mercoledì 3 giugno 2020

Il caffè di Luz e Marina: romanzo classico o contemporaneo?

I segnalibri di Corrie Baldauf in Infinite Jest di Foster Wallace
LUZ:   Buongiorno, Marina! Ti vedo in forma nonostante la quarantena. Ce l'abbiamo fatta, comunque, finalmente possiamo uscire all'aperto. Eccoti il mio caffè. Ma cosa hai portato?? Dall'aspetto è squisito! 

MARINA:   Eh, cara mia, continuando con i nostri incontri... e poi io non so presentarmi a mani vuote... insomma, altroché forma: la vedo molto a rischio. Vediamo se quello che ho portato oggi ti piace. Prepara i cucchiaini (e non solo per il caffè): oggi assaggerai la mia mousse al caffè con sbriciolata al cioccolatoUh, ma vedo che hai con te dei libri...

LUZ:      Stavo mettendo in ordine la mia libreria (non manca molto al trasloco) e ho messo insieme i tre autori classici che mi hanno emozionato di più: Charles Dickens, Charlotte Brontë e Edgar Allan Poe. Mi sono cari perché rappresentano la scoperta del gusto di leggere. Pensa che lessi David Copperfield integralmente nell'estate fra la quinta elementare e la prima media. Fu una folgorazione. E sì che avevo già scoperto anni prima la bellezza dei libri, con Alice di Carroll, Le mille e una notte. La storia di David fu una scoperta nuova. Dopo è stato tutto un saccheggiare i romanzi più famosi della tradizione inglese, passando attraverso tanti autori, ma restando nuovamente attratta dalla pagina quando mi imbattei in Poe e nel suo mondo horror gotico così travolgente. Per scoprire poi il mio romanzo classico preferito: Jane Eyre. Ecco, pensavo alla forza di questi autori e mi veniva in mente che, pur amando molto diversi autori della letteratura contemporanea, non riesco a trovare in questa quella costruzione dell'immaginario, quel fascino, quel richiamo che ancora esercitano su di me quei romanzi della letteratura classica del XIX secolo. Che ne pensi? 

MARINA:   Belli i classici! Ne ho letti tanti e continuo a farlo, dunque nulla da obiettare sulla loro importanza e sull’indispensabilità della conoscenza almeno di quelli fondamentali: i miei preferiti restano Dostoevskij, TolstojKafka, Proust, ma la lista è lunga e, in mezzo alle tante riletture, ho ancora intenzione di recuperare classici mai letti. Eppure, a proposito dell’immaginario di cui parli tu, anche la letteratura contemporanea affascina con le sue storie, ancorché presentino un’architettura certamente diversa e una formulazione che non segue gli schemi narrativi di epoche lontane. Prendi scrittori del calibro di Cortázar o Saramago, ma anche i nostri italiani Calvino, Pontiggia, Eco... e questi sono quelli già candidati a diventare i “classici” di domani, ma mi vengono in mente anche scrittori come David Foster Wallace, Haruki Murakami, Raymond  Carver: sono tutti narratori contemporanei con il pregio di avere creato folle di afficionados per i quali essi sono intoccabili. E, tolto Carver, che strizza il lettore dentro il fascino del suo minimalismo che non sempre mi prende,  Wallace e Murakami sono intoccabili pure per me. Mi piace il coinvolgimento che mi provocano: è più diretto, perché attuale. È questo che, forse, critico nella letteratura classica: lì, il mio coinvolgimento è passivo, perché sono storie che mi appartengono nella fantasia, ma non possono essere trasferite nella realtà che vivo, perché quella realtà non c’è più (non parlo ovviamente di tematiche: non si chiamerebbero classici se no, ma di ambientazione, periodo storico, stile di vita.) Non so se mi hai capito e se ne convieni. Se vuoi approfondiamo.

David Foster Wallace (1962 - 2008)

LUZ:    Uhm, farò alcune riflessioni. Premetto che i romanzieri che citi piacciono molto anche a me. Fra quelli che citi, non conosco Cortázar, Pontiggia, Foster Wallace e Carver, ecco. Questi non li ho mai letti o non ancora. Posso annoverare nel mio repertorio John Williams, Margaret Atwood, Sándor Márai, Mordecai Richler, Paul Beatty, Kurt Vonnegut e altri (questo per chiarire quanto possa conoscere di letteratura contemporanea). Li ritengo dei giganti, ho amato molto quello che hanno scritto. Mi hanno anzi fatto conoscere, capire, amare la letteratura contemporanea. Il punto è che continuo a ritenermi, nonostante questo, ancorata all'idea che la mia natura di lettrice debba molto a quella letteratura classica, in particolare dell'Ottocento inglese, francese, tedesco, russo, senza la quale sono certissima mi sarebbe mancato per sempre qualcosa. Ho la certezza che senza "attraversare" quella letteratura non sarei oggi la lettrice che sono. Non avrei forse neppure gli strumenti per conoscere sempre di più la letteratura contemporanea, che ammetto ho scoperto solo negli ultimi 6-7 anni. Ne deduco che non si potrebbe fare a meno della letteratura classica. 
Per un'affermazione come questa c'è bisogno di una prova a supporto. Allora direi di far "parlare" queste letterature, Marina, che ne pensi? 

MARINA:  Penso che il nostro tempo ci induca ad attribuire un altro tipo di efficacia alla narrativa, che garantisca un impatto diverso sui suoi destinatari. La solennità di Anna Karenina, la forza stilistica di quel testo (ne prendo uno fra mille), la costruzione monumentale della trama al servizio dei molteplici temi, favoriscono una partecipazione che definirei “patinata”. Prendi Foster Wallace, invece: con lui “ti sporchi le mani”. Intendo dire che, secondo me, tutto è legato agli effetti dell’immedesimazione recepiti dalla lettura di un testo: posso immedesimarmi in una nobile dei primi del ‘900 che vive la Belle Epoque nella Parigi di Proust, ma vuoi mettere entrare alla Ennet House di Infinite Jest e infilarti nei panni di uno dei suoi ospiti?
Per esempio, mentre sei così nervoso da sentire le tue pulsazioni fin nei bulbi oculari, e tremi così tanto da fare un Pollock sulla parete ogni volta che qualcuno ti passa una tazza di caffè, e vedi muoversi cose ai limiti del tuo campo visivo e quegli affari sono l’unica cosa che ti distrae dalle voci tipo motosega che sentì nella testa, ecco, mentre stai così arriva un’anziana signora con i peli di gatto sulla maglia di nylon che ti abbraccia e ti dice di fare una lista di tutte le cose per le quali devi essere grato oggi: ci vorrebbe davvero un po’ di feldpato a portata di mano.
La scrittura, con i segni di interpunzione che sembrano casuali, mi porta a “vedere” una persona con tutti i sintomi “vivi” che lo hanno portato in una casa di recupero per alcolisti e drogati; io, mentre leggo, sento quel nervosismo, quella frenesia nel racconto e finisco per avere anch’io le palpitazioni.
Nella letteratura contemporanea lo “show don’t tell” è quello che fa la differenza.

Edgar Allan Poe (1809 - 1849)
LUZ:    Sono d'accordo sul tuo appellarti al sacrosanto diritto di immedesimazione, meno sul fatto che i classici non lo consentano. I classici, intendo i classici di ogni epoca e luogo, sono definibili come tali proprio perché posseggono a prescindere questa caratteristica. Se così non fosse, allora i poemi omerici ci apparirebbero lontani anni luce, così come le opere teatrali di Shakespeare, monumenti alla parola e nient'altro. A mio parere, e per mia formazione come lettrice, dico che proprio la letteratura classica mi ha permesso di gustare il realismo magico dei sudamericani, i paradossi di Murakami, lo stile asciutto di Márai, la narrazione tipica di Roth. Questo come premessa generale - su cui credo tu possa concordare - nel senso che non avrei gli strumenti per capire cose che altrimenti mi apparirebbero troppo immediate, dirette, istintive. Veniamo al potere di immedesimazione insito nei romanzi classici. Cito un passaggio tratto da "Il seppellimento prematuro", uno dei mirabili racconti di Poe. 
Allucinazioni come queste, che mi si presentavano di notte, estendevano il loro terrificante influsso alle mie ore insonni. I miei nervi divennero completamente allentati e caddi preda dell'orrore perpetuo. Non osavo cavalcare, o passeggiare, né dedicarmi a un esercizio qualsiasi che mi avrebbe allontanato da casa. Infatti, non mi fidavo più di allontanarmi  dall'immediata presenza di coloro che sapevano della mia predisposizione alla catalessi, per il timore che, colto da uno dei miei soliti attacchi, io non venissi seppellito prima che la mia vera condizione potesse essere accertata. Dubitavo delle cure e della fedeltà dei miei più cari amici. Temevo che, durante qualche mio sonno catalettico di durata superiore al consueto, essi potessero essere indotti a considerarmi irrecuperabile. 
Ecco, rispetto allo stile di Foster Wallace, che mi pare faccia uno di quei monologhi di ottima fattura e per questo a me non congeniale se non immaginato sulla bocca di qualche buon attore (traspare oltretutto un certo autocompiacimento), preferisco questo stile piano, da una parte rassicurante per come agilmente mi addentro nei pensieri del protagonista, dall'altra per come mi spinge a saperne di più. Mentre voglio saperne di più, mi immedesimo facilmente nell'ossessione del protagonista, mentre so che lo scrittore tratta un tema non solo caro agli amanti del genere gotico, ma facente parte delle nostre paure più sommerse: essere sepolti vivi. La scrittura avanza piana e insinuante, si sente tutto il peso di questo timore claustrofobico. Entriamo nei pensieri dell'uomo e già prefiguriamo il momento in cui i suoi incubi, al 99%, diventeranno realtà. Che ne pensi?

MARINA:  Aspetta, forse mi sono spiegata male. Non penso che i classici non consentano l’immedesimazione, anzi! sapessi in quanti panni mi sono infilata: nell’insoddisfazione senza via d’uscita di Emma Bovary, nell’amore malato e distruttivo di Catherine Earnshaw... e potrei continuare, dico solo che la natura di questa immedesimazione è inevitabilmente diversa. E ora provo a spiegarti meglio, fermo restando l’innegabile carattere formativo dei classici, che - ribadisco - se no, non sarebbero tali (una ballerina di danza moderna è veramente brava solo se ha studiato danza classica, quindi concordo perfettamente con te sul fatto che un buon lettore, ma anche un buon scrittore, si riconoscono dal modo in cui hanno assorbito nel tempo le letture classiche.)
Nel brano che hai proposto si percepisce la paura di Poe grazie alla descrizione di una sua sensazione e la claustrofobia, l’angoscia provate sono trasmesse attraverso il contenuto delle parole: mi immedesimo nel pensiero di chi sta narrando, ma non sono lì con lui. Intendo dire che la letteratura contemporanea predilige un linguaggio verbale che si modella sulle caratteristiche di una sceneggiatura, dunque c’è, per così dire, una visualizzazione della narrazione letteraria come se si fosse dentro un film: più diretta, immediata, tangibile. Nella letteratura classica, sono le parole, le descrizioni, l’astrazione ad avere priorità e a creare suggestioni nel lettore, in quella contemporanea è l’azione messa in scena, per cui anche la vita interiore o le implicazioni psicologiche dei personaggi passano attraverso le immagini. Le informazioni sono implicite nell’azione e ne costituiscono il sottotesto.
Secondo te, quali altri elementi potrebbero segnare la differenza fra classico e contemporaneo?

LUZ:   Sì sì, non mettevo in dubbio la tua attribuzione di valore alla letteratura classica. Ogni buon lettore ne è debitore. Era per argomentare sul suo valore intrinseco. 
Il nucleo del nostro confronto sta in quel principio dello "show, don't tell" che è il leit motiv di tanta letteratura contemporanea, qui sono d'accordo. Difendo invece l'idea del potenziale di immedesimazione di tanta narrativa classica, come fai tu con le varie eroine che abbiamo amato in quanto donne, ma io vado oltre. Quello stile "registico", immediato, non ridondante, non eccessivamente descrittivo, lo ha ampiamente inventato anche Dickens. Tutte le prime pagine di "Grandi speranze" sono l'occhio di una camera che si muove, così come il nostro Manzoni nelle prime pagine del suo capolavoro è estremamente moderno, per non parlare del capitolo "Parigi a volo d'uccello" di Hugo in "Notre Dame de Paris". Mostrare E raccontare insieme, questo è stato il genio dei grandi autori classici, in mezzo, lo ammetto, a tanta narrativa che si limita a descrizioni infinite in cui non si avverte palpito alcuno. I grandi ci sono riusciti e ancora oggi riescono ad attraversare epoche e stili e a ripresentarsi come paradigmi di perfezione. 
Per rispondere alla tua domanda molto interessante, adesso. Ci provo. La differenza sta tutta nelle intenzioni dell'autore secondo me. Ogni autore contemporaneo si suppone abbia "attraversato" i classici, altrimenti non riuscirebbe a essere incisivo nella propria epoca. L'uomo dell'Ottocento è nettamente diverso dall'uomo del XX secolo. La letteratura - adoro questo aspetto - si nutre dell'epoca in cui si sviluppa. La sua madre ideale è la Storia. E allora l'uomo del XX secolo, immerso in un'epoca che ha visto gli orrori delle guerre mondiali, la crisi del positivismo, l'applicazione della scienza alla dissoluzione di ogni umanesimo, come può esprimersi se non attraverso una scrittura che di volta in volta è essenziale, cruda, diretta, ripiegata su di sé, depauperata di ogni virtuosismo? Lo scrittore oggi assomiglia allo scultore - è inevitabile un parallelo con l'arte - che non tira fuori dal marmo la vibrante umanità fatta di nervi e muscoli, ma lavora una materia più duttile, magari del ferro vecchio per ricavarne una forma grottesca eppure affascinante. Ecco, io amo questa forma, ma continuo a volgere lo sguardo anche e soprattutto alla mano del Bernini che affonda nelle carni di Proserpina, pur lasciandomi affascinare dalla rasoiata di Fontana. Il contemporaneo è necessariamente un lavorio per sottrazione, impossibile non amarlo, e te lo dice una che nella drammaturgia lavora incessantemente per sottrazione. In me, però, persiste quella fascinazione per alcune forme del classico, che ancora oggi riescono a "dialogare" con la parte più intima del mio essere lettrice. Spero di essere riuscita a rispondere. :)

Charles Dickens (1812 - 1870)

MARINA: Credo anch’io che l’intenzione dell’autore rifletta l’epoca in cui vive, non potrebbe essere altrimenti: raccontiamo la realtà in cui siamo immersi. Questo è sicuramente un elemento che sottolinea la natura della letteratura del passato rispetto a quella contemporanea. Volevo allargare l’analisi su un altro aspetto, che mi piace considerare pertinente.
Che ne dici di spostare un attimo l’attenzione sulla figura dello scrittore?
Un tempo, la letteratura era appannaggio di “pochi eletti”, si potrebbe dire. C’era più ignoranza, non tutti avevano la possibilità di studiare e le donne... beh, le donne sappiamo bene a quale ruolo fossero confinate. Le eccezioni erano scrittrici costrette a usare pseudonimi per riuscire a pubblicare le loro opere e, comunque, provenivano da famiglie benestanti, in seno alle quali potevano coltivare la passione per la scrittura. Scrivere era elitario, si potrebbe dire e gli scrittori erano intellettuali, interessati, quando anche coinvolti direttamente, alle vicende socio-politiche del loro tempo. Considero anche un’altra cosa: si scriveva per ispirazione, per sfogare una condizione personale (penso a Kafka), per denunciare le ipocrisie di certe classi sociali (Tolstoj), con poco interesse per il “destinatario” finale dell’opera: il lettore. Intendo dire che oggi avviene, quasi, il contrario: si pensa prima al pubblico, a cosa potrebbe piacergli e poi si scrive:  il boom del moltiplicarsi dei generi e dei sottogeneri letterari è un fenomeno moderno e testimonia questa tendenza. Va di moda il distopico? Se voglio  vendere devo inventarmi una storia ambientata in una società ipotetica in cui si senta odore di fine del mondo e so di ritagliarmi una possibilità di diventare scrittore. Ecco, forse la letteratura contemporanea concede più chances, è più accessibile: oggi, alla fine, chiunque può scrivere qualcosa e pubblicare.

LUZ:    Il discorso così posto è molto ampio e forse richiederebbe un approfondimento che renderebbe questo Caffè troppo lungo (!) Comunque sappi che la letteratura di consumo è un fenomeno esistente da sempre, anche se può sembrare inverosimile. Alla Facoltà di Lettere dedicarono alcuni percorsi proprio a questo aspetto dello scrivere per piacere al pubblico, imperante dall'Ottocento, ma originato da culture più lontane. Anche i giganti della letteratura classica producevano romanzi per piacere al pubblico, fatta eccezione per autori di nicchia come Kafka, che tu citi. È vera comunque anche la tua asserzione, perché di fatto oggi esiste una letteratura completamente asservita ai gusti del pubblico, forse neppure definibile "letteratura". E poi, innegabile il fatto che oggi tutti possano scrivere e pubblicare, un tempo non era possibile. Opportunità dell'era digitale. :) È stato un piacere, cara Marina, non resta che porre una domanda ai nostri lettori. 

MARINA:  Hai ragione. È un discorso che richiede tempo, anche perché gli spunti potrebbero essere ancora tanti. Allora, sai che facciamo? Vediamo se qualche suggestione arriva dai lettori del post, se qualcuno vuole aggiungere elementi che rendono evidente il confronto fra letteratura classica e letteratura contemporanea. Fermo restando che la nostra bella chiacchierata non voleva sottolinearne pregi e difetti, ma solo la diversa natura.

CI rivediamo al prossimo caffè.

mercoledì 27 maggio 2020

L'eredità delle dee - Katerina Tučková

Incipit: Dentro non si vede niente. Si solleva sulle punte, appiccica il naso al vetro per sbirciare al di sopra della tenda, appesa a metà finestra. Tra i rigogliosi cespi di gerani che di solito pendono all'esterno e oggi, per motivi incomprensibili, sono intrappolati dietro i vetri, è tutto buio. Ma è quasi sempre così. Attraverso quelle finestrelle la luce filtra in casa solo nelle giornate di sole. 

Questo è uno dei tre libri che mi sono arrivati in dono durante la quarantena, inviatimi da persone molto care. 
Ci conosciamo poco, eppure hanno scelto per me dei libri che rispondono non solo ai miei gusti, ma che sono pregni di significato, di valore. 

Con questo romanzo, un best seller tradotto in 15 lingue, ho potuto incontrare per la prima volta la letteratura ceca, e questa giovane autrice dallo stile fluido e accattivante.
Anche la veste tipografica è di quelle belle, l'editore Keller ci regala una copertina doppia con all'interno una tavola di piante officinali, quelle utilizzate dalle misteriose protagoniste del romanzo.

mercoledì 20 maggio 2020

Unorthodox: la dura vita delle donne chassidiche

Qualche giorno fa ho visto la miniserie Unorthodox, acclamatissima durante i giorni di quarantena. Sui social in quelle settimane imperversavano grandi lodi per questa storia, tratta dall'omonimo libro di Deborah Feldman, per la forza dell'intreccio, il talento dell'attrice protagonista, la novità del genere. 

Scrivo "genere", perché su Netflix si trovano altri prodotti ambientati nel complesso mondo delle società chassidiche, un filone che attrae il pubblico per tutta una serie di componenti che lo rendono un prodotto curioso da esplorare. Unorthodox è un'opera postuma rispetto al documentario One of us e alla serie Shtisel, per non parlare del successo di Mrs. Meisel, questo non ambientato nel chassidismo, ma pieno di riferimenti al tipico humour ebraico. 

mercoledì 13 maggio 2020

Furore - John Steinbeck

Incipit: Nella regione rossa e in parte nella regione grigia dell'Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d'erbacce e d'ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. 

Tra i libri in fila sugli scaffali della mia biblioteca, in attesa di una lettura, c'era questo grande capolavoro e io non lo ricordavo più. Nelle lunghe giornate di questa quarantena da poco terminata - ma con tutte le misure ancora da osservare - mi sono concessa di fare un'altra conoscenza. Dopo Roth, Steinbeck.
Ebbene, qui un po' come nel caso precedente, ma per ragioni diverse, c'è da rimanere basiti dinanzi alla magnificenza. 
Ancora una volta uno stile impeccabile, ma con un tocco realista che preferisco. La linearità degli eventi mi è maggiormente congeniale rispetto a Roth. Per molti aspetti qui ci troviamo dinanzi ad un autore classico, ineccepibile. 
Non posso scegliere fra l'uno e l'altro, direi che appartengono a due livelli di bellezza equidistanti.

mercoledì 6 maggio 2020

Il caffè di Luz e Marina - La poesia... sì o no?


LUZ  Buongiorno, Marina. Rieccoci, accomodati pure. Di cosa ti piacerebbe parlare oggi?

MARINA  Oggi offro io: torta fatta in casa. Da me. (Se ti piace, ti do la ricetta, è il mio pezzo forte: so fare solo questa!)
Conosci la “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo” scritta da Giovanni Berchet?
Se vuoi sapere che c’entra con la nostra conversazione di oggi, chiedimi cosa penso della poesia.

LUZ  Sììì, voglio la ricetta. Una volta facevo qualche dolce, un pan di spagna appena passabile. Dunque dunque... L'operetta che citi è considerata quella che fece arrivare il Romanticismo (corrente letteraria che adoro) anche in Italia. Ebbene, cosa pensi della poesia? 

mercoledì 29 aprile 2020

La "cadenza d'inganno", ovvero come riesco a sconvolgerti.

Una delle cose di cui ricorderò di questa quarantena è la possibilità di imbattermi in parole e concetti nuovi, averne il tempo, ecco. 
Ebbene, ogni mattina, per non cedere al totale abbrutimento (ed evitare qualche chilo di troppo)  faccio un'ora di movimento in stile "maratoneta", con tanto di abbigliamento tecnico ad hoc. 
Impossibile senza qualcosa con cui distrarsi e far scorrere in fretta il tempo, così con tanto di auricolari seguo trasmissioni varie, interviste, conferenze, lezioni. 
Non avevo idea di quante cose si potessero apprendere con questo metodo. 
Stamattina ho imparato che in musica esiste un tipo di cadenza che si chiama "cadenza d'inganno", l'ho imparato da una bellissima lezione di Baricco sul finale del Guglielmo Tell di Rossini. 
La sua dimostrazione è realizzata direttamente sul pianoforte, quindi con l'esempio, ma non è difficile la sua applicabilità alla scrittura. 
Vediamo di capire di cosa stiamo parlando.

mercoledì 22 aprile 2020

Quali libri definireste "imperdibili"?

Nota bene: Il senso di questa domanda può essere compreso solo se si legge da cima a fondo questo post. 

Essere lettori ci rende dei privilegiati
No, non è una "perla di saggezza" di mia invenzione, almeno non credo. È piuttosto una certezza in un'epoca in cui la fatica di leggere è diventata più gravosa, distratti come siamo dai mille stimoli della tecnologia. 
La lettura esige silenzio, calma e tranquillità. Condizioni oggi sempre più difficili da trovare. 
La conseguenza di ciò è che si tende a diventare più esigenti, tendenzialmente più capaci di archiviare una lettura che non ci prende, non ci piace, non si sintonizza con noi. 
Ci piace fare bilanci, anzi è tipico di chi sta per concludere un decennio e avviarsi verso una nuova decade. Compirò 49 anni il prossimo giugno, mese in cui probabilmente traslocherò - pandemia permettendo - e avrò così l'occasione di dividere i miei libri fra quelli di valore e quelli che ne hanno uno relativo.

mercoledì 15 aprile 2020

Pastorale americana - Philip Roth

Incipit: Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome come l'eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all'inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov. 

Lasciatemi anzitutto dire che aver scoperto Roth leggendone il capolavoro, mi ha messo subito addosso il desiderio di cercare anche altrove questo straordinario scrittore. 
Ho voglia di leggere La macchia umana, per dirne una, ma anche Lamento di Portnoy, Il teatro di Sabbath
Libri che arriveranno fra i miei scaffali. 
Pastorale americana è uno di quei romanzi di cui senti parlare da sempre, un monumento della letteratura americana contemporanea che ti passa davanti agli occhi nelle librerie, ascoltando il parere dei lettori, imbattendoti in qualche buona trasmissione tv. Di Philip Roth, se sei un frequentatore di libri, sai subito che è un gigante fra i grandi, che ha vinto un Pulitzer, che avrebbe magari anche meritato il Nobel. 

mercoledì 8 aprile 2020

Il caffè di Luz e Marina - La sindrome dell'impostore

Benvenuti a questa nuovissima rubrica, pensata da due amiche in omaggio ai nostri proverbiali incontri (che di solito durano dalle tre alle quattro ore di chiacchiere), da prolungare anche virtualmente.
Il caffè di Luz e Marina vi terrà compagnia un paio di volte al mese o a cadenza casuale, è tutto da inventare
Di volta in volta, affronteremo temi di vario genere. Uno spettacolo d'arte varia, insomma. 
Bene, cominciamo. 


Luz:  Benvenuta, amica mia. Tutto bene? Pronta a iniziare questa avventura? 

Marina:  Ciao Luana, sono prontissima. Ma il caffè lo hai preparato?

Luz:   Sì, eccolo qui. Con la moka classica, sono per un caffè tradizionale. Possiamo pure spizziculiare questo cornetto. Bene, vorrei cominciare con un argomento che mi sta particolarmente a cuore. La sindrome dell'impostore. Ne hai mai sentito parlare?