martedì 11 ottobre 2016

Sulla scrittura e il gusto di inventar storie.

Eccoci al primissimo post che riguarda un argomento assai delicato: la scrittura. Devo imparare a sentirmi a mio agio in questo tema, perché non saprei fino a che punto sia legittimata a scriverne. Insomma, scrivere di scrittura è un azzardo che di buon grado riservo a chi di fatto scrittore è. Diciamo che mi prendo l'arbitrio di farlo perché mi dichiaro una buona lettrice e per il mio esperimento di scrittura che è il romanzo di genere storico che scrissi anni orsono. 
Il mio pensiero di base: se siamo abbastanza in gamba da inventarci un soggetto molto interessante, dobbiamo esserlo altrettanto nel raccontarlo. Il cosa e il come perfettamente in armonia. Raccontare è un'arte e lo si può fare nei tanti modi che l'uomo ha inventato, dipingendo, fotografando, disegnando dei fumetti, narrando in palcoscenico o scrivendo brevi racconti o lunghi romanzi. Per scrivere bene, bisogna anzitutto leggere bene, leggere gustando ciò che abbiamo dinanzi, assimilare, metabolizzare un intreccio.

La scrittura è compagna della passione per il dettaglio. Sono stata una lettrice onnivora, poi sono diventata selettiva. Da lettrice, ho gustato i grandi affreschi del romanzo classico, avventurandomi poi in scritture contemporanee. Se guardo all'evoluzione dello stile di scrittura dei narratori - laddove questa non possa invece dirsi "involuzione" - penso che la scrittura contemporanea si sia aperta a sperimentalismi che possono anche lasciare un cattivo "retrogusto" al lettore amante di uno stile "classico". Mi viene in mente il senso di vertigine che provai diversi anni fa davanti a un romanzo di Isabella Santacroce, pur apprezzatissima dal suo pubblico di lettori, o allo stile spesso ombroso di Baricco, solo per citarne due.  E' legittimo, condivisibile, comprensibile che si preferisca una sintassi più piana, lineare, "tradizionale".
Se da lettrice apprezzo lo stile classico, non si può dire che non mi senta attratta da stili che osano, si contaminano, puntano verso l'essenziale, allo stesso modo da "scrittrice" cerco di fare un'operazione di cesello, sfrondando l'eccesso, cercando di non precipitarvi spinta ad esempio dal desiderio di troppe aggettivazioni - spina nel fianco di tanta scrittura femminile. Il mio romanzo storico fu scritto in un periodo in cui mi sentivo legata ad uno stile più "rassicurante", con quella opportunità in più di identificazione, se lo riscrivessi oggi probabilmente ne sfronderei un terzo. Forse, in definitiva, è una questione di ispirazione e nel sentirsi ispirati a scrivere è giusto "sperimentare", perché offre spunti nuovi per rinnovare stili e modi, tuttavia credo ci siano dei limiti. Un testo deve comunque trasmettere qualcosa e, secondo il mio personalissimo parere, non si può sacrificare la capacità di emozionare (in senso lato) in nome di un presunto "progresso letterario" e dello sperimentalismo moderno. Altrimenti c'è il rischio che i geni incompresi comincino a pullulare. 
Molti praticanti la scrittura affermano con molta nonchalance di "scrivere per se stessi". Se così fosse realmente - cosa della quale ho sempre dubitato - si è liberi di scrivere come si vuole, ma se il destinatario è un certo pubblico, allora in determinati canoni bisogna pure rientrare. Può darsi, però, che lo sperimentalismo comporti una trasmissione di emozioni e di messaggi "diversa" da quella che il lettore si aspetterebbe. Può darsi che lo sperimentalismo di per sé cambi non solo il modo di comporre un testo, ma anche quello di approcciarvisi da lettori, motivo per cui il suo significato è forse da rintracciare in un percorso di lettura differente dal solito. C'è da credere che se uno scrittore, ma uno scrittore vero, ha qualcosa da trasmettere e le capacità per farlo, anche servendosi dello sperimentalismo più estremo, ci riuscirebbe molto bene. Però mi sono chiesta a volte come arrivassero alla pubblicazione certi pseudo-autori di dubbie capacità.
Se dovessi cercarmi come aspirante scrittrice, direi che per me l'immedesimazione è il punto di partenza, forse per una deformazione che col tempo è diventata passione per la drammaturgia. In questo il teatro non è lontano dal libro. Il dettaglio reale, la vicenda con cui entrare in sintonia sono per me la fonte primaria di ispirazione, l'input per la costruzione di storie che poi, magari, nel loro intreccio non hanno nulla a che vedere con eventi nei quali potrei rispecchiarmi. 
Da lettori, dinanzi a quale stile vi sentite più a vostro agio? E da scrittori?

22 commenti:

  1. Da scrittore, Luz... niente! Nessun romanzo, quindi...
    Da lettrice salto da uno stile stringato a uno più elaborato ed entrambi mi piacciono. Entrambi mi colpiscono anche se magari corde diverse.
    Uno stile più conciso mi fa pensare ad una storia più attuale, un giallo o una narrazione che comunque può essere vera vita. Mi ci ritrovo.
    Uno stile più ricercato mi soddisfa perchè mi dà il gusto della letteratura vera e propria anche se non classica magari.
    Dal primo stile voglio i fatti, la suspence. Dal secondo voglio il pathos, quel formicolio interiore che mi fa sognare.

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    1. Giustissimo, spaziare è sempre preferibile. Di solito leggiamo ciò da cui ci lasciamo "ispirare" in quel momento.

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  2. Anch'io, come Patricia, apprezzo sia lo stile scarno che lo stile ridondante. Ai due estremi, tra i miei preferiti ci sono "Storia dell'occhio" di Bataille che più scarno non si può e la Recherche di Proust con le sue frasi lunghe mezza pagina. Come scrittore credo di essere una via di mezzo.

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    1. Sono in effetti due fronti nettamente opposti, il che dimostra che ottimi scrittori sanno utilizzare stili inappellabilmente validi.

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  3. Questo è un discorso molto ampio e si potrebbe parlare per ore. Cercherò di limitare i dannixD
    Non sono una scrittrice, posso parlare solo da lettrice.
    Concordo che, per scrivere, prima si deve leggere, e tanto. Se non c'è la passione per la lettura, come si fa ad amare la scrittura? Chiunque affermi una cosa simile, secondo me, non sa di cosa parla. Innanzitutto per ragione di coerenza, in secondo luogo perchè la lettura è la palestra della scrittura.
    Detto ciò. Come nel tuo caso, sono una lettrice onnivora e spazio da un genere all'altro, da una parte del globo all'altra, da un'epoca all'altra. Ciò non significa che non sia selettiva, semplicemente, come lettrice, ho diverse esigenze, che un solo genere non riesce a colmare. Non posso e non voglio considerarlo un difetto, anzi, lo ritengo uno dei miei punti di forza di lettrice.
    Non posso neanche dire, proprio per questa ecletticità, di avere uno stile preferito. Credo che ogni cosa abbia un suo perchè, ed un suo momento. Probabilmente semplificherò di molto le cose, ma il valore di un libro lo trovo prettamente personale. Sarà poi il discrimine del tempo a decidere chi andrà avanti. La qualità oggettiva - tralasciando mere questioni grammaticali e stilistiche di base - non esiste, a mio parere.
    Credo che la prosa moderna sia figlia della nostra epoca, così come quelle dei secoli precedenti lo erano a loro volta. I romanzi si sono progressivamente stratificati e la prosa si è "ristretta", quasi come se lo scrittore lasciasse al lettore il compito di riempire l'opera con la propria soggettività. Nell'Ottocento, al contrario, la voce dello scrittore era forte e permeava tutta l'opera. Questo in termini assolutamente generali, ovvio. Un po' come l'arte, la scrittura di adesso a volte è strana e difficile da etichettare. Cos'è un capolavoro e cosa spazzatura? Per parte mia, ho una tecnica efficacissima e inoppugnabile, anche se molto soggettiva: il mio personale gradimento. E, come si suol dire, ai posteri l'ardua sentenza.

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    1. Il discorso del mutamento di stile parallelo alle epoche in cui si è sviluppato è validissimo, quasi proprio un suo corrispettivo dialettico fra l'uno e l'altro piano. Sei molto brava a esporre questa parte del tuo pensiero, attendo articoli da parte tua che siano veri e propri commenti sullo stile, perché davvero sei bravissima.
      Sulla qualità oggettiva dissento un po', perché la moltitudine di pubblicazioni di scarsa qualità ci svela molto a riguardo e ci induce a fare scelte precise (non leggerò mai un libro di Fabio Volo, non per partito preso ma perché non si confà al mio stile da lettrice). Forse però escludevi automaticamente la cattiva editoria.

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    2. Ti ringrazio:) In realtà è un discorso che trovo molto interessante, ma non credo di avere le competenze per approfondire un simile argomento in maniera soddisfacente e approfondita.
      In realtà io coinvolgevo anche la cosiddetta "cattiva editoria", proprio per il fatto che non mi sento in grado di descrivere un'editoria oggettivamente cattiva. Mi affido al mio gusto da lettrice e per questo mi rendo conto di quanto ogni cosa sia soggettiva. A parte degli errori di base su cui tutti concordiamo (la grammatica, per dire), il resto è spesso personale.
      Faccio un esempio. Prendiamo il famigerato Cinquanta sfumature di grigio. Io l'ho letto e non mi è piaciuto. Ci sono persone che, invece, l'hanno amato molto. Chi sono io per dire che la mia opinione deve avere una preponderanza sulla loro? Non ho qualifiche particolari per pretendere la ragione, e neanche lo voglio. A questo punto, la mia opinione personale viene subordinata alla collettività "letteraria", che deciderà che cosa, davvero, resterà nella Storia e cosa no.
      Poi, che dentro di me io pensi che determinati libri siano spazzatura è naturale. Ma alcuni libri che amo io sono spazzatura per altri, quindi mi mantengo sulla neutralità e aspetto di vedere gli sviluppi:)

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    3. Non riuscirei mai a essere garantista come te. :-)

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  4. Per imparare a scrivere occorre saper imparare a leggere... con me sfondi una porta aperta! L'anno scorso avevo acquistato una serie di pubblicazioni intitolate "Scuola del racconto" di Guido Conti che si compravano insieme a un quotidiano. Ogni pubblicazione verteva su uno scrittore e sul suo genere. Ad esempio c'era Checov, ma anche E.A. Poe per il racconto dell'orrore, Bulgakov per il racconto a tema sociale, Collodi per il racconto a tema politico, Andersen per la fiaba, e così via. L'autore analizzava, oserei dire "smontava", il racconto dello scrittore per capire come "funzionava"; e a più riprese sosteneva che è proprio questo scandaglio nel testo che serve, molto più che non le scuole di scrittura creativa su cui peraltro non aveva nulla in contrario.

    Come lettrice leggo sia le opere ponderose con frasi lunghe e articolate (alla Balzac) sia opere più snelle (Simenon). Quello che non mi piace è la scrittura sciatta, non tanto il contenuto o il genere che può differire molto. Proprio di recente ho letto alcuni racconti di Virginia Woolf che ti impernia una storia su un oggetto apparentemente banale - un abito nuovo a una festa - usando uno stile inimitabile; al punto che mi dicevo: "Ma come fa?" esattamente come quando vedi un attore di primo livello che recita.

    Come autrice penso di essere più vicina al fraseggio lungo ed evocativo, anche se cerco di non esagerare visto che il lettore vive nel XXI secolo. Il genere storico quasi mi impone di non essere troppo asciutta. :-)

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    1. Sai che l'esperienza di una scuola di scrittura, nella quale "smontare" il testo, mi piacerebbe moltissimo? Almeno come esperienza una tantum. Fermo restando che chi non sa scrivere non può imparare neppure con cento scuole e accademie, penso che lo studio mirato delle tecniche mi piacerebbe moltissimo. Ci sono molti manuali a riguardo, anch'io ne presi uno tempo fa e devo assolutamente tornare a leggerlo con accresciuto interesse.
      Tu che scrivi romanzi storici e testi per il teatro ambientati in epoche passate, fai bene ad accompagnare questa scrittura coerentemente allo spirito di quel tempo. Discorso che è applicabile ai mille aspetti di una narrazione. Penso ai film di genere storico e a quanto spesso registi di scarsa preparazione non aiutino gli attori verso movenze e atteggiamenti tipici dell'epoca.

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  5. Tu sai che non scrivo, assolutamente no! XD Posso dare un'opinione da lettrice che in passato ha preferito prima letture "scolastiche" e giovanili (non per i testi e gli autori in sé, ma per ciò che allora hanno rappresentato, da King a Hesse, passando per la sci-fi e i classici consigliati a scuola), poi è passata ai grandi autori moderni, poi contemporanei, al teatro... Oggi riesco a leggere veramente di tutto (che io ritenga di qualità e ben scritto oppure "gradevole e leggero", necessario al momento specifico). Per me questa non è stata un'involuzione ma un'apertura estrema: il mio essere "onnivora" è costato nel tempo impegno e passione per la lettura. Penso sia avvenuto ciò che, a livello di ascolto musicale, mi ha portata dai Nirvana e Lennon alla musica colta e poi al jazz. Però ci sono passaggi essenziali che a mio parere sono diversi per tutti noi: non avrei mai potuto arrivare ad oggi saltando qualche fase.
    Quello che conta è leggere molto e cercare di scegliere ciò che fa davvero per sé, senza riferirsi troppo o sempre alle mode o al passaparola, che è differente dall'accettare consigli o tenersi informati!
    E non ho neppure preferenze stilistiche devo dire, ma ad esempio non tollero le banalità e la sciatteria lagnosa e strappalacrime, i finti saggi che da un po' di tempo ci vengono propinati come seri, i romanzi furbi che cavalcano determinate questioni che fanno presa... ci siamo capite credo XD
    Leggendo il post ancora una volta emerge il tuo grandissimo amore per il teatro: si capisce che fa parte, profondamente, della tua persona.
    Ciao Luz ^^

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    1. Io ti immagino come una giovane ragazza sempre "famelica" di tutto ciò che può chiamarsi "cultura". L'essere stata onnivora oggi ti rende ricca di spunti, contenuti, desideri, passioni. Mi piace moltissimo il tuo spirito vivacissimo a riguardo.
      Sì, il teatro fa sempre più parte di me, e in questo periodo sto divergendo dalla recitazione per curare la regia e la trasmissione di valori legati al teatro. Mi sento come dentro una missione!

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  6. Leggo molto, prevalentemente saggistica quando sono in vacanza e quindi più ricettivo. Amo la storia, e mi muovo in quell'ambito, non disdegno però le analisi socio politiche. Sul fronte della letteratura sono veramente "onnivoro", i romanzi li sbrano per staccare e rilassarmi. Non ho timori reverenziali verso i grandi autori, a parte Shakespeare, Cervantes, Dostoevskij e pochissimi altri che ritengo irragiungibili, metto gli autori classici e contemporanei sullo stesso piano (sono un bestemmiatore, mi rendo conto. Pazienza). Se leggo un romanzo chiedo, pretendo, una bella storia che mi porti altrove. Gli autori che si guardano l'ombelico sfoggiando elucubrazioni stilisticamente perfette mi fanno arrabbiare molto se non mi raccontano qualcosa che mi smuove e mi fa emozionare. Non cito i romanzieri che prediligo perché rischio di dimeticare qualcuno, ma se dovessi rimanere l'ultimo uomo sulla terra con una buona scorta di Borges, Simenon, Pynchon, Steinbeck, Conrad, ecc, probabilmente incomincerei a soffrire di solitudine solo dopo moltissimo tempo. Non riesco a identificare uno stile da privilegiare, sono curioso quindi... Come lettore sono anche un amante della poesia, mia moglie mi prende in giro per le raccolte di Yeats che tengo sul comodino, ispessite, sbertucciate. Amate.

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    1. Dimenticavo, la parte del quesito che riguarda lo stile da scrittore la tralascio. Sono ancora nella fase dello scribacchino che va avanti per tentativi.

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    2. Mi piace questa tua visione generale e mi piace assai assai la tua umiltà da scrittore. Io pur non riesco a definirmi tale, e sono scribacchina come te. :-)

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    3. Grazie Luana, ma è solo prendere atto. Quando qualcuno mi definisce scrittore divento rosso e abbasso lo sguardo, proprio perché amo la letteratura mi sento un cialtrone. Post molto bello, emozionante, complimenti Luana.

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    4. Grazie, Max. Non so come, ma ti immagino alla perfezione. Un gigante che arrossisce e abbassa lo sguardo. Dai, non ho letto il tuo romanzo, ma da quello che so scrivi assai bene.

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  7. Non scrivendo, posso permettermi di parlare solo da lettrice. Personalmente sono una lettrice onnivora e leggo un po' di tutto: dai classici ai libri per ragazzi, dalle fiabe alle saghe fantasy, dai romanzi e biografie storiche alla letteratura orientale. Penso che, come per la musica e ogni forma d'arte, esista il buono e il cattivo in ogni genere, anche se rimango sempre fedele ai grandi classici. Dal mio punto di vista l'immedesimazione è fondamentale, per questo do molta importanza all'introspezione psicologica e tendo a non lasciarmi coinvolgere da storie che magari potrebbero anche risultare interessanti ma che mancano di profondità di sentimenti prediligendo le azioni. Il piacere della lettura è qualcosa di soggettivo e non mi sento mai di giudicare una persona perché ama leggere qualcosa che a me non potrebbe mai piacere, tuttavia noto spesso nei romanzi moderni una certa leggerezza che ai miei occhi tende a renderli meno apprezzabili dei mattoni classici che adoro, e proprio per questo a volte ho la tendenza a cadere nel pregiudizio.

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    1. Quasi fisiologico che non si riesca ad apprezzare la romanzistica moderna, o molta parte di essa, se si prediligono i classici. Per quanto non si voglia emettere giudizio, quanto piuttosto sospenderlo, riguardo alle milioni di copie vendute di Sfumature o Esco a fare due passi, il lettore di lungo corso sa, dentro di sé sa molto bene, che non può apprezzare allo stesso modo tutto quanto.
      Grazie per essere passata. :-)

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  8. Non sono uno scrittore, ma un lettore si, quindi come tale posso dire che anche se leggo un poco di tutto apprezzo preferibilmente quelle opere che contengano un convincente world building e quegli autori che riescano a far si che i lettori provino empatia con i personaggi.
    Un esempio che ti potrei fare è quello di Nagib Mahfuz e la sua Trilogia del Cairo.

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    1. Del resto, la scrittura esige cura e questa definizione di "word building" la descrive alla perfezione. O era "world building"? ;-)

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  9. Si Ho sbagliato termine.
    Gentile ad avermelo fatto notare con tanto tatto. ;-)

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