domenica 20 maggio 2018

Si fa presto a dire "leggi!"

Ultimamente la mia tenacia riguardo al progetto di far leggere un libro al mese nelle mie due classi ha perso qualche colpo. 
Sono un tipo umorale, forse è un retaggio del creativo che c'è in me, non dovrei cedere a questa tentazione, da prof, ma è così.
Il mio umore è cambiato al momento di raccogliere i frutti di questo progetto, quando i ragazzuoli mi hanno presentato delle relazioni sulle letture fatte. 

Minimal, poca argomentazione, insomma deludenti. 
Anche lo stimolo del riportare una citazione dal libro letto non ha dato i frutti sperati. Qualcosa deve cambiare. Siamo alla fine dell'anno scolastico, quindi ogni correzione di tiro andrà pensata per il prossimo anno o tutt'al più per qualche giudizioso che in estate leggerà almeno un paio di libri. 
I ragazzi vedono imporsi questa cosa come prettamente "scolastica". Insomma, leggo perché rientra fra i compiti che mi ha dato la prof. Ma se leggo solo perché è un compito specifico, come faccio a percepire la lettura come qualcosa di piacevole, come faccio a diventare un lettore?
Mi autocito, ribadendo quello che ho scritto qui.

lunedì 14 maggio 2018

Blog tour "Come un dio immortale" - Lyra



Partecipo volentieri al Blog tour sull'ultimo avvincente romanzo di Maria Teresa Steri: Come un dio immortale, che ho recensito qui
Nell'istante in cui ho deciso di partecipare, sapevo già che il mio tema preferito sarebbe stato la sua protagonista femminile: Lyra. La rossa, affascinante, misteriosa Lyra mi ha colpito fin dalla sua prima descrizione, quando Flavio, risvegliandosi dopo essere stato aggredito, sente il battito del cuore fermarsi alla vista di un paio di occhi cristallini di un azzurro screziato di grigio che lo fissavano spalancati. Appartenevano a una giovane donna dalla pelle bianco latte, le guance appena velate di rosa e spruzzate di lentiggini. 
Lyra è il perno attorno al quale la vicenda si dipana, è l'anello di congiunzione fra il mondo di Flavio e quello incorporeo, il mistero incarnato, in un misto di fragilità e di forza che continua a farmi ritenere questo personaggio assolutamente adatto alla scrittura di un prequel sulle sue vicende. 
Ora la parola a Maria Teresa, che ci offre un'analisi molto accurata di questo personaggio.

mercoledì 9 maggio 2018

Come conservare i libri?

A raccolta, blogger, perché vorrei offrirvi la possibilità di riflettere su un argomento alquanto trascurato riguardante i libri: la loro conservazione
Credo che tutti sappiate che i libri si possono ammalare. Ebbene sì, la carta è sottoposta a un deterioramento impercettibile eppure distruttivo. 
Facciamo prima un po' di chiarezza: concordo con chi afferma che i libri non si possano conservare per sempre, che vanno usati, consumati, vanno fatti circolare perché di fatto veicolano idee. 
I libri sono dopotutto dei contenitori, quello che conta è il loro contenuto.
In virtù di questa premessa, alzi la mano chi non ha a cuore la manutenzione e il destino dei propri amatissimi tomi. Ben pochi. 
Se è normale chiedersi come si siano formate le nostre biblioteche e a chi lasceremo i nostri libri non possiamo non porci affatto il problema della loro "manutenzione".
In Italia, dal 1938, esiste un luogo dove si studiano tutti i modi possibili coi quali un libro si può ammalare. È l'ICRCPAL, l'istituto che si occupa della tutela e il restauro del patrimonio librario, un tempo noto come Istituto per la patologia del libro
Sono entrata in questo mondo nell'anno di studio presso la Scuola vaticana di biblioteconomia - ne racconto qualcosa qui - quando in una delle nostre visite fuori aula ci portarono in questo luogo di delizie. L'istituto tuttora si occupa del restauro e la conservazione di importanti beni librari ed è specializzato anche nella conservazione preventiva di tali beni. In particolare, il lavoro si svolge su incunaboli e carte provenienti anche dal resto del mondo. Il suo prestigio è a carattere internazionale.

I nemici giurati del libro
- umidità (la principale causa di degrado, provoca variazioni pericolose, le pagine si macchiano, si appiccicano, i libri assumono il classico odore di stantio),
- calore (dannosi sia riscaldamenti che condizionatori, candele, stufe, radiatori),
- luce diretta del sole (sbiadimento, sbalzo di temperatura),
- carico sui libri (si impedisce che la carta "respiri")
- polvere (lascia che proliferino piccoli parassiti come il classico "pesciolino d'argento")
- insetti (spesso fanno nidi fra i libri, anzi vanno a crearcisi micromondi) 

Cosa possiamo fare:
- tenere le nostre librerie lontano da fonti di umidità come cucina e bagno, se poste in un seminterrato, evitare di posizionarle su un lato non abbastanza arieggiato; 
- scegliere il più possibile una parete lontano dai termosifoni, evitare il caldo secco con ogni mezzo;
- ricordarsi di non lasciare che la luce diretta del sole baci la nostra libreria, proteggiamola almeno tirando una tenda
- riporre i libri sempre in posizione verticale, non divertiamoci a comporre tetris, belli a vedersi e utili per risparmiare spazio ma dannosissimi; 
- spolverare almeno due volte all'anno i libri, uno per uno, con un pennello morbido lungo la costa e le pagine (evitare assolutamente stracci umidi, saponi e sgrassanti), e coprire i libri se si fanno lavori di muratura;
- non riporre piante troppo vicino alle librerie, da lì a un'infestazione di insetti il passo è breve, oppure con un rimedio della nonna, lasciare qualche grano di pepe nero sugli scaffali di librerie in legno (valgono anche menta, lavanda e rosmarino).

Libreria "Acqua alta" a Venezia: caratteristica ma anche luogo di pessima
manutenzione del libro. Varrebbe comunque una visita per il suo "folklore".

I libri vanno protetti anche dai loro lettori (!)
- non sfogliamoli con mani umide 
- non pieghiamo gli angoli delle pagine 
- non sottolineamoli 
- non lanciamoli
- non consumiamo cibo mentre leggiamo
- non usiamoli per la gamba più corta del tavolino

Ok, quest'ultima parte era fra il serio e il faceto 😁 
Valgono poche e precise regole: se vogliamo proteggerli, vanno ben riposti, puliti, usati correttamente. Insomma, rispettati. 
Credete di rispettare queste regole? Che tipo di conservatori di libri siete? 

martedì 1 maggio 2018

La deriva educativa (o della "sfamiglia").

Sfoglio distrattamente un testo di Paolo Crepet che lessi diversi anni fa, Sfamiglia, e scopro di averne sottolineato diversi passaggi. 
È un bel libro, i cui contenuti possono trovarci d'accordo o meno, che offre l'opportunità di riflettere sul tema della deriva educativa, a detta di Crepet derivante essenzialmente dalla perdita di ruoli nella famiglia (il che mi trova grossomodo d'accordo). 
Un tema quanto mai scottante, alla luce di fatti gravissimi che i social rendono pubblici. 
Ci si chiede se sia realmente una novità il bullismo imperante. Dopotutto, negli Ottanta, non accadevano fatti del genere? Io ne ricordo un paio gravissimi nell'Istituto professionale non lontano da dove abitavo. Non c'erano telefonini a fissare la scena e a moltiplicarla esponenzialmente, ma tant'è. 
Anche se ricordiamo qualche episodio, il bullismo attuale è un fenomeno diventato preoccupante, perché si muove non solo fra pari ma in aule scolastiche, con azioni gravemente offensive nei riguardi di insegnanti inermi e mortificati
Cosa si è rotto in questa istituzione? Ne ho scritto qualche riflessione qui
Tornando a Sfamiglia, i capitoli corrispondono alle lettere dell'alfabeto e a ciascuna lettera corrisponde una parola chiave per la disamina del problema. Ne prendo alcune, per limitare la lunghezza del post. I corsivo i passaggi sottolineati cui seguono le mie osservazioni. 
Alla lettera C, trovo "crisi".
Per secoli l'educazione non ha conosciuto i sensi di colpa o d'incongruità da parte dei genitori, che oggi invece tendono a colpevolizzarsi per qualsiasi cosa: vogliono per i figli una strada in piano e senza curve, ma in questo modo preparano una generazione fragile e ricattabile
Mi chiedo se ciò nasca da una inconsapevole sensazione di inadeguatezza del ruolo. Essere genitori è difficile, senza se e senza ma. La difficoltà dell'impresa, però non giustifica l'atteggiamento di chi si mostra sul piede di guerra e sulle difensive dinanzi a un problema qualunque.  
C'è da aggiungere che i sensi di colpa appartengono perlopiù e in modo particolare ai separati e ai divorziati. Il fallimento del progetto porta automaticamente i genitori a essere protettivi e pronti a difendere l'indifendibile. Ciò appare anche in famiglie salde, ma in misura minore. 
Lettera D, "desiderio". E anche "despota", "dittatura, "dolore".
Se si regala tutto a un bambino, lo si condanna a una vita senza desideri. 
I ragazzi hanno tutto ciò che si possa comprare loro. A volte anche quello che non si può comprare. Il senso di colpa agisce ancora, ma a volte si tratta di un banale "deve avere tutto ciò che io non possedevo", oppure "i ragazzi sono competitivi quanto a oggetti da possedere, quindi mio figlio non può essere da meno". Nulla di più rovinosamente diseducativo. 
Per quanto riguarda il "despota", Crepet illustra il caso di una madre che pur detestando i luoghi affollati, sceglie le vacanze in un villaggio vacanze da carnaio umano sulle spiagge perché "ha deciso lui". Lui sarebbe il suo bambino di otto anni
Siamo dunque di fronte a una nuova forma di dittatura, fra le più subdole e difficili da combattere: quella dei figli. Molti adulti hanno abdicato al proprio ruolo consentendo a bambini e adolescenti di diventare veri e propri despoti domestici. Gli si permette di decidere qualsiasi cosa, dal menu ai luoghi per le vacanze ai film da vedere, al modo di comportarsi ovunque. 
Un modo un po' "folcloristico" di esprimersi sul problema, ma tant'è. 
Riguardo al "dolore", è evidente che i genitori oggi tremino al solo pensiero che i propri figli soffrano per qualcosa, anche la più semplice. Evitare il dolore ai propri figli è la loro massima vocazione. 
Basta guardarli: molti non reggono la minima avversità e cedono alla prima frustrazione, perché non hanno avuto la possibilità di costruire anticorpi psicologici attraverso piccoli dolori quotidiani che non vanno prevenuti, ma lasciati vivere. 
Possiamo negarlo? Dal mio mestiere si coglie questo dettaglio con molta chiarezza. Un brutto voto, una sgridata, qualche screzio fra amici, una gara persa, ecc. Cose che per molti genitori provocano un dolore evitabile, che cercano di contrastare ergendosi a paladini del proprio pargolo. Hai voglia a ribattere "guardi che non è successo niente di particolare, ha preso un brutto voto per queste ragioni, rimedierà" oppure "vincerà la prossima volta, o perlomeno sarà stata un'esperienza". Hanno una vaga idea del danno che provocano mentre i loro figli li osservano fare i paladini? 
Anche parlare di dolore a scuola è qualcosa di delicato. Sai che sono iperprotetti, quindi non hanno quegli "anticorpi", pertanto ti industri in mille modi per parlane in maniera "indolore". 
Lettera E, "eleganza".
Nell'educare, l'eleganza è fondamentale quanto il carisma. In un ritmo calmo, in gesti leggeri e in silenzi non esasperati abita il segreto dell'attrazione. 
Questo passaggio mi piace particolarmente. Dalla mia esperienza posso chiaramente affermare che urli e strepiti in cattedra o a casa non servono a nulla. L'educatore, il vero educatore, sa muoversi con padronanza di voce e gesto. Avviene qualcosa di straordinario in chi ascolta. Automaticamente si impone la calma. Non è cosa da poco. 
Lettera F, "famiglia".
Il capitolo dedicato alla famiglia è corposo e pieno di spunti, mi limiterò a un solo passaggio.
Se si cronometrasse il tempo reale che i genitori passano soltanto con i figli - senza televisori, telefoni e tecnologie varie - il risultato sarebbe preoccupante. 
Aggiungo, se cercassimo esclusivamente il tempo reale in cui i genitori parlano coi propri figli. Non si trovano allo stadio, non stanno facendo nulla, solo parlare. Quanti genitori dedicano esclusivamente al dialogo lo stare con i figli? Non oso immaginare un dato possibile. 
Lettera G, "gentilezza".
I ragazzi non vengono cresciuti nell'idea che l'essere gentili o riconoscenti faccia parte di un patrimonio indispensabile e insostituibile nella relazione con gli altri, quindi tendono a sentirlo come un peso fastidioso e anacronistico, un formalismo quasi ridicolo. 
La conseguenza è che trovarsi dinanzi a un ragazzo gentile e cortese è raro. Quando accade (perché accade, vivaddio) si è assaliti da una bella sensazione, direttamente proporzionale alla rarità dell'evento. 
Legato alla gentilezza c'è un bel passaggio: La crescita di sé avviene soltanto parallelamente alla rinuncia al proprio egoismo. Per non morire annegato, da grande, nella propria gelosa e noiosa autarchia. 
Lettera M, "meditazione".
Oggi il fare prevale sul pensare; pensare significa essere liberi, e questo fa paura a chi sente minacciato il proprio potere di controllo. Allora si preferisce insegnare (ovvero mettere fra due segni: forche caudine pedagogiche) invece che educare (ex-ducere, tirare fuori il talento di ognuno, il suo grado di libertà, la strada per apprendere davvero).
Questo passaggio mi ricorda il professor Keating de L'attimo fuggente. Seduce l'idea di un insegnamento col quale i ragazzi imparino a pensare, gli insegnanti meno comuni lo provano ogni giorno. Il fatto è che bisogna predisporre un ambiente di apprendimento che garantisca una certa riuscita. Luoghi, mezzi, atteggiamenti. Di certo la scuola è molto presa da programmi e scadenze, purtroppo. 
Lettera P, "perdere tempo".
Un modo odioso, anche perché invisibile ai più, per non rispettare e non voler bene ai bambini è obbligarli a occupare il tempo, tutto il tempo. Il loro tempo. Amare un bambino significa anche permettergli di non fare nulla. Perdere il tempo non significa alienarlo, ma sublimarlo: viverne l'esperienza significa che la vita può essere rallentata come i fotogrammi di una pellicola scanditi uno alla volta, permettendo contemplazione e immaginazione. 
Una visione piuttosto "romantica" del problema, che innegabilmente c'è. I ragazzi sono impegnati in decine di attività. Si destreggiano fra tempo a scuola, tempo per i compiti, tempo per attività collaterali alla scuola. Non c'è tempo per non fare nulla. Stanchissimi, il loro fare nulla coincide con ore passate al telefonino a scorrere immagini sui social e a caxxeggiare su wozzap. La stanchezza diventa noia e inabilità. Mancanza di impegno, spossatezza. 

Concludo con un'amara osservazione. Quanto possiamo fare realmente se la "comunità educante" è costituita da elementi in disaccordo? 
Questi bambini, i ragazzi, gli adulti del futuro, hanno bisogno di modelli educativi coerenti e credibili. Impossibile ben sperare se gli si offrono scenari differenti fra loro. Certo è che se la base è fragile, e per base intendo la famiglia, il nucleo dove si origina tutto, se diventa una "sfamiglia" da cui il ragazzo non trae buoni insegnamenti ma è disorientato e senza mezzi per migliorare, allora la scuola non può nulla. La scuola funziona solo in armonia con la famiglia, e all'interno di un sistema in cui gli adulti offrono strumenti per crescere in modo sano. 
Cosa ne pensate?