana. 
L'Albero della Cabala non è che un percorso, in salita e in discesa, fra l'umano e il dio creatore; tutti i punti del percorso sono uniti poiché questo continuo vagare non ha una fine e ha come obiettivo il "ritorno al dio". In altre parole, la vita eterna promessa nelle antiche scritture. 


Per gli egizi, l'Albero è legato all'acqua ed è simbolo di vita al pari di questa. Si tratta del sicomoro, albero ritenuto sacro a Ra, presente in molte raffigurazioni nelle tombe e in bassorilievi. Nell'Alto e Basso Egitto l'albero era venerato al punto da ritenerlo luogo di nascita degli dei maggiori - Horus ad esempio secondo la tradizione nacque dall'acacia. 
In alcune tombe, l'Albero della vita nutre e disseta l'anima del defunto.  Non si esclude che molte raffigurazioni dell'Albero rappresentassero la foce del Nilo, donatore di vita e prosperità.
Per molta parte della storia egizia, lo stesso faraone era ritenuto divinità soffusa dello stesso potere del Nilo - pertanto dell'Albero della vita - e in diverse tombe viene difatti raffigurato con il corpo a forma di tronco. 




Per quanto riguarda il Cristianesimo, andiamo all'arte e basterà menzionare il magnifico dipinto di Pacino di Buonaguida, conservato alla Galleria dell'Accademia di Firenze.
Databile agli inizi del Trecento, si tratta di un soggetto di matrice francescana, che rappresenta simbolicamente la vita di Cristo e diversi riferimenti all'Antico Testamento. L'Albero della vita menzionato nella Genesi - più noto come Albero della conoscenza - si dirama negli avvenimenti principali della vita di Cristo e si fonde con la promessa del Paradiso. 
Insomma, una sorta di tavola sinottica di tutto lo scibile cristologico. Le immagini che si trovano in rete di questa opera magnifica non ne rendono la bellezza. Ci sono diverse testimonianze a riguardo, ma non facciamo fatica a crederlo, visto che Pacino di Buonaguida era anche un miniaturista. 


Per arrivare ai nostri giorni, non possiamo che restare estasiati dinanzi all'Albero della vita di Gustav Klimt, un mosaico di marmi, corallo, pietre dure e maioliche. 
Comunemente è nota la parte destra di questa opera, dove campeggia un abbraccio che è preludio del più celebre "bacio" dell'artista, ma si tratta di una composizione magistrale e molto più complessa. 
Sulla sinistra, una donna con fattezze esotiche rappresenta "l'attesa", la stessa donna è raffigurata sulla destra stretta in un abbraccio. Al centro, la preziosa rappresentazione dell'Albero della vita, simbolo dell'età dell'oro e del tema della vita come come ciclo fra morte e rinascita. 

Parte del fregio di Palazzo Stoclet, conservato a Vienna (Klimt, 1905)

Mi fermo, è stato solo un piccolo "assaggio" dei molteplici significati di questa icona senza tempo. 
L'Albero della vita per me non è solo un nuovo inizio, ma rappresenta tutto ciò che questa mia aggregazione intende diventare col tempo. Un luogo di delizie, si potrebbe dire, senza alcuna modestia, perché il mio progetto è ambizioso e non ammette mancanza di coraggio. 
Un luogo dell'anima, un luogo nel mondo in cui si possa trovare l'opportunità di esprimere se stessi e scoprire angoli di sé ancora nascosti e forse inimmaginabili. 

Per rendervi partecipi di queste riflessioni, descrivete se vi va qual è il vostro "luogo dell'anima", se ne avete uno. Grazie per avermi accompagnata in questo "viaggio" nel mio progetto. 

lunedì 11 settembre 2017

Carpe diem!

Quinto Orazio Flacco (65 a. C. - 8 a. C.)
Eccomi al secondo dei tre post dedicati alla mia nuovissima esperienza di presidente e promotrice di laboratori ed eventi di un'associazione culturale. Trovate qui il primo. 
Veniamo alla scelta del nome: Carpe diem. Teatro e altre arti.
Sapevo che questo nome è già diffusissimo, basta googlare e si viene investiti da una gragnola di luoghi, progetti, band, associazioni con questo nome. Intanto, ho cercato di ovviare con questa omonimia imperfetta che permette il "sottotitolo", ma poi non potevo proprio rinunciarvi. 
"Carpe diem" foneticamente suona bene, è un termine noto, di facile memorizzazione, e fa pensare a cose belle. 
E poi mi è particolarmente caro, perché è il nucleo di Foglie d'erba: questo spettacolo è stato e continua a essere per me il punto di svolta artistico e umano del mio percorso teatrale. 
Al di là del legame affettivo, vediamo di capire meglio cosa significhi questa espressione e perché, e come, si accorderebbe con il concept dell'associazione. Cominciamo dal principio. 
Troviamo questo piccolo grande gioiello fra le Odi di Quinto Orazio Flacco, uno dei massimi poeti latini del I sec. a. C. Fine conoscitore dell'animo umano, Orazio fa propri alcuni principi della filosofia stoica ed epicurea, arrivati a Roma dal mondo ellenistico e ampiamente diffusi e approfonditi in quello latino. 
In parole semplici, e senza entrare nel merito di queste filosofie, si tratta di un invito a godere il presente, come ci dicono i versi celebri:

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios

temptaris numeros. Vt melius, quidquid erit, pati,

seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum! Sapias, uina liques et spatio breui
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit inuida
aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.

Tu non domandare, non è lecito saperlo, quale fine
gli dei abbiano riservato a me e a te, Leuconoe, e non tentare
gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio accettare qualunque cosa,
sia che questo inverno, che ora stanca il mar Tirreno sulle opposte scogliere,
sia l'ultimo che Giove ti ha concesso, sia che tu ne abbia ancora molti!
Sii saggia, filtra il vino, tronca una lunga speranza, poiché breve è la vita.
Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso.
Cogli l'attimo, confidando meno che puoi nel domani.

Sarebbe semplice farne un'interpretazione troppo frettolosa, del tipo: ma sì, che ti importa del futuro, godiamoci il presente! Però non è affatto così, il significato è decisamente più profondo. 
Orazio parte da un principio caro agli epicurei, la caducità della vita, il destino ineluttabile dell'uomo che ogni giorno accorcia la sua distanza dalla morte. Ciò non deve gettarlo nell'angoscia, quanto piuttosto fortificare in lui la consapevolezza dell'importanza del presente. Non può cambiare il proprio destino quindi può vivere pienamente ogni giorno, solo così arriverà al termine senza il rimpianto di non aver vissuto realmente, di essere stato troppo proiettato verso illusioni e paure. 
Mi piace pensare che questo grande poeta abbia scritto versi eterni, abbia saputo farlo, mentre Roma viveva uno dei suoi periodi più difficili. La corruzione era ai massimi livelli, la classe politica degenerava, imperversava una guerra civile, Roma viveva in modo estremo la sua trasformazione della Res publica in impero. La società annegava in una grave crisi dei valori tradizionali, si apriva una nuova grande pagina della Storia, ma in modo traumatico, fra le lotte dei triumviri, l'assassinio di Cesare e l'ascesa di Ottaviano. 
Mi piace pensare al mondo intellettuale dell'epoca che se ne sta a distanza e osserva, maturando una visione della vita che nulla ha di tragico, se mai coglie negli eventi lo spunto per valorizzare la vita in sé, l'esistenza. E' il periodo in cui la distanza tra i filosofi e i poeti e la società è massima, quindi non resta che vivere nel presente il senso ultimo e vero della vita. 
Questo principio attraversa epoche e culture e resta oggi vivissimo. Credo che la migliore traduzione in versi l'abbia fatta proprio quel Walt Whitman scrivendo: 

Cogli la rosa quando è il momento
che il tempo, lo sai, vola
E lo stesso fiore che oggi sboccia
domani appassirà

Ma ancora di più, in questi versi:

... the question, o me! so sad, recurring - What good amid these, o me, o life!
Answer: that you are here - that life exists and identity
That the powerful play goes on, and you may contribute a verse.

... la domanda, ahimè, così triste, ricorrente - Cosa vi è di buono in tutto questo? oh me, oh vita!
Risposta: che tu sei qui - che la vita esiste, e l'identità
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

Lascia spiazzati. Strano, ma non c'è nulla di più semplice da capire. La vita, in se stessa, è già tutto. Il presente è qui, coglierlo e valorizzarlo sta a noi, perché il tempo scorre, fugge inevitabilmente e non dobbiamo sciuparlo inutilmente. Riuscire a valorizzare ogni attimo non è facile, anzi, ma questa deve essere una missione costante e doverosa verso noi stessi. 
Ecco perché ho scelto questo nome. Il teatro, la poesia, la musica, sono depositari di una bellezza che va protetta e trasmessa. 
Attraverso queste arti possiamo cogliere la bellezza della vita, che va vissuta pienamente con il fermo proposito di rendere prezioso questo presente, perché il futuro ne porti traccia.

Che significa per voi "cogliere l'attimo"? Avete mai vissuto l'esperienza di cogliere un'occasione irripetibile? 

venerdì 1 settembre 2017

Ho fondato la mia associazione culturale (realizzare un desiderio atavico rende tutto più bello)

Si torna a bloggare nel giorno in cui parte ufficialmente l'anno "cultural-teatrale" della mia neonata associazione 
Carpe diem. Teatro e altre arti
Ebbene sì, ho fatto il salto, ci sono dentro, si parte. Mi si potrebbe opporre la semplice risposta "beh? che ci sarebbe di speciale? migliaia di associazioni nascono ogni giorno". Il punto è che la mia Carpe diem è il frutto di riflessioni profonde, di pensieri ponderati a lungo e metabolizzati a rilento. 
Non so chi di voi abbia esperienza di associazionismo, ma vi assicuro che sia la fondazione che il mantenimento sono un affare complesso. Sì, perché nel momento in cui smetti di essere un comune cittadino che occasionalmente si riunisce assieme ad altri e dà vita a eventi culturali e diventi un ente vero e proprio, ti si schiudono dinanzi onori, sì, ma anche una gragnola di oneri. Ecco il motivo per cui ho voluto che fossimo solo tre fondatori e tutti nell'ambito della stessa famiglia. Va da sé che le norme di un'associazione impongano che ci sia la massima democraticità e intercambiabilità fra le parti, ma col tempo devo fare in modo di includere poche e fidatissime persone fra i vertici. 
Essere presidente di un'associazione significa esserne allo stesso tempo rappresentante legale. In sostanza, io rispondo di tutto ciò che riguarda il civile e il penale di quello che vi accade all'interno, fra i soci e le attività culturali che si svolgono. 
Quando affitterò un teatro, devo controllare che tutto sia a norma, per fare un esempio, altrimenti se succede qualcosa ne rispondo io penalmente. Se ho allievi minorenni, devo far firmare liberatorie su liberatorie, per sgravarmi almeno in piccola parte delle milioni di responsabilità. Rispondo di tutto quello che riguarda la sede che ho preso in affitto per le attività. Insomma, sono totalmente vincolata legalmente a ogni dettaglio. C'è da pensarci su, vero? 
Altro problema è far quadrare i conti. I membri delle associazioni culturali no profit non possono dividersi gli utili, quindi ogni euro che entra fra quote associative e contributo mensile alle attività laboratoriali deve essere reimpiegato, come devono riportare i libri contabili. Io che ho sempre messo da parte un fondo cassa col quale ho fatto fronte alle tante spese e acquistato tanto materiale, non ci trovo nulla di nuovo, ma bisognerà essere estremamente precisi a riguardo. Rispetto alle responsabilità civili e penali che mi porto sul groppone questa è perfino la parte più divertente. 
Insomma ci ho pensato, a lungo, e poi ho deciso. Semplicemente perché il mio fare teatro è diventato sempre più importante, sta dando frutti inattesi e incoraggianti, si aprono nuove strade fra partecipazioni a premi (a proposito, le mie fanciulle di Foglie d'erba hanno poi vinto il Premio Corvo d'Oro, e il prossimo 21 ottobre saremo al Premio Aenaria di Ischia), laboratori sempre più richiesti, mie esigenze di ampliare le attività anche fuori dall'ambito teatrale.
Riguardo all'ultimo punto, ecco, mi piacerebbe indire un premio di poesia o di scrittura, chiamare professionisti o esperti in materia per offrire anche laboratori di scrittura o di altro tipo. Insomma, esulare dal palcoscenico e toccare altri aspetti. 
Non resta che partire. Molti miei allievi dello scorso anno scalpitano per cominciare (produrremo Peter Pan per giugno), la Compagnia non vede l'ora di cominciare le prove del nuovo spettacolo. 

Avrei molto altro da dire, per ora mi fermo qui. Dedicherò altri due post a questa mia realtà, uno riguardante il titolo che ho scelto (Carpe diem) e l'altra l'immagine dell'Associazione (l'Albero della vita). Per ora scrivo i tanti moduli da dare ai futuri soci, perché non contengano errori (gulp!)

lunedì 24 luglio 2017

Lo schiavista - Paul Beatty

Incipit: So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. 

Per la prima volta ho la sensazione di trovarmi dinanzi a un libro difficile da recensire, perché difficile da definire. 
Da lettrice, dico che ho impiegato un bel po' a finirlo - l'ho interrotto un paio di volte, in effetti - complici lo slang tipico dei ghetti di periferia di cui è disseminato, la velocità a cui si muove la storia, e in definitiva il genere stesso in cui è collocato. 
Poi ti convinci che sono solo alcuni aspetti di questo interessante affresco della situazione razziale statunitense - col quale il suo autore ha per altro vinto il Man Booker Prize 2016 - così come è adesso, dopo secoli di una storia che ha attraversato fasi di razzismo dichiarato e che è arrivata a essere specchio di una democrazia in cui ancora e ancora i diritti del popolo nero non esistono e i bianchi monopolizzano storia e cultura. 
Ma non voglio arzigogolare, veniamo all'intreccio. Protagonista Bonbon, un giovane nero di Dickens, cittadina inventata da Beatty sulla falsariga delle numerose frazioni delle metropoli americane, quelle in cui la storia nel tempo ha spinto i reietti, in questo caso la popolazione nera di Los Angeles.

martedì 18 luglio 2017

Liebster Award 2017

Eccomi qui, di ritorno da un viaggio in Sicilia che mi ha lasciato frastornata di bellezza. 
Mi riaffaccio sul blog e mi vedo insignita di un bel premio: il Liebster Award (il mio Mac me lo corregge continuamente a Lobster, ma non si tratta di aragoste) da parte di Ivano Landi - trovate il post qui
Non è il primo "coccardone" che ricevo, già lo scorso anno ne ero stata insignita da Cristina Cavaliere, ed ecco questo piacevole bis. 
Ebbene, procediamo con tutto ciò che occorre.
Le regole:

1. Ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.
2. Premiare altri undici blogger che abbiano meno di 200 followers e che ritenete meritevoli.
3. Comunicare la premiazione nelle bacheche dei "vincitori".
4. Proporre a vostra volta undici domande. 

1. Ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.
Ringrazio Ivano Landi, del blog Cronache del Tempo del Sogno, che mi ha insignita del premio. Il blog di Ivano è uno di quelli che frequento assiduamente e Ivano è stato uno dei primissimi blogger che ho conosciuto quando ho messo su questo posticino. Insomma, la stima negli anni continua. 

mercoledì 28 giugno 2017

Harry Potter: come è nata una leggenda editoriale

Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano. 

Così inizia il primo dei libri di una saga divenuta leggenda: 450 milioni di copie vendute, tradotta in 77 lingue - fra cui latino e greco. 
I più conoscono la storia di Harry attraverso i ben noti film trasposti dai romanzi, ultimamente poi ne è stata fatta una versione per il teatro, ma qui mi voglio soffermare sulla loro versione originale.
Non occorre illustrarne la trama rischiando di ammorbare i lettori, andrò al nocciolo della questione, con l'aiuto di un piccolo libro che acquistai a pochi anni dall'uscita del primo volume della saga: La maga dietro Harry Potter. La biografia di J. K. Rowling, scrittrice di fama mondiale. 
Come è nato il fenomeno letterario che ha letteralmente travolto il mercato editoriale in dieci anni di pubblicazioni? Mettetevi comodi e gustatevi questa storia, se avrete la curiosità di leggerla.

martedì 20 giugno 2017

I familiari sono nostri lettori?

Oggi propongo un'altra riflessione. Chi ha un blog ama scrivere, su questo non c'è dubbio, e spesso chi ha un blog è anche autore/autrice di narrativa
La mia esperienza in quanto "scrittrice" (il virgolettato è dovuto al dubbio riguardo al poter essere o meno definita tale) tocca sia l'ambito teatrale - avendo scritto diverse drammaturgie - che quello più squisitamente legato alla narrativa, avendo fatto l'esperienza di scrivere un romanzo di genere storico diversi anni fa. 
Prima di scoprire la scrittura per il teatro, mi era congeniale quella classica, con tanto di macchina da scrivere (mio padre mi procurò una Olivetti quando terminai il liceo) e poi tastiera dinanzi al pc. Racconti, brevi fiabe, un paio di tentativi di romanzo, tanto disegno, e poi, dopo la laurea e anni in cui dovevo inventarmi il modo di trascorrere il giorno, viene fuori questo romanzo. Ne ho accennato in questo post, per altro, che riguarda alcuni dei luoghi in cui è ambientato. 
Quando terminai il romanzo, lo impaginai in formato A5 e lo feci stampare e rilegare in tipografia in alcune copie, per poterlo distribuire a sorella, zie, amica, riservando una copia per me.

mercoledì 14 giugno 2017

A chi lasceremo i nostri libri?

Stamani, libera dal lavoro, mi adagio sul divano dinanzi alla mia libreria e guardo gli scaffali. E rifletto.
Ammetto che questa riflessione non mi è nuova, sarà perché i libri, questi libri, mi sono cari, si trovano qui perché frutto di percorsi, gusti, età diverse.
Se è vero che non comprerei oggi Va' dove ti porta il cuore della Tamaro, è pur vero che appartiene a un momento preciso della vita, quando avevo bisogno anche di questa narrativa; e poi quel Fai bei sogni di Gramellini, che mi è stato regalato comunque da una persona cara, è lì dov'è perché mi ricorda quella persona; per fortuna campeggia in interi scaffali la stragrande maggioranza dei miei libri prediletti, che non tradirei mai, dalla collezione di Dickens fino alla serie di Malaussène di Pennac, i vari Lessing, Allende, Rowling, Murakami, Baricco, i grandi classici francesi e inglesi, ecc. Insomma, ciascuno di questi libri, siano essi acquistati o regalati - o ricevuti in prestito e mai restituiti (sic!) - rappresentano un pezzetto di vita e hanno importanza anche per questo.

martedì 6 giugno 2017

Alice nel Paese delle Meraviglie (che fine ha fatto poi Francesco?)

Mi sembra quasi irreale essere arrivata a scriverne, ma eccomi qui, a fare il punto di una delle esperienze più belle del mio fare teatro. 
I ragazzi, i miei magnifici variopinti ragazzi - ma io ho messo insieme adulti, bambini e ragazzi nell'esperienza di quest'anno - del laboratorio, sono andati in scena lo corso 31 maggio, con grandissima ovazione di pubblico. C'è da dire che la decisione di mettere in  scena il celebre romanzo di Lewis Carroll mi parve azzardata nello stesso istante in cui la presi diversi mesi fa, ma nonostante i tanti momenti in cui ho dubitato della riuscita di questo progetto, qualcosa mi diceva che sarebbe andato tutto bene. 
Va bene, per un attimo cedo alla vanità e scrivo questa cosa. C'è chi ha detto che sono una specie di "Creso" del teatro. Parto con un'ideuzza, sembra una uguale a tante, poi col tempo accadono delle cose, e tutto si trasforma in qualcosa di insolito, speciale, unico. Accade ogni volta "qualcosa". Finirò col crederci.
Comincia a esserci un pubblico di aficionados, quelli che vengono a vedere perché sanno di aspettarsi qualcosa di speciale, allora, si sa, è come se ogni volta ci si dovesse inventare qualcosa di nuovo. Anche se stavolta si è trattato di uno spettacolo di fine laboratorio, quindi con tutte le incognite del caso. 
Fatto sta che invece è andata più che bene, che ci sono moltissime richieste di repliche e che ricevo la richiesta di vederlo da parte dei tanti che non hanno potuto assicurarsi un biglietto perché i posti erano terminati. Ora faccio un falò di questa vanità e vado al sodo.

lunedì 29 maggio 2017

La la land (sottotitolo "come quando portavo le trecce")

Finalmente l'ho visto. Avrebbe meritato essere visto sul grande schermo, ma non essendoci riuscita, è stato provvidenziale il prestito del Dvd BluRay di una mia dolce alunna rimasta folgorata dal film (tenera età eppure tanta sensibilità).
Ebbene, cosa scrivere che non abbia già letto in giro, fra i diversi blogger che ne hanno descritto le atmosfere e l'esito? 
Il solo modo per raccontarlo è cercare di esprimere il tipo di emozioni che ha risvegliato in me, ma devo andare indietro di molti anni. 
Se giorni fa ho revocato usi ed emozioni degli anni Ottanta, qui tocca fare un salto nel decennio precedente, quando ero una bambina con le trecce e i calzettoni, il televisore era in bianco e nero e io sognavo sognavo sognavo
C'era un appuntamento settimanale che non perdevo neppure una volta, si trattava di un "programma-contenitore" in cui era trasmesso un film hollywoodiano dell'epoca d'oro del grande cinema americano. Sapevo tutto, e credetemi tutto, dei grandi divi, adoravo i musical di Ginger e Fred, così come le commedie di Frank Capra o i grandi film drammatici come Il gigante. 
Col Sorrisi e Canzoni feci una collezione di figurine dei grandi divi e delle dive, così imparai nomi fino ad allora sconosciuti, di cui non avevo visto i film: Theda Bara, Jane Mansfield, Veronica Lake, Montgomery Clift, così come vidi in modo nuovo volti che conoscevo, come James Dean, Frank Sinatra, Rock Hudson, Liz Taylor, ecc.

lunedì 22 maggio 2017

I miei favolosi Anni Ottanta

Eccomi qui, a cercare di scrivere una sintesi di ciò che sono i miei ricordi di questo magico decennio. 
Intanto, ringrazio Marina per avermi nominata, qui il suo post in merito. E ringrazio il mitico Moz, che è un nostalgico doc e ci porta spesso a fare un salto indietro che sa di buono. 
Cominciamo. Intanto fra il 1980 e il 1989 ho vissuto dai miei 9 ai miei 18 anni, quindi diciamo che gli Ottanta sono stati il ponte tra infanzia e adolescenza piena. Potrei dire che li ricordo come divisi in due tronconi, perché a metà decennio sono sbocciata in tutta la mia prorompente sensualità... ehm, no, mi pare esagerato. Diciamo che mi sono affacciata a una sospirata adolescenza, ecco. Ricordo che c'è stato un "prima" e un "dopo" nettissimi, perché finalmente erano finite le scuole medie e... beh, sì, mi sono messa con un bel giovanotto di vent'anni - vedi alla voce "coppia storica" (eh, Marina?😄)
Mettiamo tutto assieme, e vediamo cosa sono stati per me.