"Ho messo gli occhi su un appartamento in Baker Street - disse. - Sarebbe proprio l'ideale per noi. Spero soltanto che non le dia fastidio l'odore del tabacco forte".
Un frammento del primo incontro fra Sherlock Holmes e John Watson basti a dare inizio a questo post, che ho deciso di scrivere al termine della lettura dei quattro romanzi di Conan Doyle - Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, Il mastino dei Baskerville, La valle della paura - facenti parte di un "canone" ben maggiore, costituito da questi e cinquantasei racconti.
Non so quando esattamente conobbi la figura di questo straordinario personaggio, Sherlock Holmes, il geniale indagatore di delitti con al seguito il mite amico Watson. Io ricordo di conoscerlo da sempre, da bambina devo essermi imbattuta in una delle tante serie tv e poi nel tempo in qualcuno dei 125 film che sono stati girati.
E sì che adoravo letteralmente Ellery Queen e la "signora in giallo" prima di avventurarmi ad approfondire la figura di questo ineguagliabile segugio.
I quattro romanzi - e l'opera omnia di Conan Doyle - sono un esempio avvincente di letteratura vittoriana che accomuna in sé i migliori elementi della narrazione del XIX secolo: lo stile pulito ed elegante, il ritratto della società borghese così come dei ceti più marginali di Londra e delle zone limitrofe, i primi importanti passi del metodo scientifico che amalgama anatomia e indagine, e su tutto il tipico aplomb dell'english man.