mercoledì 15 maggio 2019

L'onda lunga della forza del teatro e il suo infrangersi.

Quando sono in procinto di andare in scena, il blog ovviamente ne risente. Scrivo oggi, rubando un po' di tempo alle millemila cose da fare a pochi giorni dal debutto di Sherlock Holmes e il Caso dell'ape tatuata, di cui ho scritto qui
I ragazzi scalpitano, siamo alle prese con ritmo, movimenti, battute da pronunciare con l'intenzione giusta, oltre che con le decine di oggetti e accessori da elencare, procurare, ricordare. 
Dall'altra parte, le "maestranze" stanno lavorando alla scenografia, perché prenda forma questa immagine il più possibile curata e donata allo spettatore, con la ferma intenzione che ne costituisca un testimone entusiasta. 
Far funzionare un progetto per il palcoscenico, come ho scritto più volte, richiede tanto lavoro. 

A un passo dal termine di questo anno di laboratorio ragazzi, che vedrà il nostro ultimo appuntamento a fine giugno, penso già al progetto per il prossimo anno. Mi affaccerò alla Commedia dell'arte e sto pensando di mettere in scena Notre Dame de Paris. Anzi, è ormai certo. 
Questa fluttuante realtà fatta di ragazzi appassionati e argutamente ancorati alla magia del teatro tiene in vita la mia stessa passione. Mi si ringrazia spesso e con trasporto, ma sono io che a mia volta ringrazio chi rende possibile tutto ciò. Il mio lavoro trae ispirazione e forza dai ragazzi. 

Il teatro sui ragazzi esercita un grande potere. Ne sono inconsapevoli, eppure su di essi agisce una forza che li forgia nel carattere, li mette dinanzi a una sfida molto difficile: lo spettacolo dal vivo
Esibirsi dinanzi a un pubblico di quasi 200 spettatori, non sbagliare, essere all'altezza del proprio ruolo e costantemente responsabili di sé e del gruppo, è cosa realmente difficile. 
Non me ne vogliano i cultori della danza, ma qui non si tratta di una coreografia, per quanto complessa, qui si tratta della parola, con la sua forza evocativa, che tecnicamente deve essere impeccabile e attraverso la tecnica deve arrivare in certo modo a chi guarda. 

I ragazzi hanno in sé una forza che cerca modi espressivi per poter essere esercitata, andare a infrangersi lontano, come fa l'onda del mare che scarica la propria forza a riva. L'onda lunga è il percorso insieme, il suo infrangersi è lo spettacolo
La carica emotiva che li tiene insieme scatena adrenalina, dietro le quinte in quel brulicare di costumi, accessori, trucchi sparsi in disordine nei camerini (vi lascio immaginare quel disordine). Non intervengo fino alla fine, perché non può essere imposto un ordine impeccabile in quella energia che definisce se stessa anche attraverso il caos. Mi piace pensare al disordine dei camerini come al Caos principio e origine di tutte le cose, alla maniera dei greci. :-)  
Regolamentare un ordine preciso nei camerini non gioverebbe a questa carica emotiva. Adopero il principio del "fate, ma con moderazione". Il resto deve essere libertà, pur nel rispetto dell'altro. 

I ragazzi hanno il potere di riaprire ogni volta un simbolico cancello, quello che separa la realtà di ogni giorno da quel giardino incantato fatto di molti sentieri che intraprendono con slancio e istinto, ciascuno dei quali è una promessa diversa. Chi ama il teatro - farlo o vederlo - è un privilegiato, poiché "vede" quel giardino e vi trova la possibilità di un'esperienza ogni volta nuova. 

E ora, gambe in spalla, ancora tre giorni e si udrà lo scricchiolio di quel cancello. 

venerdì 26 aprile 2019

Come stuzzicare l'interesse di un editore oggi?

Cominciamo da dove eravamo rimasti. 
Erano i primi di novembre dello scorso anno e pubblicavo questo post, dopo aver riletto più volte e revisionato (oltre che limato e sfrondato e tagliato e livellato) il romanzo. Ne uscivo spossata, visceralmente dentro la storia al punto da sentirmi addosso un effetto straniante. 

Quando succede questo, la cosa migliore da fare è prendere le distanze. Mi ci sono voluti mesi per essere certa di averlo fatto. 
Ora, timidamente, mi riaccosto alla materia narrata, un capitolo alla volta e... ancora una volta sono portata a sfrondare, revisionare. Mi ritrovo al punto di partenza, insomma. Mai soddisfatta. 
Rileggendo, al momento mi sembra che questo romanzo si ponga troppo al di fuori di questa epoca. 

È un romanzo storico, il che ne attenua questo "difetto", ma la sua struttura non ne fa cogliere nell'immediato un aspetto che potrebbe rappresentarne la carta vincente: la lotta di una donna per l'autodeterminazione.
Quanto mi sono lasciata coinvolgere, e condizionare, dai romanzi ottocenteschi letti durante l'adolescenza? Tantissimo. Troppo, anzi.

venerdì 19 aprile 2019

Chiara è andata in Africa


Chiara Cecchini
      Fra le mie giovani attrici della Compagnia, c'è una fanciulla molto particolare, una diciannovenne che ha il fuoco dell'arte nelle vene, ma anche molto altro. 
       Chi ha visto Chiara in palcoscenico non può dimenticarla. Intensa, profonda, travolgente. Ha uno sguardo puro e bello, che le ho visto donare a Lily Anderson in Foglie d'erba, ad Anne Frank e nell'ultimo nostro lavoro in particolare alla Volpe. 
      Studentessa di Lingue all'università, Chiara oltre a essere un'ottima attrice e studentessa, fa parte da qualche tempo di un'organizzazione giovanile impegnata nel sociale. 
      Lo scorso ottobre non ha partecipato alle prove per Il Piccolo Principe per due settimane, perché Chiara era andata in Africa, a portare aiuto in una missione. 
      Una decisione e poi realizzazione a dir poco ammirevole, coraggiosa. 
      Le ho fatto un'intervista, perché questa sua esperienza possa essere conosciuta e fare da esempio per tutti noi.  
       
      
      Dove sei stata esattamente e per quanti giorni? 
      Sono stata in Sierra Leone, più precisamente nell’area di Makeni per 15 giorni.

Quando hai capito che avresti fatto questo viaggio?
Io sono cresciuta nella parrocchia di Ariccia dove Don Pietro, il padre della missione, ha contagiato tutti con la sua Africa. Questa parola quindi mi è stata sempre stata vicina, mi ha accompagnato per lungo tempo ed è sembrato un passo naturale, alla maggiore età, quello di partire. Quello che ho imparato però, è che non si è mai pronti per l’Africa, si arriva con mille idee, aspettative, già “plasmati” in qualche modo, per ritrovarsi poi di nuovo argilla nelle mani accoglienti dell’Africa. Credo, quindi, di aver capito veramente che stessi partendo solo una volta raggiunta Makeni. Quando tutto attorno a me sconvolgeva quello che avevo vissuto fino a quel momento della mia vita.

martedì 9 aprile 2019

Mattatoio n. 5 - Kurt Vonnegut

Incipit: È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di fare uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

È il primo libro che leggo di Vonnegut, un autore che mi prefiggevo di leggere da un po'. Mesi fa mi imbattei nell'annuncio di uno spettacolo teatrale tratto da questo libro e fui colpita anzitutto dal titolo. 
Mi informai sul suo contenuto e seppi che lo avrei letto perché unisce un tema tragico a una scrittura originale, ironica, provocatoria, punzecchiante. 
Per certi aspetti, assomiglia a Paul Beatty e al suo romanzo maggiore, Lo schiavista, che ho recensito qui. I fatti sono tragici, ma vengono narrati in maniera che definirei, banalmente, "leggera". 
Ma così è troppo riduttivo. 
Il libro, pubblicato nel 1969 (con una trasposizione cinematografica nel 1972), ha come suo nucleo il bombardamento angloamericano sulla città tedesca di Dresda, avvenuto nel febbraio 1945. In tre giorni di devastazione, tonnellate di bombe ridussero in macerie una delle città più affascinanti d'Europa, che era fino ad allora stata risparmiata dal fuoco della Seconda Guerra. 
Negli ultimi mesi di un conflitto che causò più di 50 milioni di vittime nel mondo, la distruzione di Dresda rientrò nel vasto piano di accerchiamento della Germania, e per certi aspetti fu la risposta alla devastazione causata dai tedeschi a Coventry nel 1940 (da cui il termine "coventrizzare", come è riportato nel libro di Storia che adopero in terza).

lunedì 1 aprile 2019

A libro aperto. Una vita è i suoi libri - Massimo Recalcati

Incipit: Da quando ho cominciato a leggere seriamente - dalla terza media in avanti - tutta la mia vita è trascorsa fra i libri. Alcuni si sono rivelati dei veri e propri incontri. È possibile che un libro diventi un incontro? Se l'incontro è qualcosa che modifica il corso di una vita, che la riorienta, se l'incontro è un evento che offre senso alla vita aprendola a una nuova immagine del mondo, allora un libro, indubbiamente, può essere un incontro. 

In questo inizio c'è tutto il senso di questo bellissimo saggio di Recalcati, che non delude mai nelle sue osservazioni sulla vita e il mondo. Ne avevo letto il saggio sulla scuola, che ho recensito qui.
Questa volta il noto psicoanalista si interroga sulla presenza dei libri nella vita di un lettore, giungendo alla conclusione espressa nel sottotitolo: Una vita è i suoi libri. 

Questa massima può valere per chi ha fatto dei libri un elemento fondamentale della propria vita, è innegabile, ma può valere anche per un lettore non "forte". 
Sì, perché in sostanza anche un solo libro può cambiarci la vita, modificare il corso della nostra comprensione di noi stessi. Siamo nel campo della psicoanalisi applicata, sia chiaro, quindi se a prima vista può sembrare una conclusione romantica e un po' edulcorata, leggendo questo saggio si può facilmente arrivare a crederci davvero. 

Ma come un libro può avere questo potere su di noi? 
La lettura di un libro è annoverabile nel campo dell'esperienza. Ci sono libri che non restano nella nostra memoria, altri che non riusciamo a dimenticare. Desideriamo rileggerli, anzi. Ritrovarli, e riscoprirli, a distanza di tempo. Sono quei libri che si sono inseriti non solo nella nostra esperienza sensibile ma nelle pieghe del nostro Io più profondo. Vediamo come. 

mercoledì 27 marzo 2019

Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

Lisa Bertinaria è il Piccolo Principe
È andata. Come si dice: l'abbiamo sfangata. È stato travolgente, efficace, bello. 
Da regista, sono sempre incerta prima di andare in scena. Mesi di prove, di una o due volte a settimana, a imbastire prima e poi a limare, smussare, correggere, fino a quando ti rendi conto a pochi giorni dal debutto che magari quella certa scena lì, quel momento, quel modo di dirla, sarebbe meglio cambiare, ecco.
Mi chiedo sempre cosa pensi lo spettatore quando vede uno dei miei lavori. E in generale, se immagina tutta la fatica che c'è dietro uno spettacolo.
Dalla mia esperienza, so che non tutti sono in grado di immaginare il lavoro di costruzione di uno spettacolo teatrale.

Nello specifico del mio teatro, a differenza di tanti anni fa, quando preparavo commedie brillanti americane e inglesi per fare ridere il pubblico e per divertirci noi da matti, bene, adesso, fare teatro "poetico" (qualcuno me ne chiese una definizione qui sul blog, perché se non si è mai visto questo tipo di spettacolo è difficile immaginare di cosa si tratti) equivale a concretizzare la sfida di suscitare nello spettatore una sorta di meraviglia, di partecipazione emotiva totale.
Come si fa?
Posso forse azzardare una metodologia, a scanso di modestia, e lanciarmi in una spiegazione. Quali sono le condizioni? Partiamo dal presupposto che tu sappia realmente occuparti di una regia, capace di avere una sorta di "visione" d'insieme, e che tu sappia dirigere degli attori non solo dicendo loro "dove devono stare" ma "come devono dirla". Bene, vediamo.

sabato 16 marzo 2019

Il Piccolo Principe - Antoine de Saint-Exupéry

Incipit: Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato "Storie vissute nella natura", vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell'atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C'era scritto: "I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede". 

Recensire questo piccolo grande libro e tutto ciò che vi è in esso contenuto non è per nulla semplice. 
Credo che un buon commento a questa storia tradotta in centinaia di lingue e distribuita in tutto il mondo, che ancora appassiona generazioni di adulti e bambini, dovrebbe correre sul duplice filo dell'aspetto squisitamente fiabesco e quello, apparentemente più nascosto, dei molteplici significati antropologici. 
Intanto, avevo raccontato già la storia del suo autore in questo post, se vi va di leggerla. 
Quante volte avrò letto Il Piccolo Principe? Credo una decina, sicuramente. Da quella primissima volta da ragazzina, prestatomi da qualcuno, anni dopo acquistato, fino alle estati torride in cui ti va di tornare su un piccolo libro, oppure sotto una coperta, d'inverno, nel desiderio di riaprire un vecchio caro racconto, edizione Bompiani del 1994. 
Strano, ma questo racconto annovera milioni di estimatori e altrettanti numeri grandi di detrattori. Mi è capitato di leggere commenti di lettori in gruppi sui social e constatare l'acredine di orde di odiatori seriali del protagonista, che lo ritengono insopportabile e petulante, e non capiscono come il povero aviatore possa dargli corda.

sabato 9 marzo 2019

Serie tv in costume, che passione!

Nell'ultimo decennio le produzioni televisive ad altissimo profilo sono diventate un must di registi di calibro e di interpreti di resa eccellente. Se il cinema continua a rappresentare il canale privilegiato del racconto per immagini, le serie tv non sono insomma da meno. 
Cito Cristina, che ne ha scritto qui

La televisione non offre granché. Sono una spettatrice Rai (non guardo MAI i canali Mediaset, i bottoni sul telecomando sono intonsi), dove trovo i magnifici documentari degli Angela, qualche trasmissione di approfondimento politico o riguardante l'economia o la società, pochissime le fiction che realmente suscitano il mio interesse. 
Grazie a Sky, invece, e occasionalmente in streaming, ho avuto modo di entrare nel meraviglioso mondo di serie tv di pregio, produzioni milionarie (una puntata di Trono di spade pare si aggiri sui 10 milioni di dollari) e altre più a basso profilo ma comunque ben dirette, con ottimi dialoghi e cast ottimi. Nel filone delle serie che amo di più... annovero quelle in costume d'epoca
Alcune di esse sono tratte da romanzi vittoriani, alcune sono a sfondo storico, ispirate a personaggi che hanno lasciato il segno, alcune sono di nuova generazione, ma riescono a non essere da meno rispetto ai grandi intrecci del romanzo classico. 
Eccovi le serie che ho visto (in ordine casuale):

domenica 3 marzo 2019

La bambinaia francese - Bianca Pitzorno

Parigi, Rue Saint Augustin
Casa dei Fréderic
30 maggio 1837
Madame, non dovete angosciarvi per la sorte di Adèle. È qui con me, al sicuro. Nessuno le ha fatto del male, e vi prometto che nessuno gliene farà, né domani né mai. Voi mi conoscete e sapete che, nonostante la mia giovane età, sono perfettamente in grado non solo di prendermi cura del nostro tesoro, ma anche di proteggerlo da ogni pericolo. 

Chi avrebbe immaginato di trovare uno di quei romanzi dai quali non ti stacchi fino a quando non hai voltato l'ultima pagina in questo libro prestatomi da un'alunna?
Glielo avevo consigliato io stessa lo scorso anno, sapendo che la Pitzorno è una garanzia e conoscendone la trama, suggerendo di leggere anche il romanzo, quello di altissimo pregio, che questo intricato racconto ha ispirato all'autrice. 
Sì, perché Bianca Pitzorno fa qualcosa di singolare: parte da Jane Eyre di Charlotte Brontë (il mio romanzo prediletto, letto e riletto - perdonate il bisticcio - di cui trovate un tentativo di recensione qui) e sviluppa un lungo e avventuroso racconto attorno alla bambina francese, Adèle, cui Jane Eyre fa da istitutrice nel celebre romanzo della Brontë.