martedì 25 ottobre 2016

Quando bocciare non serve. Storia di Viola.

Mi soffermo oggi su uno dei temi più scottanti della scuola, che tocca per altro argomenti delicati come la valutazione. Ringrazio chi avrà la pazienza di leggere qualcosa che nel ricordare è venuto fuori come un fiume in piena.
Rivango il caso di qualche anno fa, io avevo una cattedra in una scuola dove rimasi per diverso tempo e dalla quale chiesi poi il trasferimento. Una ragazza di 15 anni, bocciata già una volta in seconda media, riportò diverse insufficienze a fine anno e venne nuovamente fermata nella stessa classe. Un epilogo, in tal caso, che secondo me non ebbe alcun senso. Vediamo il perché. Si tratta di scuola media, scuola dell'obbligo, in cui si svolge il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, non per tutti indolore, anzi per alcuni del tutto rovinoso. Il caso di Viola - il nome è fittizio - fu quello di una ragazza con dei genitori presenti "a singhiozzo", una ragazza che non aveva assolutamente voglia di studiare, ma dotata di una certa intelligenza e velocità. Si assentò per diversi giorni durante l'anno per ragioni di salute, e per la maggior parte delle volte non produsse, non agì, non partecipò. Io, che trascorrevo nella classe 9 ore settimanali, sapevo per certo che Viola avrebbe potuto recuperare in men che non si dica se lo avesse voluto. Solo che era disorganizzata, presa dai suoi sospiri amorosi, circondata sempre dai compagni, "una di loro", una sorta di maschiaccio leale e volenteroso in amicizia. Viola era una ragazza in gamba, ma non poteva farcela da sola. Scriveva dei temi di certa consistenza, riversando negli scritti il suo mondo e i suoi sogni, ma gli orali languivano. Mi capita di pensare che se fossi riuscita a portarla  in terza, dove gli argomenti si fanno interessanti sull'attualità, Viola avrebbe potuto trovare una sua nicchia, finalmente prendersi la licenza media e poi fare una scuola di formazione professionale.

Cosa c'è di difficile da capire in un caso come questo?
Venne la fine dell'anno scolastico e il giorno degli scrutini. Tre colleghi, durante una sintesi di questo discorso, insorsero punti e adiratissimi con me, definendomi "troppo buona", e che tanto sarebbe valso gettare i registri nell'immondizia - erano ancora in forma cartacea. Io replicai che la bocciatura dovrebbe essere un'opportunità per chi viene fermato, non una punizione, e che invece per questa ragazza l'opportunità sarebbe stata la promozione. Magari patteggiando che se pure in terza classe ci sarebbe stata una replica dell'identico atteggiamento, allora niente ammissione agli esami.
Ma i colleghi tennero duro, e vollero punire, abbandonare, voltando le spalle, in modo molto "professionale" a questo caso adolescenziale che invece a me pareva così interessante. Ovviamente, da 3 contrari, diventiamo 3 soli favorevoli, e Viola viene bocciata per la seconda volta. Dinanzi a ciò - e vi lascio immaginare la mia frustrazione - mi sono chiesta cosa siamo noi insegnanti. E soprattutto se è logico che non si dia fiducia ad una insegnante di Lettere, se si hanno 2 sole ore settimanali e si infligge questa punizione con sdegno e facendo spallucce. Perché Viola viene punita. Nulla di più. Peccato, in quella scuola perdemmo un'opportunità anche noi, come professionisti, ma quei professori non lo sapranno mai.
Capita che i discorsi dei professori a fine anno siano sempre molto simili. "Noi insegnanti non siamo assistenti sociali o psicologi... non è compito nostro..."... "Noi possiamo solo valutare se ha appreso oppure no". E via giustificando e... sbagliando. Ciascuno di questi colleghi ignora la legge e i più elementari precetti della Pedagogia.
La legge, infatti, afferma che la valutazione non è la quantificazione numerica - per altro spesso assolutamente relativa e soggettiva - dell'impegno. Un conto è la "misurazione" della conoscenza e delle abilità, un altro è la valutazione dell'esperienza scolastica dei ragazzi. Anche di fronte ad una "misurazione" insufficiente, la valutazione può essere positiva, perché deve tenere conto di una molteplicità di situazioni e di argomentazioni diverse ed eterogenee che non si possono eludere.
Intendiamoci, spesso la "misurazione" e la valutazione sono coerenti - nel bene e nel male - ed una "bocciatura" non è la fine del mondo e può anche rivelarsi - se ben realizzato un serio e reale recupero non solo cognitivo - un'esperienza utile. Ma non fu questo il caso. 
Il nodo da sciogliere è quello di capire cosa significhi valutare e specificarne la valenza nel Piano dell'Offerta Formativa, il documento che rappresenta la "carta di identità" di ciascuna scuola. Questo perché se vi viene riportata la grossolana affermazione secondo cui con un numero tot di insufficienze l'alunno è automaticamente bocciato, allora stiamo commettendo qualcosa di incongruo al nostro stesso mestiere. Quell'anno mi trovai dinanzi ad affermazioni del tipo "beh, con tutte quelle insufficienze non stiamo nemmeno a discutere", il che mi suggerisce l'idea di un docente ottuso e incompetente. No, è inaccettabile.
Come può un'adolescente quasi sedicenne condividere esperienze di vita, di gioco, di studio con dei tredicenni? E come potrà non vergognarsi di se stessa, del suo corpo già adulto, dei suoi interessi non più fanciulleschi, dei suoi interventi in una classe di "bambini"?
Una seconda bocciatura, in seconda media, significa suggerire alla ragazza e alla famiglia di "lasciar perdere", di andarsene dalla scuola e di arrangiarsi a recuperare... se vi saranno le risorse e le possibilità. Non solo, ma siamo sicuri che una certa maturità personale, derivante se non altro dall'età, non possa sopperire ad alcune "lacune" culturali e cognitive?
La scuola appare spesso malata. La scuola va adeguata ai tempi. E i primi a cambiare devono essere proprio i docenti. E chi mi conosce, sa che parlo con profonda conoscenza, attenzione e rispetto del lavoro docente, del nostro lavoro. Nella scuola in cui lavoro adesso l'attenzione è decisamente maggiore verso questo aspetto.
In ogni scuola i criteri di valutazione devono essere omogenei per tutti i docenti e per tutti i consigli di classe, in modo che il voto espresso in decimi, si riferisca a competenze, conoscenze e abilità. Il lavoro del Consiglio di classe, poi, è proprio quello di valutare globalmente lo studente non solo dal punto di vista cognitivo e dell'impegno profuso nell'anno scolastico, ma anche considerando tutte le altre componenti della valutazione stessa: situazione di partenza, difficoltà personali - sia scolastiche che relazionali - relazione nella classe e con i docenti, situazione familiare quando è particolare e nota, dimensione di "orientamento" (come potrà affrontare il prossimo anno scolastico, ecc.). 
Quello che ho capito in una quindicina di anni di esperienza è che insegnare è una vocazione, io l'ho imparato lavorando sul campo, io che non volevo essere insegnante ma tutt'altro, e che non posso esimermi dal portare in cattedra non solo l'insegnante ma anche me stessa. Non credo che qualcuno potrebbe convincermi del contrario o peggio demotivarmi, perché dinanzi al più ottuso degli adulti metto comunque loro, i ragazzi, che non chiedono altro che coerenza. E opportunità.

19 commenti:

  1. Post bellissimo.
    Davvero, grande post. E' un mondo particolare, quello della scuola. Fatto forse di barricate impenetrabili: insegnanti e studenti.
    Ho dei ricordi, oggi sento le loro storie. Loro, di insegnanti e studenti.
    Chissà, forse presto anche io passerò dall'altra parte della visuale: so che è difficile. La scuola è una livella, purtroppo. Non bada all'individuo e ammazza la personalità. Il caso di Viola, che citi, era da considerarsi nella sua singolarità. Così come tutti gli altri.
    Altre volte, credo, è necessario anche ragionare in modo più sommario...

    P.s. ma non è meglio promuovere sempre i ragazzi, almeno si tolgono dalle palle? XD

    Moz-

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    1. Benvenuto, Moz.
      Parto dall'ultima tua frase. Sì, in linea di massima, promuovere serve anche a "epurare". Termine un po' estremo, lo so. Le medie raccolgono un bacino di utenza molto vario, sono le scuole dell'obbligo, e la disomogeneità comporta sbilanciamenti evidentissimi, con classi in cui convivono le cosiddette "eccellenze" accanto ad alunni in serie difficoltà, in cui credimi c'è da mettersi le mani nei capelli. Promuovere "ce li toglie dalle palle" ma non risolve il problema, anzi.
      Aiuto, se ci penso a volte ho la sensazione di qualcosa di irrisolvibile.
      "La scuola è una livella, purtroppo. Non bada all'individuo e ammazza la personalità" scrivi. Non sarei così pessimista, pensa solo a chi ha la fortuna di incontrare insegnanti come me. ;-) Scherzi a parte, è il rischio, ed è quello che non dovrebbe succedere.

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    2. Eheh lo so, ma quanti insegnanti invece sono demotivati (per mille motivi)?
      Io penso sempre che la scuola ammazzi l'individuo, costretto a restare in una palude.

      Moz-

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    3. Se si è veri insegnanti, pur demotivati, si finisce per fare un buon lavoro. Se si è cattivi insegnanti allora l'esito è proprio quello che menzioni tu, ahimé.

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  2. Penso che ciascuna professione possa diventare l'espressione della persona che la esercita, ma per una serie di situazioni non sempre questo accade: dalla frustrazione, alla scarsa empatia se richiesta, al menefreghismo e tanto altro ancora.
    Ci sono poi professioni come la tua che sono bistrattate da molti, che evidentemente non hanno la minima idea di che cosa significhi essere educatore-insegnante. E forse la responsabilità è anche di alcuni tuoi colleghi, così come li hai descritti. Se faccio riferimento ai miei docenti, posso dire di essere stata fortunata, nonostante abbia avuto a che fare anche con alcune (poche) persone rassegnate e tristi che ritenevano che dare "un voto" fosse la sola cosa loro richiesta.
    Ho avuto compagni di classe problematici, sia alle medie che alle superiori: mi trovavo in classi difficili, per essere chiari. Ma gli insegnanti non hanno abbandonato nessuno, anzi forse a volte son stati troppo indulgenti anche con chi si è approfittato di loro: lo scopo per loro era formare degli individui pensanti, non applicando rigidamente delle norme per colpire chi aveva difficoltà.
    Quindi non sono convinta che la scuola livelli, come dice Moz qui sopra: dipende dalle persone, come sempre.
    Gran bel post, Luz!

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    1. Grazie per aver apprezzato, Glò.
      Sì, gli insegnanti portano in cattedra il loro modo di essere, loro malgrado, anche chi si sente "istituzionalizzato" non può prescindere dal proprio carattere. Un tempo ero garantista, ora non più. Ci sono insegnanti che si sacrificano molto in cattedra, che ci credono, che hanno più pazienza e forza di me, sono irriducibili, si consumano nel mestiere, e insegnanti solo per nome, che ti chiedi come siano arrivati dove sono. In generale, è un mestiere usurante, che stanca, che costringe a pensare e pensarsi. Insomma, appunto una vocazione.

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  3. Concordo con chi mi ha preceduto nei commenti. Aggiungo solo che così con bocciature "spietate" il rischio di perdere quello che c'è di buono in una persona che sta crescendo sia molto alto.

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    1. Infatti, e in questo modo si perde il senso più autentico dell'essere maestri. Formare caratteri, formare il senso di responsabilità. Molti alunni si sono smarriti perché appunto abbandonati. Per fortuna è stato il solo caso cui ho dovuto soccombere in tanti anni in cattedra.

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  4. L'anno scorso ci siamo interrogati a lungo su un alunno. È stato un anno magico, colleghi fantastici, tutti concordi che fosse il nostro compito specifico portare tutti a un livello dignitoso, cercando di coinvolgerli e interessarli. Però... Ci siamo scontrati con la sfida perenne, i danni fatti di proposito, il voler essere a tutti costi un eroe negativo. Aveva ragione la collega di lungo corso, erano tutte richieste di aiuto, dietro c'era una famiglia assente e una profonda insicurezza di fondo. Alla fine l'abbiamo promosso, ma non sono ancora convinta che il suo bene sia stato mandarlo con questa immaturità di base in una scuola professionale famosa per la circolazione delle droghe leggere. La sensazione di fondo è stata quella di un fallimento, anche se le avevamo provate tutte.

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    1. Ti capisco, ti capisco appieno, ma a volte sembra che tutto l'impegno che uno ci mette comunque non basti...

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    2. Ecco, Antonella, un caso come il tuo è l'esempio più classico. Alla fine dell'anno si applica il principio di una valutazione a tutto tondo e si decide di mandare avanti. Però si tratta di qualcuno che doveva essere ammesso agli esami, e che dopo sarebbe uscito dall'alveo rassicurante delle scuole medie. Viola doveva avere solo l'opportunità di arrivare in terza, cercare nuovi stimoli, e su quelli avremmo lavorato, sarebbe stata una bella sfida. Peccato.

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  5. Mi sento sempre un po' un alieno davanti a certi argomenti. Elementari a parte, ho vissuto la scuola come una prigione da cui alla fine non ho rimpianto di essere evaso anzitempo. E non posso neanche incolpare gli insegnanti, tant'è che con un paio di loro ho continuato a tenermi in contatto anche dopo, per molti anni. Era proprio l'idea "scuola" che non mi corrispondeva.

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    1. Probabilmente hai vissuto una serie di meccanismi che non hanno mai stimolato la tua creatività, il tuo interesse per l'arte, la scrittura. Non so quale decennio tu abbia vissuto, ma più andiamo indietro più si trattava di scuole in cui "il programma" era al centro di tutto. Insomma, oggi questo è stato quasi totalmente sostituito dalla scuola "del fare", cosa che fa storcere il naso ai puristi.

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  6. Argomento spinoso quello che hai sollevato. Io, purtroppo, ho una lunga lista di ricordi negativi sui molti miei insegnanti (chiamala sfortuna). A prescindere da una mia personale amarezza, il problema di fondo, credo, è che il compito dell'insegnante non è solo quello, canonico, di "trasmettere nozioni", ma anche quello di educare e, specialmente quando ci si occupa di ragazzini, cercare di essere una figura di riferimento positiva, non solo l'insegnante tiranno che molti associamo alla scuola. Il che ci porta al vero problema, no? In molti, semplicemente, dovrebbero fare ben altro mestiere (come in molti altri campi, ovviamente).

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    1. Anche nel vecchio modo di concepire la scuola, l'insegnante dovrebbe essere anzitutto l'educatore. In effetti, trattandosi delle medie, questo principio si avvalora ancora di più. Comprendo quella "sfortuna", io non ho particolari ricordi di alcun professore. L'unico buon ricordo è di un docente universitario.

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  7. Non posso che sperare di incontrare un giorno una collega come te, e che i miei figli, nipoti o chicchessia, possano imparare da te. Il periodo delle scuole medie è per i ragazzi un periodo di transizione delicatissimo, oggi più che mai. Non si è più bambini, non si è del tutto pienamente adolescenti, e l'inadeguatezza verso se stessi e le proprie capacità o attitudini che nascono da questo limbo possono essere fagocitanti.
    Tra l'altro la differenza d'età, come in questo caso, rispetto ai compagni di classe, può essere davvero alienante: più di chiunque altro un insegnante dovrebbe sapere che quei miseri tre anni che passano tra una classe di dodici/tredicenni e una sedicenne contengono al loro interno un intero mondo. Anche a me nel mio piccolo è capitata una situazione simile con una ragazza che seguo per delle ripetizioni private: lei ha quasi diciotto, e i suoi compagni quindici. Fortunatamente lei sta trasformando questo suo senso di inadeguatezza in una spinta propulsiva per dare il meglio di sé, uscire da una classe che percepisce quasi come una gabbia, e continuare il proprio percorso. Il problema è giusto il fatto che questi ultimi tre anni di scuola (che ricordiamolo sempre, per i ragazzi rappresenta il mondo, la vita quotidiana) che le rimangono li vivrà e li ricorderà sempre come una gabbia.

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    1. Grazie per il tuo apprezzamento, Penny.
      Sì, ci sono ragazzi che percorrono le scuole con una serie di lacune mai risolte, che diventano un effetto domino e possono trovarsi anche molto in ritardo. Tre anni sono tanti... Chissà Viola quale strada avrà preso e se si è trascinata dietro un ulteriore anno.
      Io credo, e lo posso constatare dalla mia esperienza, che il nucleo di questi "fallimenti" scolastici sia da ricercare nell'avvicendarsi di troppi insegnanti da un anno all'altro. Se Viola, così come la ragazza che segui, fosse stata seguita, accompagnata, da un unico insegnante nel corso del triennio, in quei tre anni fondamentali per chiunque, forse non sarebbe precipitata in quel fosso, spinta da quei colleghi tanto presuntuosi. Alcuni ragazzi in particolare hanno bisogno di figure di riferimento fisse, ma questa scuola italiana, con i problemi che si ritrova, non riesce a risolvere questo "cancro". Attualmente in una classe in cui insegno sono cambiati cinque insegnanti fra il primo e il secondo anno, e se la classe nasce "problematica", allora questo aspetto si inasprisce. I pochi rimasti facciamo fatica a tenere duro.

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  8. Argomento tanto importante quanto spinoso. La vicenda di cui ci hai dato testimonianza, senza dubbio, riflette una condizione di grande disagio per questa allieva e di scarsa attenzione da parte di alcuni docenti. Situazioni che si verificano, purtroppo, e che possono lasciare segni devastanti. La bocciatura, come hai giustamente detto, non deve essere una punizione e non va decretata per accrescere un disagio, per fronteggiare il quale esistono tante forme di personalizzazione e valutazione alternative o, per meglio dire, globali. Personalmente, trovo che vi siano casi in cui la bocciatura è una necessità: sentir parlare di alunni che "hanno ricevuto il regalo della promozione" e che, effettivamente, in una classe superiore incontrano difficoltà che una semplice ripetizione d'anno avrebbe potuto evitare e che, invece, finiscono per ingigantirsi come una palla di neve che rotola siano segni di incuria e mancanza di professionalità gravi quanto il disinteresse di cui ci hai parlato. Hai perfettamente ragione nel dire che è fondamentale capire che la valutazione non è puramente una valutazione degli apprendimenti disciplinari, ma che siamo chiamati ad affidare ai nostri alunni un bagaglio di cultura e abilità che possa essere sempre arricchito e che serva prima di tutto per comprendere se stessi e costruire il proprio cammino. Il che non può accadere né con il 6 politico né con la sanzione di un fallimento con reiterate bocciature. Queste sono le titaniche responsabilità di noi docenti che tendono ad essere poco comprese non solo dai non addetti ai lavori ma, purtroppo, anche da alcuni colleghi.

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    1. Un aspetto importantissimo quello cui fai riferimento: non si possono commettere errori neppure di leggerezza riguardo alla promozione, pena un errore che si riverbera sulle superiori e si ingigantisce sempre più.
      Qui interviene il discorso su una buona, direi autentica, operazione di orientamento alle superiori. Altro problema spinoso che merita una discussione a parte.

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