Charlie Chaplin

Luci della città, 1931

Monk's House

La stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Miranda - The tempest

John William Waterhouse, 1916 (particolare)

I nottambuli

Edward Hopper, 1942

venerdì 13 luglio 2018

Per chi scrivere? (con una digressione su chi definire realmente "scrittore")

In queste lente giornate di luglio ho modo di tirare il fiato dopo il caotico anno vissuto (noi prof/teatranti non viviamo il classico anno solare ma l'anno scolastico/stagionale) e leggere leggere leggere. 
Sono alle prese con il bellissimo Augustus di John Williams, ma mi concedo "scappatelle" qua e là, una rilettura a qualche bel passaggio che ricordo di un determinato romanzo, o una sbirciatina a libri che aspettano. Uno di questi è Il mestiere dello scrittore, di Murakami Haruki. 
Non voglio sbirciare più di tanto, perché immagino sia un libro da gustare, ma prendo a prestito qui un bel capitolo del libro, dal quale rubacchio il titolo per questo post. 
È presto detto: secondo il nostro lo scrittore scrive per se stesso. La scrittura è un'emergenza, un bisogno, e vi si riversa la propria esperienza supportata dall'immaginazione.
Andiamo a noi "scrittori" virgolettato, secondo una bella definizione "scribacchini", forse addirittura preferibile "scriventi". Mi capita di leggere qua e là diversi nuovi autori. Mi arrivano molte email in cui mi si chiede di recensire un romanzo, per altro. Smetto dopo le prime quattro, cinque pagine. 
Perché? Andiamo per gradi. 
Gli scrittori, dopo aver consumato tonnellate di libri di letteratura (ebbene sì, per poter scrivere è necessario leggere i classici, formarsi sui classici), sviluppano poi uno stile proprio, originale, il prodotto e la sintesi fra conoscenza ed esperienza. Fra i contemporanei, oltre a Murakami, penso a Franzen, Foster Wallace, Roth, Auster, Williams. Il re della letteratura di consumo, King. Immensi, inarrivabili, autentici. Fra gli europei, penso a Pennac, Màrai, i nostri Baricco, De Luca, Murgia. Possono piacere o non piacere, ma nessuno può negare si tratti di scrittori. Possiamo non sentirli nelle nostre corde, detestarli perfino. Ma hanno quel quid che può fregiarli del titolo, ecco. 
Veniamo ai cosiddetti scrittori minori, oppure esordienti e autopubblicati. 

La tendenza è
1. di imitare lo stile di qualche scrittore celebre, magari semplicemente inventando una buona storia ma poi raccontandola esattamente con parole e scelte tipiche di un determinato noto autore;
2. scegliere un genere "mainstream", rassicurante, accomodante, che crea facile identificazione;
3. non conoscere la sintassi, inciampare in qualche errore ortografico, non sapere impaginare;
4. non avere la storia, ossia avere un buono stile ma non avere nulla di coinvolgente da raccontare.

Sia chiaro, non mi è ancora capitato nessuno che abbia tutte queste caratteristiche assieme. 
Inoltre, chiarisco che il punto 2. non è un "difetto" vero e proprio, solo questione di gusto personale. 
Il difetto vero e proprio salta fuori quando si è talmente sicuri di avere fatto tutto benissimo e di poter essere definiti "scrittori", da non aprirsi a nessuno stimolo per migliorare o modificare quello che non va. Manca una certa consapevolezza. 

Proseguendo nel mio lavoro di editing del romanzo che scrissi diversi anni fa - supportata da chi ne capisce più di me - mi interrogo sul target di questo lungo romanzo. 
Per chi lo scrissi?
Credevo di poter arrivare a un pubblico sia maschile che femminile, invece tutti coloro che lo lessero sono donne. È uno dei grandi limiti di questo romanzo. 
Ciò mi ha portato ad alcune certezze:
- so già che il pubblico di lettori sarà prevalentemente, se non esclusivamente, femminile; 
- so già che la struttura del romanzo ha un difetto di prolissità nelle descrizioni, da qui i numerosi tagli; 
- so già che non è un romanzo d'avanguardia e che non mi permetterebbe di competere con nessuno;
- so già che ho ancora moltissimo da imparare;
- so già che non posso assolutamente definirmi una "scrittrice", semmai una dilettante. 
Perché lo scrissi?
Perché volevo raccontare una storia di denuncia dei soprusi subiti dai nativi americani e di emarginazione femminile, il tutto all'interno di un'epopea che abbiamo imparato ad amare attraverso i grandi film ambientati nel West. Suscitare nel lettore una riflessione, non una mera distrazione. 
Qualche tempo dopo, iniziai una storia ambientata in Toscana ai tempi del fascismo, mai conclusa.

Come il teatro, non può a mio avviso esservi scrittura che non abbia un fine preciso
Scrivere un romanzo di denuncia sociale, per esempio. Oppure un romanzo di genere che ne rispetti fedelmente e autenticamente le caratteristiche. O semplicemente scrivere qualcosa di buono, che induca il lettore a leggere fino all'ultima pagina senza trovarsi dinanzi agli errori già elencati. 
Su tutto, deve essere sacrosanto leggere. Quintali di libri di vera letteratura, attraversare idealmente l'esperienza altrui, dei grandi, così come dei minori che hanno avuto il merito di rispettare la scrittura.
Questo post è diventato più che altro un "perché scrivere", ma va bene così.

E voi, siete lettori particolarmente attenti ed esigenti? 
Perché scrivete? 

domenica 8 luglio 2018

Tina - Pino Cacucci

Incipit: È la notte del 10 gennaio 1929. Mancano pochi minuti alle ventidue. Il cuore della capitale messicana è deserto. Sull'immenso viale del Passo de la Reforma sfilano silenziose le rare auto. Qualche passante infreddolito, un ultimo ubriaco che impreca verso una cantina chiusa. 
Un gruppo di cani randagi attraversa la Calle Abraham Gonzàles, indugiando per la luce che filtra dalla bottega del fornaio. Frugano in un cumulo di immondizia all'incrocio con Morelos. Il capobranco si irrigidisce. Annusa il vento secco, gelido. Scruta verso il fondo della via, vede tre figure che avanzano nell'oscurità.

Pino Cacucci, del quale avevo letto Viva la vida dedicato a Frida Kahlo, si conferma un fine narratore appassionato. 
Ama e conosce il Messico fin nei dettagli della sua storia, ciò lo ha portato a diverse pubblicazioni su questo controverso paese, una delle quali è la biografia di Tina Modotti, una pasionaria della vita e della politica. 
Mi ero imbattuta in questo personaggio ai tempi del mio spettacolo su Frida Kahlo, quando, ripercorrendo gli incontri importanti della celebre artista, avevo idealmente conosciuto questa italiana, nota perlopiù per essere stata fra i grandi fotografi dei fervidi anni Venti. Di fatto, Frida e Tina si conoscono nel periodo in cui Città del Messico ferve di vita culturale, accoglie intellettuali e artisti oltre confine, si determina nei circoli raccolti attorno ai salotti e nelle sere di canzoni e bevute. Saranno amiche ma la loro vicinanza è di breve durata, divise da modi diversi di intendere la rivoluzione comunista. 
La celebre foto di Frida Kahlo e Chavela Vargas scattata da Tina Modotti.
Tina Modotti è stata una donna unica nel suo genere. Di notevole intelligenza, è stata fotografa riconosciuta ed esposta in gallerie fra America ed Europa, prima di ciò attrice in teatro e al cinema - recita in The tiger's coat - traduttrice, conoscendo perfettamente diverse lingue, e soprattutto attivista politica, divisa tra Italia, Messico, Stati Uniti, Francia, Spagna, Unione Sovietica.  
Fece parte delle migliaia di italiani trasferitisi negli Stati Uniti fra Ottocento e Novecento. Da San Francisco, dove si trasferì con la famiglia friulana, fu un crescendo verso una vita che ha tracciato un solco profondo nel comunismo del Novecento. 
Il libro di Cacucci fa emergere una donna animata non solo da grande intelligenza ma anche da istinto, passione, coraggio. Se Tina ama, lo fa appassionatamente, basti citare il grande amore/amico Edward Weston, uno dei più celebri fotografi della scena americana di inizio secolo del quale fu compagna, allieva e modella. Weston perde letteralmente la testa per lei, abbandona la famiglia per seguirla in Messico, dove entrambi si misurano con la debordante vitalità del luogo. Tina diventa una straordinaria testimone di ciò tutto ciò che è racchiuso nel termine "messicanità".
La vita con Weston è esaltante. Celeberrimo il nudo di Tina realizzato da Weston, un cultore della bellezza, della sinuosità delle forme. Tina trova in lui la fonte di ispirazione per approfondire l'uso della macchina fotografica e realizzerà in quegli anni a sua volta fra le più importanti foto della sua carriera. 
Mani di operai strette sui badili, consumate dalla polvere e dal sudore, mani di burattinai percorse da vene gonfie di fatica, mani di india che lavano miseri vestiti sulla pietra, scurite dal sole. Le mani, per Tina, sono l'origine del mondo, creano ogni cosa, trasmettono alla materia lo spirito che emana dal cuore. (pag. 51) 
"Mani sul badile", 1926
Se Tina Modotti si fosse limitata al suo talento di fotografa, sarebbe rimasta sullo sfondo, inghiottita da nomi di artisti di fama mondiale. Basti pensare alla fotografa tedesca Gerda Taro, la semisconosciuta compagna di Robert Capa (Tina conobbe entrambi in Spagna), che non fu mai celebre come il suo compagno di vita. 
Il destino di Tina è un altro, e la fotografia diventa progressivamente un'attività collaterale ai tantissimi che la vedono interessata ai problemi sociali e impegnata nella propaganda politica. In tempi in cui il comunismo rappresenta un'epoca fondamentale per il Messico, Tina si immerge totalmente nella vita politica della capitale, entra in contatto con ambienti di attivisti, dà il suo contributo nell'organizzazione del controspionaggio. La sua storia con Weston finisce perché si esaurisce in sé, perché è finito il periodo spensierato di immersione nell'arte. 
Da quel momento, Tina si lega a un altro personaggio importante: Vittorio Vidali, uno dei celebri nomi dell'attivismo comunista sviluppatosi in reazione al fascismo, che in quegli anni emergeva inesorabilmente. Saranno fra i difensori di Sacco e Vanzetti, che Vidali poi liquiderà come "reazionari inutili" perché hanno messo in pericolo la causa esponendosi troppo. 
Tina e Vittorio avranno un rapporto controverso, sofferto. Tina si allontanerà dall'estremismo di lui, scegliendo di credere strenuamente in un attivismo che non tradisca i principi fondamentali dell'antimperialismo e del socialismo: la giustizia, la libertà. 

"Donna con bandiera", 1928
Instaura così un legame profondo con il cubano Julio Antonio Mella, un altro nome fondamentale della lotta al fascismo. Mella è ricordato tuttora fra i grandi eroi della rivoluzione comunista, accanto a nomi come Guevara e Gramsci. Da movimenti studenteschi universitari fino all'organizzazione del Soccorso Rosso, l'ente che raccoglieva il nerbo dell'attivismo comunista, aveva dedicato la sua vita alla causa degli oppressi. Fra i tre dell'incipit del libro ci sono Tina e Mella, che di lì a poco verrà colpito a morte da un sicario inviato da Machado, il "Mussolini tropicale" come lo aveva definito Mella stesso, in accordo con lo stesso duce italiano. 
La morte di Julio Antonio Mella è il primo grande dolore inferto alla vita di Tina, che da quel momento non sarà più la stessa. Espulsa dal Messico nel momento in cui le organizzazioni comuniste sono dichiarate fuori legge, sarà in Germania, Unione Sovietica e Spagna. 
Tina è destinata a sentirsi fortemente delusa da comunismo sovietico, allorquando dedurrà che lo stalinismo è una didattura al pari del nazifascismo, sentendosi tradita da quel Patto Molotov-Ribentropp col quale Stalin e Hitler si alleano e soprattutto dai modi brutali dello stalinismo, che non esita a liberarsi dei propri nemici politici condannandoli ai gulag o alla morte, come accade a Trotzkji, il grande nemico ideologico di Stalin, ucciso a Città del Messico. 

"Autoritratto", 1931
Ma ciò accade dopo una fondamentale parentesi di Tina nella Spagna del movimento antifranchista, in cui per tre anni, e a fase alterne ancora al fianco di Vidali, combatterà le forze fasciste nel periodo fra i più tragici e sanguinosi della storia spagnola. 
Pienamente immersa in questa lotta, chiederà di essere trasferita in Italia, la sua terra d'origine, per combattere da vicino il nemico di una vita, ma il permesso le viene negato. Sono gli anni in cui l'Italia diventa una potenza dell'Asse e sta per entrare in guerra, l'organizzazione non ritiene di "sprecare" un elemento come lei in una situazione così estrema. 
I suoi ultimi anni sono per il Messico, la sua espulsione viene revocata. È un periodo breve, nel quale Tina è stanca, amareggiata dagli eventi, insoddisfatta. Vive di traduzioni, frequenta poche persone. Muore improvvisamente, in un taxi trovato sul ciglio della strada, dopo una festa durante la quale si era sentita male. Si dirà che si sia trattato di infarto, molti crederanno nella teoria dell'attentato, addirittura ordito dallo stesso Vidali. 
Tina Modotti, donna straordinaria, un'italiana destinata a una vita memorabile, è sepolta nella capitale messicana, sotto una lapide su cui sono incise le parole di un grandissimo Pablo Neruda.

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:

forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.
La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici
Non dormirai invano, sorella.
Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.
Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai tranquilla.
Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?
Non odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.
Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.
Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.
Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.
Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché non muore il fuoco.

Due immagini tratte dal repertorio del mio spettacolo "Frida de mi alma".

Io nel ruolo di Frida Kahlo
In primo piano Tina Modotti (Michela Barone)
durante lo shooting di Mario Fermante - ottobre 2015

martedì 3 luglio 2018

Viaggio multimodale dentro me stessa.

Tornare a riprendere il filo del discorso dopo settimane di assenza dal blog non è semplice. 
La scrittura esige continuità e capita di essere come storditi nel pensare a un nuovo post, ragion per cui rispondo all'invito di costruire un post come quello di Marco Lazzara, tentando di fare un percorso simil-psicoanalitico per immagini.
L'idea è piacevole, in particolare per chi fa dell'espressione artistica una delle componenti del proprio comunicare. 
E poi semplicemente perché amo l'arte, la letteratura, il cinema e la musica e raccontarsi attraverso un esempio è intrigante.  Fuori dal mio elenco, questo dipinto di Magritte, che esprime il senso del discorso e contiene un elemento per me fondamentale: il sipario e il doppio. Usciamo però dall'ambito strettamente teatrale e avventuriamoci in altre lande.

Arte (ritratto semiserio)
In questo periodo mi vedo benissimo in questo sguardo: Il disperato, l'autoritratto di Gustave Courbet. Lo so, è spiazzante, avrei voluto scegliere un bel dipinto di Hopper ma per quanto lo adori c'è troppo sole diretto, e io indosso sempre cappelli al sole; oppure avrei potuto optare per La libertà che guida il popolo se mi penso coi miei ragazzi, oppure per La Grande Jatte, se penso a dove vorrei trovarmi in questo momento. Ma niente, mi tornava in mente lo sguardo atterrito di Courbet.
Dal settembre dello scorso anno è stato tutto un precipitare da un impegno all'altro. Il lavoro a scuola si è moltiplicato (lezioni, più riunioni dipartimentali, ricevimento genitori, progetti, camposcuola), il teatro è andato dalla fondazione dell'associazione e ricerca spasmodica di una sede al trasbordo di Foglie d'erba a Ischia (riprovando il tutto con una nuova piccola attrice) con tanto di organizzazione di tutto il caravanserraglio, alle prove serratissime di Finding Anne Frank e nove recite in quattro teatri diversi in poche settimane, alla messa in scena di Peter Pan. Ah, aggiungiamo a tutto questo l'acquisto della casa, con tanto di scelta di prestito, rogito, accordi su accordi svolti con la massima attenzione per non sbagliare nulla, cui è seguito e continua tuttora l'organizzazione per la ristrutturazione di una buona parte dell'abitazione. 
Un anno "campale", intenso, stressante, puntellato di nervosismi, momenti di gloria e lacrime di sollievo. Uno di quegli anni che quando finiscono ti riprometti di non rifare mai più, perché si devono dosare le forze, perché così non è sempre bello. Perché bisogna staccare la spina, dividere meglio gli impegni, tornare a oziare sul divano o potersi leggere un bel libro anche durante l'anno (ho letto pochissimo, come mai era accaduto, ne sono prova le scarse recensioni del blog da settembre in qua).

Letteratura
Indubbiamente il libro che meglio mi rappresenta è Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf
Non solo è stato il libro attraverso il quale questa meravigliosa scrittrice mi si è rivelata, ma rappresenta un manifesto "femminista" ante litteram per eccellenza. 
Leggendo le biografie della Woolf e di Jane Austen - ritenuta dalla Woolf stessa un altissimo esempio di emancipazione femminile - dovendomi immaginare ragazza e poi donna delle epoche in cui sono vissute entrambe (pur separate da un secolo), ebbene, voglio poter pensare che sarei stata simile nel modo di reagire alle convenzioni. 
Ingabbiate in un sistema in cui alla donna era preclusa ogni possibilità di realizzazione personale al di fuori del cliché matrimonio-figli, entrambe hanno tentato la strada dell'emancipazione, sfuggendo ai canoni imposti da società ed economia, creandosi un proprio universo intellettuale del quale la "stanza" è un simbolo efficacissimo. 
Delle due, ed è la Woolf stessa ad ammetterlo, Jane Austen ha dovuto affrontare l'epoca più difficile. Sceglie di non sposarsi, di vivere dei propri romanzi. Virginia invece sposa Leonard Woolf, sente il bisogno di un "focolare", è gregaria, la solitudine è qualcosa nella quale non può neppure immaginarsi, pur scegliendo poi la via del suicidio, e pertanto una via solitaria e tutta personale di chiudere

Cinema
Se devo scegliere un film che mi rappresenti, non posso che optare per Neverland, che consiglio vivamente. 
Ben diretto, ottimo cast, indimenticabile colonna sonora, non è annoverabile fra i capolavori, eppure non è passato inosservato a chi ama le storie che raccontano di autori arrivati all'idea perfetta. 
Si tratta della vita romanzata di Matthew Barrie, autore di Peter Pan, che trovandosi a corto di idee, lui che scrive per il teatro e ha alle calcagna impresari e produttori, si imbatte nella famiglia di una vedova con quattro figli, di cui uno, Peter, attira la sua attenzione di inventore di storie. 
Matthew è un sognatore, ha inventiva, rifiuta le convenzioni, si sente soffocare in un matrimonio privo di slanci e dialogo, e trova in questa amicizia la fonte di nuove ispirazioni. 
Mentre i ragazzi scivolano verso la grave malattia della madre, il protagonista trova la sua storia, che debutta con grande successo in teatro. L'Isola che non c'è diventa il luogo simbolico in cui la madre ormai scomparsa può essere trovata ogni volta che il piccolo Peter vorrà cercarla. Se ne avete voglia, guardate la scena della panchina, con un piccolo Freddie Highmore perfetto. 



Musica
Non può esservi autore che meglio mi rappresenta se non Francesco Guccini, in particolare quello dei ritratti ai grandi della letteratura. 
C'è anche il Guccini che canta alcune città italiane, a proposito.
La canzone d'autore italiana è straordinaria quando coniuga un tema inflazionato come l'amore alla passione per la letteratura, quando l'autore ne ha una conoscenza profonda, riuscendo a cogliere i dettagli di un personaggio e farne... poesia. 
Posto qui l'immagine di un disco che uscì nel 2004 ma non contiene tutti i ritratti realizzati da questo grandissimo. 
Su tutti, "Odysseus", il suo Ulisse avente per sottotitolo "con ringraziamenti e scuse a Omero, Dante, Foscolo, Kavafis, Izzo, Prandi". Se ascolto Signora Bovary, Cyrano, Ulisse, mi prende uno smarrimento. Mi perdo letteralmente nelle parole, nella musica, nella poeticità dell'insieme. Eh sì che provenivo dal migliore Claudio Baglioni, quello de La vita è adesso. Quando scoprii Guccini, il resto scomparve. Pura poesia, null'altro. 

Bisogna che lo affermi fortemente
che, certo, non appartenevo al mare

anche se Dei d'Olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare
e se guardavo l'isola petrosa
ulivi e armenti sopra a ogni collina
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa
c'era l'anima mia che è contadina;
un'isola d'aratro e di frumento
senza le vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.


Ma se tu guardi un monte che hai di faccia

senti che ti sospinge a un altro monte,
un'isola col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concave navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
e il mare trascurato mi travolse:
seppi che il mio futuro era nel mare
con un dubbio però che non si sciolse
senza futuro era il mio navigare


Ma nel futuro trame di passato

si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l'acqua e il gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo


E andare in giorni bianchi come arsura,

soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa è un segno che ti volge
diritta verso il Nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.


E andare verso isole incantate,

verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragati;
per mesi, anni, o soltanto settimane?
La memoria confonde e dà l'oblio,
chi era Nausicaa, e dove le sirene?
Circe e Calypso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme.
Mi sfuggono il timone, vela, remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l'urlo dell'accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.


E fuggendo si muore e la mia morte

sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace.
forse perché sono rimasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l'umano.


La vita del mare segna false rotte,

ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti
sconosciuti prima.



Fine del viaggio. Unitevi alla ciurma, è divertente. 

venerdì 22 giugno 2018

Mettere Peter Pan in scena è un'impresa titanica.

Fine di un anno di teatro, cominciato dal settembre scorso con la fondazione della mia associazione Carpe diem. Teatro e altre arti e culminato con un successo per certi aspetti inatteso: la messa in scena di Peter Pan
Non avevo dubbi che lo spettacolo del laboratorio ragazzi sarebbe stato questo, per quella serie di positive convergenze che al momento ho a disposizione, prima fra tutte l'attore giusto per interpretare il protagonista, Francesco Gheghi, conosciuto anche per aver preso parte al cast dell'ultimo film con Marco Giallini ed Elio Germano, Io sono tempesta (qui).
Francesco è un camaleonte, un "animale da palcoscenico", ha il sacro fuoco della recitazione nelle vene. Ci adoriamo reciprocamente e lo dimostriamo palesemente, ci abbracciamo, ci scontriamo, ci confrontiamo. 
Lui ha 16 anni, è un giovane virgulto, un diamante grezzo, ha un carattere solare e vulcanico. Ha il senso della battuta, è anche un comico nato. Gioca con le parole, imita bonariamente sua madre newyorkese, si destreggia fra provini, cinema, partecipazione a programmi televisivi (è stato il bravissimo Gigi nella fiction "Il ragazzo venuto dal futuro" nel programma tv Stasera casa Mika).
Bene, il Peter Pan perfetto porta automaticamente ad affrontare questa corazzata, che si è dimostrata tale in corso d'opera. L'ultimo mese ci ha portati a tre prove settimanali, una maratona in cui famiglie e allievi si sono destreggiati fra impegni e ultime interrogazioni a scuola, non ultimo l'esame di stato di due del gruppo. 
Se lo spettatore coglie il percorso dalla cura dei dettagli da quando il sipario si apre, non sa il travaglio che c'è dietro a uno spettacolo teatrale. È giusto così, molta parte della macchina teatrale deve restare occulta, misteriosa, inafferrabile. 

Francesco Gheghi e Marco Giallini nel film "Io sono tempesta", prodotto da
Rai Cinema, uscito nelle sale lo scorso aprile. 
La messa in scena di Peter Pan è difficile perché è un lavoro corale, che se vuoi rendere bene, devi coordinare da regista passo a passo, come se ci fosse dinanzi una coreografia. 
Da maestro di laboratorio, ci si trasforma in regista tiranno, perché loro sanno che mi trasformo, urlo e impreco. Vecchi e nuovi allievi si prestano al gioco. Sanno di trovarsi dinanzi a qualcuno molto esigente, che non sta lì ad applaudire a ogni parola, anzi. 


Non ho mai creduto a una pratica del teatro in cui ci si debba porre da indulgenti e bonari nei riguardi dei ragazzi. Se nella fase laboratoriale lavori bene, sai dove possa arrivare ciascuno di loro, per questo li spingi sempre avanti senza accontentarti. In una prima fase sono spiazzati, poi da intelligenti e appassionati quali sono, capiscono il meccanismo e avanzano passo a passo assieme a te, incassando il colpo, affidandosi totalmente, spingendosi oltre un presunto limite assieme a te. 


Se Peter Pan è stato lo spettacolo spiazzante che è stato, è perché c'è solo un modo per produrre un ottimo spettacolo. Che non deve essere un "saggio di fine anno" ma uno spettacolo teatrale. 
Peter Pan è il bilancio di un anno fra laboratorio e ultimi mesi di prove, in cui divento consapevole che il laboratorio ragazzi è il nerbo del mio fare teatro. Educare i ragazzi alla pratica teatrale, farlo a determinati livelli ("la tua asticella si sposta sempre più in alto, siete sconvolgenti"), è una sfida assolutamente difficile e allo stesso tempo travolgente. Una missione. 



Tutto ciò non sarebbe possibile senza una sinergia di più elementi: i ragazzi, che offrono spunti e sono il "carburante" per le mie energie, le famiglie, che sostengono strenuamente ogni nostro passo, le figure di supporto, che incoraggiano e rendono possibile il tutto assieme ai due elementi precedenti.
Dopo il successo di Finding Anne Frank, questo nostro Peter Pan è il culmine di un anno estenuante e ricco di esperienze.

Ringrazio chi c'è stato e c'è anche in senso molto lato, chi resta, consolida, dà una mano, perché da
questi momenti si comprende chi ti è accanto veramente, e in ciò ho fatto belle scoperte, che gettano nuove basi per il futuro. 
La squadra che si sta concretizzando è una grande squadra di meravigliosi esseri umani, che ti invitano a pensare nuovi progetti, perché il teatro chiama

Le fotografie sono del mio amico Alessandro Borgogno.

“Tutti i bambini crescono, meno uno. Sanno subito che crescono, e Wendy lo seppe così. Un giorno, quando aveva tre anni, e stava giocando in giardino, colse un fiore e corse da sua madre. 
Doveva avere un aspetto delizioso, perché la signora Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò, -Oh, perché non puoi rimanere sempre così!- Questo fu quanto passò fra di loro circa l’argomento, ma da allora Wendy seppe che avrebbe dovuto crescere. Tu sai questo quando hai due anni. Due anni sono l’inizio della fine.”

domenica 20 maggio 2018

Si fa presto a dire "leggi!"

Ultimamente la mia tenacia riguardo al progetto di far leggere un libro al mese nelle mie due classi ha perso qualche colpo. 
Sono un tipo umorale, forse è un retaggio del creativo che c'è in me, non dovrei cedere a questa tentazione, da prof, ma è così.
Il mio umore è cambiato al momento di raccogliere i frutti di questo progetto, quando i ragazzuoli mi hanno presentato delle relazioni sulle letture fatte. 

Minimal, poca argomentazione, insomma deludenti. 
Anche lo stimolo del riportare una citazione dal libro letto non ha dato i frutti sperati. Qualcosa deve cambiare. Siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi ogni correzione di tiro andrà pensata per il prossimo anno o tutt'al più per qualche giudizioso che in estate leggerà almeno un paio di libri. 
I ragazzi vedono imporsi questa cosa come prettamente "scolastica". Insomma, leggo perché rientra fra i compiti che mi ha dato la prof. Ma se leggo solo perché è un compito specifico, come faccio a percepire la lettura come qualcosa di piacevole, come faccio a diventare un lettore?
Mi autocito, ribadendo quello che ho scritto qui
Io, bambino o ragazzino, ho bisogno di modelli di riferimento anzitutto in casa mia. 
Ma è sempre vero? Io ho amato leggere fin da sempre, mia madre però non era una lettrice, tantomeno mio padre. Il mio desiderio è stato innato. A cinque anni conoscevo le regole basilari dello scrivere. Leggere e scrivere sono diventati il mio pane quotidiano fin da piccolissima. 
Vero è però che a quei tempi, benedetti tempi andati, non c'erano stimoli pericolosi come tablet e smartphone. Al massimo potevamo distrarci davanti alla tv dei ragazzi rigorosamente dopo i compiti. Noi siamo stati per così dire "baciati dalla fortuna" quanto a ciò.
Inculcare il vizio di leggere nei nativi digitali pare impresa utopistica. 
E, di fatto, come si fa? Mi rendo sempre più conto che lavorare in classe deve diventare la parte fondamentale del loro apprendimento. Chi lo sa che combinano nel pomeriggio? Se spengono il cellulare, se si fermano alla scrivania almeno un'ora di fila, ecc.?
Dare molti, troppi compiti è un errore. I compiti a casa sono sempre più vissuti come una costrizione, perché troppe sono le materie da studiare e ripassare. Le ultime prove di grammatica per diversi di loro smentiscono che si siano realmente impegnati nell'esercitarsi a casa sulle regole dell'analisi logica e del periodo. Assegnare più di quattro o cinque esercizi non porta a nulla. 
Leggere dei libri è fondamentale e forse è la chiave di tutto. 
Leggere migliora le singole persone. Leggere – ce lo dicono molte ricerche – stimola il cervello e alimenta il sistema cognitivo. E ancora: leggere narrativa accresce la tolleranza e l’empatia migliorando la metacognizione, cioè la capacità di interpretare e capire quel che pensano, sentono e credono gli altri.
Leggere migliora la comprensione della parole e la capacità di usarle, e quindi la capacità di comunicare e di farsi capire: una delle competenze trasversali più importanti, strategica anche in termini di occupazione in questi tempi ipertecnologici.
E leggere è una forma di apprendimento permanente.
Così scrive la brava Annamaria Testa. 
C'è però un piccolo particolare: leggere è faticoso. Non siamo nati predisposti a leggere in maniera automatica, come respirare e muoverci. Leggere è esattamente come imparare uno strumento musicale. Lo si deve fare da piccoli e con molto esercizio. 
L'apprendimento dovrebbe essere serrato nei riguardi della lettura fin dalla più tenera età. Fin da quegli anni in cui il nostro cervello acquisisce delle competenze velocemente e bene. Quanti alunni nel triennio delle medie sono in grado di leggere velocemente e comprendere quello che c'è scritto?
Vi garantisco, sono pochi. La maggior parte ha bisogno di soffermarsi su una pagina a lungo, e badate, senza stimoli high tech a un passo
Molti di loro hanno perso la preziosa occasione di apprendere una lettura veloce ed efficace e fanno una gran fatica per venirne a capo. Ergo, non si può richiedere a tutti la stessa prestazione
Come si fa a esigere che leggano un libro al mese, comprendendone ogni passaggio, in mezzo a compiti, ore passate a scuola, attività pomeridiane? Potranno realmente farlo solo i velocissimi nella lettura - svegli e anche appassionati a un determinato autore - e di fatto sono al massimo due o tre per classe. Non c'è altro modo per portarli ai libri se non quello di imporglieli, con tanto di scadenza, che se manca davvero non si ottiene nulla. 
Uno scenario apocalittico, come mi piace ripetere scherzosamente in classe, battuta alla quale i miei discepoli sono abituati e autorizzati a riderci su. 
Bisogna, letteralmente, aiutare una passione a nascere, facendo leva sul desiderio, sulla curiosità, sull’immaginazione, sull’emulazione, sulle emozioni, sulla gratificazione personale e sull’orgoglio, scrive la brava Testa. 
Dovrò quindi portare materialmente fra le pareti delle aule i personaggi viventi fra le pagine dei libri. 
Questo non può che essere un atto simbolico, perché difficile da realizzare. Si dovrebbero moltiplicare le visite alle biblioteche civiche, portare i ragazzi a incontri con l'autore, fare magari confronti fra libro e film. 
Ecco, provare un nuovo approccio che prediliga l'esperienza in classe piuttosto che a casa. 
Speriamo di averne il tempo, fra programmi e tonnellate di burocrazia. 

Quando è nata in voi la scintilla, quella primissima sensazione di essere diventati lettori? Qual è stato il libro che vi ha reso tali? 

lunedì 14 maggio 2018

Blog tour "Come un dio immortale" - Lyra



Partecipo volentieri al Blog tour sull'ultimo avvincente romanzo di Maria Teresa Steri: Come un dio immortale, che ho recensito qui
Nell'istante in cui ho deciso di partecipare, sapevo già che il mio tema preferito sarebbe stato la sua protagonista femminile: Lyra. La rossa, affascinante, misteriosa Lyra mi ha colpito fin dalla sua prima descrizione, quando Flavio, risvegliandosi dopo essere stato aggredito, sente il battito del cuore fermarsi alla vista di un paio di occhi cristallini di un azzurro screziato di grigio che lo fissavano spalancati. Appartenevano a una giovane donna dalla pelle bianco latte, le guance appena velate di rosa e spruzzate di lentiggini. 
Lyra è il perno attorno al quale la vicenda si dipana, è l'anello di congiunzione fra il mondo di Flavio e quello incorporeo, il mistero incarnato, in un misto di fragilità e di forza che continua a farmi ritenere questo personaggio assolutamente adatto alla scrittura di un prequel sulle sue vicende. 
Ora la parola a Maria Teresa, che ci offre un'analisi molto accurata di questo personaggio. 

Durante la stesura di questo romanzo, mi sono resa conto molto presto che Lyra sarebbe diventata un personaggio chiave per la storia. Ma altrettanto in fretta ho capito che non potevo farne una protagonista vera e propria. I motivi sono due. Prima di tutto perché, per conservare la giusta suspense, nell’intreccio dovevano restare nell’ombra alcuni eventi a lei collegati. E in secondo luogo perché il personaggio stesso richiedeva una buona dose di mistero. Si tratta infatti di una figura piuttosto complessa, con una storia particolare alle spalle e una psicologia troppo inusuale per presentare gli eventi dalla sua prospettiva. La conferma l’ho avuta in seguito, quando ho iniziato a scrivere l’unico capitolo che usa il punto di vista di Lyra.

La padrona di casa di questo blog, nella sua bellissima e accurata analisi fatta qualche tempo fa sul romanzo, ha colto nel segno dicendo che c’era molto su Lyra che restava da scoprire e che forse meritava un prequel tutto suo, destinato a far conoscere in modo più dettagliato alcuni momenti del passato. Proprio dall’idea che ci sia ancora molto da raccontare su Lyra nasce questo posto di approfondimento.
Per chi non conosce la storia, saranno necessari un breve riassunto e qualche piccola anticipazione (ma non grossi spoiler, tranquilli).

La storia di Lyra

Gli eventi di “Come un dio immortale” hanno inizio nel prologo con la scomparsa di una bambina di sei anni, Lyra Campus. Il padre della bambina accusa di rapimento uno scrittore di esoterismo, Masterwen. Più avanti si scoprirà che Masterwen, con la complicità della madre di Lyra, ha portato la piccola in un luogo isolato tra le montagne, Valdiluna.
Dietro questo rapimento però non ci sono ragioni criminali. Lyra è infatti chiamata a diventare la prima componente di un gruppo di persone impegnate in uno sviluppo interiore e spirituale.

Lyra stessa afferma che Masterwen...
Intendeva fare di me una persona con capacità particolari.

Lyra quindi cresce in modo atipico. Masterwen conduce con lei una sorta di esperimento: scoprire se isolandola dagli influssi del mondo comune e dal materialismo, è possibile preservare le facoltà percettive che hanno tutti i bambini. Era convinto che Lyra Campus fosse il soggetto ideale, principalmente per il suo background, in quanto vissuta in un ambiente familiare non contaminato dalle consuetudini sociali, con una madre ossessionata dall’occulto e terrorizzata dal mondo esterno. Inoltre, Lyra si rivela adatta soprattutto per il suo talento, in quanto dotata di una sensibilità particolare.

L’intento di Tommaso riesce. Lyra sviluppa rapidamente delle facoltà paranormali e apprende conoscenze tali da fare di lei una guaritrice.
Non mancano però gli effetti collaterali, perché il suo equilibrio psicologico rimane in parte compromesso. Essere rimasta da sola per tanto tempo farà di lei una ragazza ingenua, incapace di capire a pieno le persone. La mancanza di esperienze e di socializzazione, la rendono vulnerabile e sprovveduta nelle relazioni umane.

A proposito della sua infanzia Lyra racconta di avere vissuto da sola con Masterwen a Valdiluna in condizioni spartane, misere.

     «Sentivo la mancanza della mia famiglia, la notte avevo paura e piangevo spesso».

Il suo rapitore però si rivela premuroso e protettivo nei suoi confronti, tanto da generare una sorta di rapporto paterno. In un colloquio con Flavio, il protagonista del romanzo, Lyra spiega che Masterwen...

 «...insisteva perché facessi cose che non capivo».
«Di che genere?», chiese, teso.
«Esercizi per allenare l’attenzione. Mi ha anche insegnato a leggere e scrivere, mi ha fatto studiare un mucchio di libri. Non sono mai andata a scuola come gli altri bambini, ma ho imparato molto da lui».
«Non hai mai provato a scappare?».
«No, col tempo ho imparato ad amare quel luogo».

Con il tempo dunque Lyra sviluppa dei sentimenti di attaccamento a Valdiluna e per l’uomo che l’ha condotta lì.

Tuttavia, a diciotto anni resta sola. Masterwen infatti decide che è arrivato il momento per il progetto di concretizzarsi: mettere insieme un piccolo gruppo di persone che possano svilupparsi interiormente.
E così, per un lungo periodo di tempo, Lyra resta a Valdiluna completamente isolata. Sono anni difficili, ma il peggio deve ancora arrivare. Le cose si complicano infatti quando gli altri membri del gruppo cominciano a “invadere” il suo territorio.

«Ero una bambina solitaria, taciturna. E da un momento all’altro mi ritrovai a convivere con degli sconosciuti. Ci furono delle tensioni, non facevo che litigare...».

L’adolescenza di Lyra

Come dicevo all’inizio, la storia di Lyra contiene molte ombre. In particolare, ci si potrebbe chiedere come siano stati per lei gli anni dell’adolescenza, condotti in una situazione così particolare di isolamento sociale.

Se dovessi scrivere la sua storia in modo più approfondito, partirei dal rapporto con Masterwen, una complicata relazione che di fatto è rimasta conflittuale anche in seguito. Sostanzialmente il tipico rapporto tra un’adolescente e un genitore.

Immagino che non saranno mancate le discussioni, le incomprensioni e i momenti di ribellione da parte di Lyra. Se fino a quel momento infatti la ragazza si era fidata ciecamente di Masterwen e dei suoi metodi di insegnamento, con gli anni dell’adolescenza sarà senza subbio subentrata una fase di resistenza, in cui avrà messo in discussione ciò che le chiedeva di fare. Si sarà rifiutata di praticare gli esercizi. Allo stesso tempo, avrà avvertito come quelli fossero gli unici punti fermi in una realtà tanto sfumata.

Inoltre, suppongo che Lyra avrà cominciato a farsi delle domande. Perché lei e Masterwen si trovano lì da soli? Avrà provato a chiedere, indagare, scontrandosi contro il muro del silenzio di Masterwen (chi ha letto il libro capirà che non è un tipo facile con cui confrontarsi).
Lyra comincerà a sospettare la verità? Forse troverà addirittura delle prove del suo rapimento e della sua vera famiglia?

Accanto ai dubbi, non mancheranno i momenti di confusione tipici dell’età, resi più pesanti dalla mancanza di relazioni. Senza tv, radio e altre tecnologie, la immagino buttarsi sui libri, suoi unici compagni in quella solitudine forzata e amata allo stesso tempo. Libri però filtrati da Masterwen. Immagino però che oltre ai saggi da studiare, le abbia fornito romanzi e libri di storia perché possa farsi un’idea del mondo al di là di quelle montagne. Che idea ne avrà ricavato? Che immagine si sarà fatta di sentimenti che ancora non ha sperimentato, come l’amore e l’amicizia?

Penso poi a quella che è comunemente l’adolescenza, causa di terribili tempeste emotive, punto di svolta in cui si erge una barriera tra noi e gli adulti. Proprio in questo periodo così delicato, Lyra non ha avuto la possibilità di confrontarsi con dei coetanei. Ha dovuto attingere alle risorse emotive particolari che Masterwen le aveva fornito, basate sull’esistenza di un mondo invisibile e di esseri incorporei.

L’immaginazione deve essere stata fondamentale per lei, come valvola di sfofo. Il mondo della fantasia e le tendenze caratteriali a ritirarsi in se stessa l’avranno portata a crearsi un mondo tutto suo, soprattutto nei sogni.

Immagino anche che abbia tenuto un diario su cui riversare i propri pensieri (come ha fatto in seguito per motivi diversi), come un amico a cui confidare le proprie insicurezze e lo stupore di fronte a un corpo in cambiamento, ma anche la frustrazione di non poterne parlare con nessuno.

Saranno inoltre mancati per lei dei punti di riferimento sociali. Masterwen l’avrà spinta a farne a meno, a considerarsi libera da qualsiasi vincolo dettato dal mondo esterno. Mi chiedo però se abbia mai desiderato la normalità, pur senza averla mai conosciuta direttamente. Di certo a un certo punto sarà subentrata una certa irrequietezza, il desiderio di visitare altri posti, fino a quel momento visti solo attraverso i libri.

Inevitabilmente avrà cominciato a desiderare anche di avere degli amici. E avrà sognato l’amore, idealizzandolo ancor più di come si fa ordinariamente a quell’età.

Ma non dimentichiamo che Lyra ha abilità speciali. Percepisce cose che i suoi coetanei non vedono. Avrà forse avuto visioni del futuro, belle e brutte. Squarci su ciò che sarebbe diventata e sull’uomo che incontrerà e amerà...

Infine, penso che in un possibile prequel del romanzo non mancherebbe il punto di vista di Masterwen, con un particolare focus suoi suoi dubbi e il suo disagio di fronte a una situazione indubbiamente difficile da gestire.

*******
Grazie a Maria Teresa per questa analisi che chiarisce ulteriormente i contorni di Lyra.
Concludo con una sorpresa.
E se Lyra fosse un personaggio destinato al palcoscenico, come lo racconterei da regista? 
Mi piacerebbe pensarla bambina, costruirle intorno la scenografia di un bosco, quello che diventa la sua casa quando Masterwen la prende con sé.
Sulle prime Lyra è smarrita, bisognosa di una figura forte, si affida a lui instaurando una dialettica non sempre facile. Se la Lyra adolescente è ribelle e ombrosa, la Lyra bambina è una creatura curiosa e osservatrice, ama esplorare il bosco, vi si incammina anche da sola e non teme alcun pericolo.
È una bambina che fa domande, cui il suo mentore risponde paziente e divertito. La Lyra bambina considera la Natura la madre che non le è accanto, per osmosi si convince caparbiamente che non può mancarle perché tutto ciò che le respira attorno è madre che accoglie e consola.
Lyra è puro mistero, pertanto è una bambina dal carattere cangiante. Alterna giorni di allegria a giorni di mutismo, come alla ricerca di risposte che a osservarla sembra trovare dentro di sé. Lyra è un mistero per il suo stesso mentore, che cerca incessantemente di arrivare a lei, al suo mondo interiore, non riuscendoci.
Tecnicamente, sul palcoscenico una storia come questa attrarrebbe lo spettatore, in particolare se artifici di scena fossero parte integrante del racconto. Allora immagino un effetto "nebbia", delle luci sullo sfondo, sagome di alberi che si stagliano nere quando i pensieri della bimba sono cupi. Lyra pensa e respira in armonia con la Natura, si è detto, così tutto l'apparato scenico sarebbe a servizio di questo assunto di base. Un atto unico che porterebbe il suo nome.
È stato un piacere essere parte della grande squadra del blog tour.
Chi non ha letto Come un dio immortale, corra a provvedere. Può trovarlo su Amazon.
I primi capitoli sono scaricabili gratuitamente qui.
Le tappe precedenti del blog tour:
10 aprile - Myrtilla's house, di Patricia Moll: Presentazione del romanzo
15 aprile - Liberamente Giulia, di Giulia Mancini: I personaggi del romanzo
20 aprile - Mite Ink, di Renato Mite: Dialogo sul romanzo
24 aprile - Storie e fantasia, di Gabriele Pavan: Intervista a Maria Teresa Steri
27 aprile - Drama Queen, di Elisa Elena Carollo: Lettura del Capitolo 3
3 maggio - Marco Freccero, dal blog omonimo: I luoghi del romanzo: la città anonima
9 maggio - Svolazzi e scritture, di Nadia Banaudi: I luoghi del romanzo: Valdiluna