giovedì 27 febbraio 2025

Educare i ragazzi all'etica nell'era dell'IA


IA: ormai un acronimo celebre, una realtà con la quale tutti facciamo i conti, da cui non si può sfuggire. Un argomento che non mi è particolarmente simpatico, ma in quanto insegnante devo affrontare, perché l'IA sta entrando in maniera prepotente anche nella scuola e per vie tutte diverse.
Ho dedicato al mio mestiere di insegnante molti post in questo decennio, li trovate nella rubrica scuola. A ripercorrerli, direi che in gran parte mi sono rivelata una professoressa molto vicina ai ragazzi, aperta, impegnata, informata, ma anche legata a metodi che oggi potremmo definire obsoleti. 
Non tradisco la mia idea di base: aborro l'uso del tablet nelle scuole e in generale l'uso massivo di tecnologie. Sono una prof sui generis. Centellino l'uso della smartboard, non è mai parte integrante delle mie lezioni. Cerco di porre i ragazzi dinanzi agli schermi solo per fare ricerche al pomeriggio, ma esigo che le ricopino a mano sui quaderni della disciplina. 
Ritaglio nel mio orario un'ora di lettura silenziosa del "libro del mese". Al termine della lettura scrivono una scheda, a mano, riassumono ma devono anche commentare, esprimere un parere. 

Insegno tre materie: Italiano, Storia, geografia. Per tutte devono possedere un quaderno di lavoro sul quale esigo si scriva in corsivo. Eh, altra piaga: molti sono ancorati allo stampatello, come se non avessero fatto altro negli anni della scuola primaria. Se non ci sono esigenze particolari (dsa esentati dall'uso del corsivo come da piano didattico personalizzato), pretendo il corsivo. 
Sciocchezze vecchie come il mondo? Non me ne importa un fico delle critiche, questi giovanissimi hanno bisogno di conservare o almeno di sviluppare in forma basica una competenza fondamentale: la scrittura manuale, l'impugnare una penna e scrivere un tratto sul quaderno
Esigo la compilazione di quaderni e la loro conservazione con fare certosino, fa parte integrante della valutazione. Purtroppo non è un metodo di molti insegnanti, anzi si sta perdendo, ma io navigo in direzione ostinata e contraria. Chi capita con me questo deve fare. 

Scegliere questo modo di insegnare e fare i conti con l'IA è una contraddizione in termini. Anzi, voglio essere flessibile, sembrerebbe. Meglio il condizionale. Voglio pensare che ci sia un punto in cui sia possibile conciliare questo modo e quello, un punto in cui quello faccia da supporto. Ma come? 
Fare come le tre scimmiette dinanzi all'IA non è possibile, anzi è diventato pericoloso, in particolare per genitori e docenti, ossia per tutti gli educatori. Storcere il naso e fingere che non esista è dannoso per i nostri ragazzi, perché sono la generazione che sempre più si vedrà a contatto con questa tecnologia "generativa" e abbiamo il sacrosanto dovere di educarli a maneggiarla. 
Devo dunque pormi un problema come insegnante ed educatrice. 
Parto dal presupposto di volermi porre a metà strada fra tecnofobici e tecnoentusiasti, devo solo comprendere come. Intanto ho fatto negli ultimi giorni un piccolo passo. 
Mi sono imbattuta in un opuscolo in sala prof che affronta proprio questo argomento, partendo da tre domande:
  1. In cosa l'essere umano si distingue dall'IA?
  2. In cosa l'IA si distingue dall'essere umano?
  3. Come possiamo tradurre dal punto di vista educativo a scuola tutte le problematiche sollevate dall'IA?
Cogito ergo sum
La prima domanda genera in noi una risposta rassicurante. L'IA è capace come noi umani di parlare, ragionare e creare. Bene, ma ciò che resta nostra prerogativa è la capacità di originare significati da cui dipendono le reazioni umane, come la fondamentale capacità di scelta morale
Vediamo meglio. La risposta ha a che fare con il principio cartesiano notissimo cogito ergo sum (penso, dunque sono): se partiamo dal fatto che l'IA sappia perfettamente usare le parole per esempio per scrivere una lettera d'amore o la sceneggiatura di un film, altrettanto vero è che la sua operazione è vuota di senso, perché mancante dell'esperienza vissuta del significato che noi umani diamo agli eventi da cui si genera una nostra reazione emotiva e la capacità di prendere decisioni e abbracciare una impronta morale. 
In sostanza, il significato non è simulabile, l'IA non lo può vivere, non se lo può dare. 
Ai nostri alunni possiamo dire: ok, l'IA ha svolto bene questo compito, ma in base a cosa? L'algoritmo le ha permesso di costruire alla perfezione una risposta ma non "in base a", non può attingere a un vissuto o un bagaglio di esperienze, un criterio che resta prerogativa solo umana. 


Etica dei prompt
La seconda domanda si focalizza sulla macchina, sull'IA. Parte dalla constatazione che l'IA sia a tutti gli effetti lo stadio ultimo e più avanzato di quella ricerca dell'uomo di piegare la realtà ai propri fini, rielaborare la natura, creare nuovi mondi. L'IA, benché percepita come realtà fuori da noi e in sé realtà in noi umani, creata e programmata dall'uomo, un essere iper-creatore. 
L'IA è una macchina e come tutte le macchine create dall'uomo da secoli è uno strumento. Anzi, un iper-strumento. In genere, lo strumento è un mezzo per l'uomo, serve a potenziare le sue abilità, e nell'utilizzarlo l'uomo compie un atto creativo. L'IA è uno strumento diverso, una volta attivato può proseguire da solo, è autonomo. L'IA è lo strumento fra tutti, non potenzia un'attività umana come può averlo fatto l'arco e la freccia (ritenuto il primo strumento della storia dell'umanità), ma potenzia la mente stessa, è un mezzo che ne crea altri. Non si può negare che il computer abbia fatto realizzare all'umanità il salto di progresso più significativo di tutti. 
L'IA è quello strumento iper-mente che potenzia l'elaborazione di informazioni combinando segni e codici. Il lavoro dell'uomo deve concentrarsi sugli obiettivi da dare a questa super-macchina. Nell'ambito educativo, bisognerà concentrarsi sulle riflessioni riguardanti il prima e il dopo il ricorso alla elaborazione artificiale, su cosa far fare alla macchina e cosa no.

Erlebnis
Veniamo al terzo quesito, quello più interessante per la scuola. 
Da quanto leggo sull'opuscolo è evidente che ormai il mestiere di insegnante deve sperimentare nuove direzioni e per questo costringerà a porsi dinanzi alla classe con nuove competenze. Non solo sarà sempre più necessario essere al passo col dibattito contemporaneo, ma bisognerà affinare sempre più competenze di assertività e comunicazione. Insomma, prerogative che un buon insegnante deve possedere a prescindere dovranno essere potenziate in funzione di. 
Non possiamo sfuggire all'era dell'ipertecnologia, è un fatto. Si può continuare a esigere che compilino quaderni per lavorare alle loro abilità di base ma allo stesso tempo si dovrà spingere sul dibattito "umanistico", farli ragionare sull'esperienza, sulle relazioni umane, sul loro potenziale di umani creatori di significati e generatori di un'etica. Perché è un fatto anche che i ragazzi abbiano bisogno di questa "umanizzazione della didattica". 
C'è un termine mutuato dalla filosofia tedesca delle scienze umane di primo Novecento: Erlebnis, che in italiano possiamo rendere con "esperienza vissuta". In termini pratici, noi insegnanti continueremo a essere trasmettitori di contenuti, ma sempre più dovremo lavorare per attivare le loro menti, anche e forse soprattutto attorno alla morale in rapporto all'IA. 
Perché alla fin fine, il problema vero riguarda proprio l'etica, la dimensione morale. Stabilire dei limiti alle illimitate potenzialità dell'IA mediante un atto posto da noi, ben consapevoli che stabilendo quel limite salvaguarderemo l'umano in sé. 




Educare a scuola per riflettere su scenari futuri
Per quanto ci possa affascinare la nuova frontiera dell'IA, abbiamo a che fare con uno strumento estremamente potente e dunque potenzialmente pericoloso. Non sono teorie.
Si pensi al suo utilizzo in ambiti di vario genere, eccone tre esempi. 
Un'azienda che utilizza l'IA per selezionare personale. A monte ci saranno programmatori in carne e ossa che tarano la macchina per renderla più efficace possibile. Se in questa operazione chi lavora è immerso in bias cognitivi - ne ho scritto qui - il reclutamento finirà incastrato in discriminazioni di vario tipo, cosa dannosissima anche da un punto di vista etico. 
Uso dell'IA per diagnosi mediche. L'errore diagnostico della macchina è un rischio concreto, perché se pure si riducono i tempi, la macchina potrebbe incorrere in errori fatali per il paziente. Educare dunque i giovani a ragionare sulla scelta di affidare o meno un compito simile all'IA e lavorare invece sul mediare fra tecnologia e responsabilità verso il paziente. 
Uso dell'IA per creare contenuti accattivanti sui social. Possibile ma assai rischioso quando si tratta di generare informazioni che possono essere state manipolate a monte e quindi provocare disinformazione. Educare quindi alla responsabilità etica riguardo alla diffusione di informazioni. 
La scuola, pertanto, deve sempre più diventare il luogo dove è possibile formare futuri cittadini all'uso dell'IA (ormai inevitabile) con discernimento, col saperla orientare verso il bene comune, e con l'intento di proteggere la propria unicità e irripetibilità dinanzi alla macchina. 

Un argomento come l'IA a scuola non può essere esaurito da questo post, perché è vasto quanto complesso. Sono del tutto convinta che l'insegnamento stia progredendo (speriamo non regredendo) verso nuove forme e che la scuola stia attraversando un cambiamento ormai irreversibile.
Il nostro dovere di insegnanti è farci trovare pronti, renderci questi temi familiari, saperli maneggiare e utilizzare a fini costruttivi, senza demonizzarli, quanto piuttosto cercando di comprenderli. E per farlo bisognerà navigare a vista, aprirci a nuovi scenari senza perdere il senso ultimo del nostro mestiere. 

Leggerò volentieri un vostro parere su questi temi controversi e ormai inevitabili. 

1 commento:

  1. Bella la tua analisi, che fa riflettere. Mi piace questo tuo modo di insegnare “all’antica” – diciamo così - senza disdegnare la tecnologia, entrata prepotentemente nella vita delle persone e nelle scuole, tecnologia che dovrebbe essere uno strumento nelle mani dell’uomo e non il suo contrario. Purtroppo non mi sembra che le cose stiano andando nella giusta direzione. Mia moglie, che è andata in pensione l’altr’anno, faceva il tuo stesso mestiere: insegnava Italiano in un istituto tecnico superiore. E mi capitava, a volte, di dare un’occhiata ai compiti che svolgevano i suoi alunni, così tanto per carpire, in qualche maniera, il loro mondo, le loro aspirazioni. Devo dire che l’impressione che ne ricavavo non era per nulla confortante. I ragazzi apparivano confusi nelle loro idee, incerti, poco motivati, legati strettamente agli strumenti digitali. Non parliamo poi del loro italiano scritto: un disastro, una vera regressione linguistica veicolata – ahimè! - dai social che tendono ad inculcare non tanto un pensiero compiuto, quanto un modo di scrivere abbreviato e compresso, rimuovendo elementi grammaticali e sintattici. La scuola non deve promuovere la tecnologia: non è il suo compito primario, anche perché certi mezzi informatici i ragazzi li conoscono e li sanno usare meglio dei professori. Quindi la lavagna con il gesso, per quello che deve insegnare la scuola, è più adatta di quella digitale. Bisogna ripartire dall’educazione civica, bisogna educare i ragazzi al sentimento – come va predicando Umberto Galimberti – per evitare “l’analfabetismo emotivo”, perché la base emotiva è fondamentale per poter distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Il linguaggio umano si è impoverito in questi ultimi tempi e l’intelligenza artificiale lo affosserà. Perciò più libri di filosofia nelle scuole, e meno cellulari, meno tablet, meno lavagne elettroniche.

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