Cari e care blogger, eccoci alla seconda fase del gioco.
Sono arrivati sei explicit, i concorrenti si sono lasciati ispirare da tutte le immagini presenti.
Come da regolamento, gli explicit in gara, pubblicati con riferimento all'immagine che ha ispirato la scrittura, sono qui di seguito elencati in ordine di arrivo e senza rivelarne l'autore/l'autrice, per mantenere il più possibile neutralità nel voto.
⚠️ Ricordo a TUTTI i partecipanti di inviare la propria doppia preferenza (pena l'esclusione dal concorso) e raccomando a tutti coloro che leggeranno, partecipanti e non, di diffondere il post e invitare a inviare il proprio voto a tutti coloro che avranno il desiderio di eleggere l'autore/l'autrice dell'explicit migliore.
❗❗❗Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL'EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 9 di MARTEDI' 30 GIUGNO. Email: libriavela@gmail.com
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| Immagine 1 |
EXPLICIT 1
C’è poco da dire: lei pallida, quasi raggomitolata sul sedile, come assente, io in piedi a fissarla in un equilibrio reso precario dagli scossoni del vagone e dalle turbolenze del mio cuore. Non una parola tra noi per tutto il tragitto, del resto abbiamo sempre parlato poco, ci siamo nutriti soprattutto di silenzi e di sguardi. Un’intesa che credevo perfetta, ora mastico e rimugino parecchi dubbi come un pasto indigesto.
Tra poco sarà la sua fermata, una sentenza già scritta. Ci scambieremo di sicuro un cenno di saluto e forse avremo un fuggevole rammarico negli occhi. Dovrò superare l’insidia dell’istante, l’istinto devastante di seguirla quando scenderà o di trattenerla per un braccio, aspetta, parliamone. Ma parole così inutili sarebbero una beffa. No, nessuna parola, mi basterà tacere restando immobile come un bonzo tibetano, poi tutto sarà finito.
EXPLICIT 2
Il treno correva ormai da ore. Nel vagone il tempo sembrava essersi assopito tra il lieve oscillare delle carrozze e il sommesso brusio dei passeggeri. Nessuno faceva caso a quella donna seduta accanto al finestrino. Lei stringeva la borsa al petto con entrambe le mani, quasi custodisse qualcosa di fragile. Non un ricordo. Non un rimpianto. L'unico frammento di futuro che aveva deciso di salvare. Sotto la tesa del cappello gli occhi restavano nascosti a metà. Non erano occhi impauriti.
Erano gli occhi di chi aveva attraversato il dubbio e ne era uscito con una certezza. Fuori, il paesaggio continuava a scorrere. Dentro, tutto si era già fermato. La decisione non l'aveva presa su quel treno. Il viaggio era servito soltanto a darle il tempo di riconoscersi nella donna che aveva finalmente scelto di essere. Quando il convoglio rallentò, non si mosse subito. Rimase ancora un istante sospesa nel tempo, mentre gli altri continuavano il loro viaggio senza sapere che, accanto a loro, una vita aveva appena cambiato direzione. Poi sollevò appena il viso. Per la prima volta, nessuno stava decidendo per lei. Quando il treno si fosse fermato, ogni cosa sarebbe accaduta alle sue sole condizioni.
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| Immagine 2 |
Explicit 1
Salgo qui da anni in questo luogo amico ed aspro per incontrare sguardo di vento, e trovare centro. Silenzio assoluto. Pace infinita. Vuoto che chiama e invita.
Mi arrampico tra i sassi e gli sterpi che mi graffiano le gambe e mi siedo a spalle diritte, senza appoggiarmi alla parete della torre che domina e guarda attonita lo scenario di montagne e valli tutto intorno. E sto ferma. Immobile.
È quando sono qui che accade il miracolo. È il vento che lo compie. Lui arriva puntuale, perché ci siamo dati appuntamento, si alza, soffia piano, almeno all’inizio, e poi si impenna e si fa mossa audace e così comincia a scompigliarmi, mi arruffa pensieri e sensazioni, sconvolge senza riguardo l’assetto ordinato e prevedibile della mia vita, ci mette dentro suggerimenti sottili e suggestioni inedite e mi restituisce un’ispirazione creativa, una sequenza imprevista, o più spesso una rivelazione, una promessa, una sorta di presagio.
È già accaduto più di una volta, nelle ore morbide dell’alba silenziosa o della sera quando il sole discreto si fa da parte, e ormai so che questo incontro di aria e luce mi porterà annunci segreti e disegnerà futuro.
Sto qui in attesa complice ed aspetto che il vento faccia il suo lavoro. Mi faccio cava di parole e di domande e, mentre i capelli si lasciano stropicciare e scompaginare, io ascolto.
Questa volta ho sentito un piccolo tremito nel ventre e il cuore si è stretto in un brivido di gioia. Una vibrazione improvvisa e involontaria che bussa ad essere ospitata.
Ecco, un’allusione di vita è arrivata, va solo segretamente custodita.
Ora posso riprendere la via di casa, in discesa, sorridermi e fare spazio a ciò che sta arrivando a portare meraviglia. E scombinare definitivamente qualsiasi ordine.
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| Immagine 3 |
EXPLICIT 1
Berto dopo il lungo viaggio si sedette sulla panchina sotto il glicine a riposare.
Guardò con occhio distratto lo sfacelo della casa dei suoi nonni. Muri scrostati, vetri infranti, erbacce ovunque e tanta desolazione. Solo il glicine sembrava non aver sofferto l'abbandono.
Era riuscito a tornare dalla guerra senza danni ma non riconosceva il luogo della sua infanzia.
Immaginò che doveva ricominciare da capo.
EXPLICIT 2
Alla fine Enzo era ritornato alla vecchia casa, quella degli ultimi anni con Giulia, prima della malattia, del ricovero, della fine. Una casa abbandonata che lo aveva come chiamato a lungo, che leccava ferite tenendo le cicatrici per sé.
Era forse solo il desiderio di restituire e restituirsi un’anima.
Oltre la portafinestra ormai senza quasi più vetri, il cortile aveva ingoiato tutto.
Enzo non entrò subito, rimase prima seduto fuori, come soggiogato, vuoto.
Contava i respiri come faceva in ospedale quando i monitor rallentavano quelli di Giulia. Ma una volta entrato l’odore non era stantio, ma di tempo fermo; iniziò proprio da quell’infisso malmesso a raccogliere vetri, ogni scheggia gli ricordava una notte a vegliare, una frase non detta, una mano che non aveva coccolato abbastanza, li mise in un secchio e il suono sordo sembrò vagare irreale per le stanze.
La chiamò per nome la prima volta dopo tre anni trascorsi fuori, lontano, da un figlio quasi estraneo.
Comprese allora che riportare un’anima non era ricostruire, era accettare la crepa e fare entrare aria.
Prese un chiodo e un martello per appendere una foto di lei, di loro due al mare.
Appesa storta, come la sua vita, ma appesa.
E per la prima volta la casa smise di leccare ferite e cominciò ad abitarle.
Rimise a posto la porta con l’aiuto di un falegname, e quando l’ultimo cardine fu al suo posto e i vetri di nuovo intatti, Enzo aprì per far guardare dentro, per riconciliarsi col rumore del paese, del chiasso vivo, risistemò una brandina e dormì lì, senza incubi.
Sognò Giulia che gli diceva: “Lo vedi che lo spazio c’era?”. Al mattino piangeva lacrime salate e iniziò a parlare alla casa, e lei rispondeva con gli spifferi e le loro eco, le travi che si assestavano, era il nuovo loro dialogo, con Giulia sorridente dalla sua sedia, con la tazza in mano.
La crepa la lasciò, da lì entrava nuova luce.
EXPLICIT 3
Tornò in quel cortile e si sedette sulla panchina di fronte all’uscio diroccato della sua vecchia dimora; la schiena incurvata sotto il peso del cappotto che non scaldava più. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto fosse lì: i minuti si allargavano in un tempo senza misura e i ricordi erano ancora intatti, anche se provenivano da stanze vuote, non più abitate dalle voci di bambini e dal canto di una madre che della leggiadria aveva fatto il suo stile di vita. Poteva ancora sentire il cigolio della sedia mentre lei vi si accomodava, il fruscio della gonna di cotone, il tintinnio ritmico dei ferri da calza e l’odore del caffè che usciva dalla porta aperta.
Era tornato per rivivere quei dettagli invisibili.
La ghiaia del vialetto scricchiolò al passaggio di una ragazza, con uno zaino sulle spalle e un libro stretto al petto. Sfiorò il muro della casa: una scaglia di intonaco si staccò e cadde a terra, poi si voltò verso la panchina. Per un istante i suoi occhi si fermarono lì, senza trovare nulla, eppure si strinse nel suo cappotto, come se un brivido di freddo l’avesse improvvisamente attraversata. Si accomodò accanto all’ombra proiettata dall’albero e mentre gli ultimi raggi di sole filtravano tra le foglie, disegnando trame geometriche sul pavimento di pietra, lui continuò indisturbato a vegliare. Fino a quando ci fosse stata anche una sola pietra a ricordare il profilo di quella casa e la vita che l’aveva animata, sarebbe rimasto seduto su quella panchina, eterno custode di un amore che perfino la morte non aveva avuto la forza di cancellare.
Scadenza: martedì 30 giugno, ore 9
Email: libriavela@gmail.com




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