domenica 21 ottobre 2018

La sfortuna di essere "nativi digitali".

Boy reading adventure story (N. Rockwell)
Oggi è domenica, quindi giorno in cui capita di bighellonare fra gli scaffali della libreria per spolverare, curiosare, perfino rendersi conto di libri del tutto dimenticati (quando sono impilati in doppia fila, scompaiono alla vista per molto tempo). 
Quando ebbi una casa tutta mia, non portai via dalla casa dei miei genitori tutti i miei libri d'infanzia. Saranno rimasti sepolti negli scaffali più in alto o portati in garage ad ammuffire. Ho con me quelli più cari, come Le mille e una notte, per dirne uno, regalatomi quando ero bambina. 
Se rifletto sulla fortuna di non essere una nativa digitale, penso anche a quanto noi, entrati negli "anta" da un po' o al massimo i trentenni, abbiamo potuto apprezzare questo oggetto preziosissimo che è il libro
Sì, da insegnante guardo tutti i giorni alla difficoltà dei ragazzi di amare i libri, la fatica che fanno nel leggere (attività che non è di per sé facile, come ho scritto qui), la fatica che impieghiamo noi nell'avvicinarli al libro, questo sconosciuto. 
Per quanto sia uso affermare il contrario, sono fermamente convinta che i ragazzi nati nell'era digitale non siano stati fortunati.
Si sono persi qualcosa.


Se guardo ai miei anni d'infanzia e adolescenza, ricordo per esempio la fatica di fare una ricerca: consultare l'enciclopedia era abituale, allo stesso tempo dovevi riassumere il contenuto per riportarlo sul quaderno, non è roba da poco. Dovevi seguire i tg per tenerti aggiornato, una volta al liceo ci diedero dei grafici da costruire sulla base delle previsioni del tempo. Sviluppavi competenze
Questa parola oggi ricorre in tutte le nostre programmazioni scolastiche, ci aggiorniamo sulle competenze con corsi specifici, il ministero ci prende per il collo e ci trascina letteralmente a essere "competenti nel fare acquisire competenze". 
Io ancora non ho ben capito come coniugare uso del digitale e competenze. Già, perché per quanto i mezzi siano ipertecnologici (oggi si possono creare anche classi virtuali e lavorare "rovesciando" i sistemi più comuni), mi dico: o non siamo pronti per mettere in atto un progetto del genere o semplicemente non lo sappiamo fare. 
I ragazzi possono lavorare a casa sul pc, ma lo fanno davvero? Quanto è farina del loro sacco quello che presentano e quanto di un loro genitore che spesso e volentieri si sostituisce al pargolo in difficoltà? Insomma, non mi fido. Noto che i ragazzi più vengono veicolati verso il digitale più sembrano inebetiti, incapaci di astrarre, di seguire un percorso coerente. 
Per farla breve, credo ancora nei vecchi metodi. 
Leggere libri è fondamentale, hai voglia a studiare le strutture grammaticali sullo splendido cd rom allegato al testo in uso. Mettere qualche crocetta o riempire insiemi su un pc non ti insegna a parlare, a elaborare, a capire un bel niente. Insomma, non trasmette competenze. 
Credere ancora nei vecchi metodi significa far leggere libri, far fare il quaderno di geografia con tanto di cartine, grafici e riassunti, far vedere documentari, film, dibattere in classe, farli scrivere temi partendo da un'ipotesi, farli preparare su un discorso che non trascuri alcuni punti. 
Pertanto, confesso: il digitale ha poco spazio nel mio mestiere
Credo in un apprendimento "artigianale", faticoso, senza scorciatoie. Il resto può essere "un di più", ma non può sostituirsi all'attività che veramente li porti a delle competenze. 
I nativi digitali sono svegli, è vero, ma su versanti che fanno bruciare loro le tappe e tolgono il gusto della conquista. Io conosco bene quelli fra gli undici e i quattordici anni, a scuola, e fino ai diciassette a teatro. 
Noi siamo stati quelli della tv commerciale, di Mimì Ayuara, tutt'al più, ma abbiamo conosciuto i libri, li abbiamo attraversati, vissuti e il nostro immaginario si è formato su di essi. 
E prima e dopo ci siamo persi dietro il coniglio bianco fra le pagine di Carroll, tra i flutti con il capitano Achab, dietro alle tigri di Mompracem, fino a camminare nella brughiera al fianco di Catherine e Heathcliff e tanto tanto altro. 
L'ultimo scampolo di generazione che ha potuto restare fuori dall'ondata digitale, i millennials dei Novanta, ragazzi quando uscirono le saghe di Tolkien e della Rowling. Poi, il nulla. 

Cosa pensate a riguardo?

45 commenti:

  1. I più cari a caldo sono: Piccole donne, piccole donne crescono, il libro cuore, il piccolo principe.

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    1. Pietre miliari dei primi approcci alla lettura. :)

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  2. Argomento interessante.
    Come te, faccio parte della generazione vintage. Ricerche su enciclopedie, o addirittura in biblioteche a richiedere informazioni (cosa comunque che mi sono portato fino alla mia prima tesi: mi feci arrivare un testo dalla Galizia con lo scambio interbibliotecario... mortacci loro).
    Non demonizzo il digitale, anzi: per me dovrebbe però offrire un plus rispetto al libro in sé:audio, video, immagini.
    Anche gli e-book, per dire, dovrebbero essere opere già a monte pensate per apparire cross/multi-mediali.

    Moz-

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    1. Infatti la sfida vera sarebbe fare del digitale un supporto, nulla di più.
      Digitalizzare i dati è stato il grande passo avanti della gestione di aziende, di enti, impossibile non riconoscere il grande contributo nello sveltire procedure. Ma l'apprendimento è un'altra cosa.
      Purtroppo tanti bambini sono messi dinanzi ai tablet fin dalla nascita.
      L'era digitale va verso di loro, li fagocita totalmente.

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    2. Eppure vedrai, si riscoprirà presto il bello della carta, anche per moda :)

      Moz-

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    3. In fondo, non è mai tramontata. Meno male! :)

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  3. Non ho ancora capito se io ami il digitale oppur lo odi. Da una parte lo trovo utilissimo e veloce -vedi la possibilità di conoscere persone belle come te ed averci un rapporto di stima reciproca-; forse i tuoi alunni lo sanno sfruttare per richerche che a me farebbero venire il mal di testa, per cui le rifiuto, ma certe volte mi trovo a pasticciare senza venire a capo di nulla e dopo un po' quasi ho dimenticato cosa io stavo cercando. Forse è un segno del rimbambimento che minaccia un po' tutti quelli della mia generazione, ma io adoro leggere e scrivere a mano. Sì, lo confesso: io ho bisogno del mio quadernone da 100 fogli quadrettati e della mia fedele Parker per scrivere cose di un certo spessore. Le bazzecole le si può scrivere anche fuori di casa, anche direttamente col computer, oppure come diceva il mio glorioso papà, infilandosi il cannelo di una penna nel sedere, e sono tanti oggi quelli che scrivono così, ne sono sicuro.
    Lieto di sentirti in piena forma Luana.

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    1. Ciao, Vincenzo, felice di leggerti.
      Se guardo all'aspetto della comunicazione veloce, la possibilità di crearsi un blog, di approfondire argomenti, se insomma il digitale arriva dopo una formazione vera, allora va tutto bene.
      Il punto è che proprio l'apprendimento a restarne penalizzato.

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  4. Sono anch'io negli "anta" (e da un bel po') e ricordo con nostalgia quei lunghi pomeriggi i biblioteca a fare ricerche; o quelle casa, su quell'enciclopedia che i miei genitori mi acquistarono con mille sacrifici.
    Oggi non disdegno i nuovi mezzi, anzi ne faccio largo uso e li apprezzo proprio perché finalmente mi facilitano la vita, ma mi chiedo come possa essere d'aiuto nell'apprendimento il fatto di poter avere tutto e subito.
    Oggi ci metti due secondi a "copiaincollare" intere pagine e, se proprio non sei fesso, riesci probabilmente anche a farlo senza farti sgamare.
    Il nostro "copiaincolla", nel suo essere grezzo, qualcosa comunque ti costringeva perlomeno a leggerli i testi che inserivi nelle tue ricerche.
    Mi immagino che tra due o trecento anni Wikipedia venga dichiarato patrimonio dell'umanità, da generazioni non più in grado di pensare con la propria testa.

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    1. Anch'io avevo una di quelle enciclopedie, comprate con mille sacrifici. Ancora oggi si trovano da mia madre, consunte dall'uso e dal tempo. Ci sono affezionata. Ci ho trascorso ore e ore del mio studio a leggere e riassumere. Ecco, è parte fondamentale della formazione.
      Speriamo che tutto questo digitale non faccia troppi danni. :)

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  5. Come hai appreso leggendo il mio post io ho già superato i cinquanta e sono cresciuta leggendo libri di carta. Il mio libro del cuore è appunto Il libro cuore, ma anche Piccole donne e Jane Eire. Ho imparato a leggere sfogliando le favole illustrate e i fumetti e ho passato tanti pomeriggi in biblioteca a fare ricerche consultando le enciclopedie. Ancora adesso annusare un libro di carta mi riporta dolci sensazioni del passato. Però apprezzo molto il digitale, soprattutto poter leggere gli eBook che mi fanno risparmiare tanto spazio in casa, anche se, in certe occasioni, apprezzo ancora il libro di carta. I nativi digitali forse perdono qualcosa ma credo che non se ne rendano conto, i non nativi digitali possono però indirizzarli per farli ragionare su come certe dinamiche sono cambiate e sull'importanza della conquista con fatica...

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    1. Io devo ancora riprendermi dall'aver saputo la tua età. :)
      Eh sì, ci siamo formate sul "cartaceo" e anch'io non disprezzo i libri digitali, anzi. Sono in particolare molto comodi per la vista, non mi sento di perdere qualcosa leggendo un ebook.
      Va da sé però che non rinuncio ad acquistare libri in formato cartaceo. Voglio che la mia biblioteca continui a essere alimentata, anzi.

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  6. io penso sempre, a questo proposito, cose del genere: i nativi digitali sono svegli, i mezzi a disposizione oggi sono eccezionali, ed è tutto vero ma poi qualcuno mi dovrebbe spiegare come mai c'è in giro così tanta ignoranza o mancanza di informazione. Lo si constata ogni giorno e un po' in tutti i campi, da quelli che discettano sul DNA ("ce l'ho nel DNA", le indagini dei RIS dei Carabinieri...)ma poi storcono il naso su Darwin, o magari quelli che dicono che la Terra è piatta parlando nel telefonino (succede veramente). Il peggio è in politica, perché la gente va a votare compatta e granitica per ladri conclamati e condannati... (eccetera)

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    1. Mah, forse è meglio fare un distinguo.
      Mentre i nativi digitali sono nati appunto in un'era in cui la comunicazione ha subito uno stravolgimento, noi non nativi siamo digitali di ritorno, quindi siamo stati investiti in pieno dall'ondata e in moltissimi non sanno gestirne le potenzialità.
      Il problema è la formazione. È un problema vero e proprio. Anzi, direi IL problema.

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  7. I nativi digitali sono multitasking, riescono cioè a fare più cose contemporaneamente e a recepire velocemente le informazioni. Nello stesso tempo hanno perso diverse competenze: la riflessione, l'attenzione, la perseveranza e una bella dose di immaginazione, anche se a uccidere quest'ultima penso sia stata la televisione più che il computer. La lettura in genere, anche in ebook, potrebbe nutrire questa parte ormai carente. Bella riflessione, grazie Luz;)

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    1. Grazie a te per aver apprezzato. :)
      Sulla velocità del loro pensiero, nulla da eccepire. Noi nativi "analogici" siamo però diventati veloci una volta a contatto col digitale. Ma nessuno ci ha tolto il pregresso, una formazione vera.
      Come scrivi molto bene tu, i nativi digitali si sono persi molte molte cose.

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  8. Penso che i tuoi ragazzi siano fortunati ad avere un'insegnante come te . Non sono luddista né contraria alla digitalizzazione ma per l'affermazione del sapere e non della velocità Quando ho un libro in mano posso immergermi nella storia e apprezzarne ogni risvolto posso cogliere il ritmo e il suono delle parole scoprire il significato di quelle sconosciute magari cercando su Google. Si tratta può tenere insieme tradizione e novità ma solo se sono chiari i valori di Nella scuola di oggi questo equilibrio è a rischio Anche nella formazione professionale e nell'aggiornamento continuo a si lavora da remoto E il risultato è che nessuno sarà chi fossette Achab e soprattutto con chi ce l'avesse Melville e perché . Tieni duro. Buona giornata

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    1. Sì, non resta che tenere duro, anche perché sono chiamata a insegnare una materia fondamentale per la loro formazione culturale e ideologica. Almeno devo dare un primo avvio a questa importante parte del loro percorso di vita.
      Mi piace il tuo pensiero, perfettamente in equilibrio, lo condivido pienamente.

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  9. Purtroppo concordo. La mia biblioteca da ragazza è ricca di titoli vari. Da Marco Polo a Cuore a Piccole donne al Conte di Montecristo in una sfilza inesauribile. Ci sono cresciuta assieme perché prima che mi arrivasse un libro nuovo in regalo ne rileggevo uno vecchio diverse volte fino a conoscerlo a menadito.
    Dei miei figli nessuno dei due ama leggere, nemmeno ascoltare se leggo io. Si annoiano subito, trovano tedioso e inutile, quasi una perdita di tempo rispetto a tutto ciò che invece è tecnologico. Non dico la mia frustrazione. Eppure è così, appartengono alla generazione digitale che ne ingoia le voglie e i sogni condizionandoli non poco. Quoto in pieno il commento di Rosalia sopra. Noto le stesse precise carenze.

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    1. Non si può negare che i non amanti della lettura ci siano sempre stati.
      Mi ricordo che io e pochi altri sia alle medie che al liceo, costituivamo una labile eccezione ai tanti pigri che non aprivano volentieri un libro. Ma diamine, non c'era altra distrazione che le partite la domenica o la palestra, o qualche attività collaterale alla scuola. Oggi non solo hanno ciò ma continuamente la distrazione di cellulari e altro, e molti guardano i propri genitori fare la stessa cosa, ahimè.

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  10. Sono d’accordo con tutto quello che dici: ho due figli di quell’età lì e mi accorgo quotidianamente di quanto sia naturale per loro tenere il po acceso durante lo studio. Non usano nemmeno il vocabolario di greco e latino (frequentano, come sai, il liceo classico), perché c’è un magnifico traduttore on lìne che risolve tutto in pochi secondi e ti disabitua alla ricerca delle parole su un testo cartaceo. Per loro fortuna sanno tradurre le versioni, ma mi raccontano di compagni che le copiano interamente da internet e poi, ovviamente, nei compiti in classe sono un disastro. I professori lo sanno, si oppongono, ma come contrastare un’abitudine che toglie tutte le difficoltà con un click?

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    1. Ecco un punto dolente: la quantità di cose che trovano belle e fatte in rete. Uno dei motivi per cui non faccio scrivere recensioni da portare da casa quando leggono "il libro del mese" è proprio il sospetto (li sgamo molto facilmente) che quello che portano sia semplicemente scopiazzato dalla rete. Una volta, a meno di non avere il compagno che puntualmente ti passava tutto, ma non credo che ci sia stato chi si sostituisse totalmente, dovevi produrre di tuo.
      Poi senti questa. Stamattina ho parlato con due genitori che confessavano con molto garbo e atteggiamento da richiesta di aiuto che il loro figlio ha scritto per cinque anni testi alle elementari in stampatello. Non lo hanno indotto, portato, aiutato a scrivere in corsivo (io l'ho già messo sotto a fare l'esatto opposto, ovviamente) e spesso gli hanno permesso di stampare da internet ricerche e spunti per poi incollarli sul quaderno. Praticamente tutto da rifare.
      Il pargolo è dotato di grande volontà, quindi me la caverò. Ma questo è solo un esempio di come in certe classi non si lavori bene, non li si aiuti, non li si formi. Noi li riceviamo con cinque anni già alle spalle. E per molti quel che è fatto è fatto.

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  11. Beh, in realtà penso che anche loro leggano, magari tramite ereader o direttamente su tablet. Però, certo, hanno dei nuovi riferimenti. Non conoscono Salgari o Verne, però sicuramente leggono "Harry Potter", ignorano chi sia Tom Sawyer però magari hanno adorato Geronimo Stilton... Direi che ogni epoca ha i suoi libri di riferimento. Per noi è difficile abituarci all'idea che i "libri" come oggetto fisico vadano scomparendo, però ciò che conta è che esista il loro contenuto: se viene letto su un tablet anziché su cartaceo, ciò non toglie che il contenuto entra comunque nella mente di chi lo legge.

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    1. Non credo che tu abbia afferrato pienamente quello che ho inteso dire con questo post, scusami. :) Non denigro certo la diffusione del sapere in digitale, anzi.
      Magari leggessero gli ebook, magari facessero delle risorse digitali uno strumento serio e vero della costruzione della loro formazione. Non è così. Purtroppo per la stragrande maggioranza degli alunni. Non sono in grado neppure di utilizzare proficuamente quegli strumenti. Non leggono a prescindere. E la didattica per competenze ci spinge verso un uso del digitale che spesso invade troppo il loro campo d'azione.

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  12. Daniel Pennac, Come un romanzo, l'hai letto?
    Sebbene sia vecchio, del 1992 la prima pubblicazione quindi di sicuro esclude i millennials, trovo sia illuminante. Me lo rileggo ogni anno, tanto è breve, per tenere il focus sul perché si legge, senza obbligo alcuno.
    Per quanto riguarda il digitale, nel tuo discorso mi sembra di sentire mia nonna quando io andavo a scuola. "Cosa sono tutti questi libri? All'epoca mia c'era solo il Sussidiario, c'era tutto, bastava e avanzava, il resto lo diceva il Maestro!"
    E anche quando andavo a scuola io c'erano le mamme casalinghe che facevano i compiti al posto dei figli, che poi però da soli non riuscivano a bissare il gran risultato. O chi aveva la Grande Enciclopedia Treccani 70 volumi e alla fine non ne cavava un ragno. Da questo punto di vista non è cambiato nulla, il digitale è solo uno strumento, ogni epoca ha il suo. (e noi in Italia siamo anche parecchio indietro poi!)

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    1. Ho letto e consultato anch'io spesso Come un romanzo di Pennac, che consiglio per altro a scuola. Serve per sdrammatizzare, sì, ma è un'ottima riserva di suggerimenti sul perché amare i libri, sul come si fa ad amarli. Non richiama l'attenzione solo sul diritto di non leggere. Il diritto di non leggere sarebbe deleterio alla loro età, problematico e distruttivo.
      Come ho scritto in diversi post del blog, il lavoro dell'insegnante di Lettere oggi è diventato doppiamente difficile. Siamo chiamati a partecipare in modo fondamentale alla formazione. Non è che dobbiamo imporre la lettura come fosse un autodafé, finirebbero per odiarla. Ragion per cui offro un panorama di letture del tutto consone alla loro età. Ho elenchi appositi, proprio perché è materia delicata e deve essere maneggiata con cura.
      Alla fine, non si avranno lettori forti ma almeno due o tre per classe che continueranno a leggere abitualmente e per gli altri, conterà perlomeno l'esperienza di aver letto qualcosa.
      Riguardo al fatto che ti ricordi tua nonna, Barbara, forse ti è sfuggito il nucleo del mio discorso. Non aborro il digitale, anzi. L'era digitale offre opportunità innegabili. Basti pensare alla circolazione di idee, saperi, e la possibilità di afferrarli al volo. Posso dire tranquillamente che senza l'era digitale non avrei saputo dell'esistenza di alcuni libri, per farti un esempio.
      Nelle nostre aule ci sono lavagne interattive, le Lim, che adoperiamo abitualmente, a corredo delle nostre lezioni, al termine di un "modulo", e molto altro. Il registro elettronico permette una panoramica a 360° delle attività e sveltisce la comunicazione scuola-famiglia.
      Io stessa presento per il secondo anno il progetto "Giornalino 2.0", un blog per la condivisione di idee e la presentazione di attività varie.
      Non credo che tua nonna l'avrebbe presa allo stesso modo. ;)
      Ieri, come oggi, ci sono mancanze, lacune che si cerca di colmare. I pigri esistevano un tempo come oggi, ma è cambiato quello che nel nostro mestiere si chiama "ambiente di apprendimento". Le tecnologie trovano ampia diffusione, ma non riescono, dati alla mano, a sopperire, o a sostituire del tutto, una didattica basata su metodi "tradizionali", se vogliamo chiamarla così. Non si può prescindere dalla lettura di libri, dal tema, dal riassunto, dal riempire quaderni, da tutto ciò che possiamo definire "lavoro artigianale" per imparare.
      La tecnologia poi accorre come completamento. Così intesa, può funzionare. Anzi direi che avvicina l'alunno, nativo di questa era, con il sapere. Ma se non passi da quei metodi, non ce la puoi fare.

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    2. E allora se conosci il saggio di Pennac, sai anche di quel professore che invece di dare titoli da leggere, li legge direttamente in classe. Senza farli leggere agli alunni che scorrerebbero semplicemente le parole trasformandole in suoni sterili, ma leggendoli in prima persona, con la passione e l'entusiasmo che la lettura stessa gli suscita. Non c'è nulla di meglio che l'esempio. Se la lettura è un piacere, dimostrarlo. Se la lettura è un divertimento, divertirsi leggendo. Questo sulla lettura.
      Sul digitale, per come la descrivi la tua scuola è già avanti, qui le Lim sono spente perché i professori ci hanno cacciato dentro i virus con le chiavette usb portate da casa, e costa troppo farle aggiustare. Gli ipad dati in carico ai professori non di ruolo dell'anno prima non sono ancora stati restituiti alla scuola. Poi non si capisce come il Ministero assegni alla materia Informatica insegnanti che non sanno nemmeno come accenderlo un computer, glielo accendono i ragazzi.
      Sono d'accordo che ci voglia un minimo di lavoro artigianale (a parte che pure ai miei tempi c'erano le recensioni dei romanzi già pronti, i libri dei temi già prionti, i riassunti già fatti, i bignami di ogni materia e classe, pure in biblioteca!), ma vediamola anche dall'altra parte: la scuola prepara alla vita e al mondo del lavoro, e nel mondo del lavoro anche il semplice operaio oramai deve sapersi barcamenare con la tecnologia.
      Pensa poi a come potranno essere tra trent'anni i nativi digitali che si ritroveranno a loro volta ad insegnare!

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    3. Ma questo lo faccio già tutti i santi giorni, Barbara. Con me sfondi una porta aperta. La lettura drammatizzata in classe, citazioni di libri che sto leggendo io stessa, lettura di poesia, brani a memoria. Restano come incantati, ma il solo ascolto non basta e ci vorrebbe un lettore a loro disposizione attaccato alle calcagna.
      Quanto al resto, se ci sono scuole dove i prof mandano i materiali digitali in tilt rendendoli inservibili, che posso farci, evidentemente la gestione a monte, oltre all'uso a valle, non è delle migliori, ma questo non smentisce il mio discorso.
      Ai nostri tempi c'erano i "Bignami" ma è ben diversa cosa dal potere di un clic sulla tastiera o su uno smartphone, dove con un gesto ti si spalanca il mondo. Il problema discusso in questo post è all'ordine del giorno nelle discussioni non solo fra insegnanti ma anche fra genitori e insegnanti. Moltissimi chiedono più lavoro a casa, perché non scrivono, non leggono, stanno sfuggendo a quelle abilità fondamentali per crearsi un'identità. Sai in quanti arrivano in terza media senza un'idea di cosa intraprendere alle superiori? In molti non sono coscienti sulle proprie capacità, molti altri non colgono i limiti delle loro capacità.
      Il fenomeno non è nuovo di generazione in generazione, quello che sto cercando di dirti è che è esponenzialmente peggiorato.

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    4. ... aggiungo: proprio ora, in tempo reale, mi arriva messaggio. Te lo riporto.
      "Buonasera professoressa, mi scusi il disturbo ma le volevo chiedere se per lei andrebbe bene se leggessi il libro del mese tramite e-book".
      Sììììì !!! Basta che tu legga!!!

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    5. Ecco. Col cavolo che alle superiori io potevo permettermi anche solo di telefonare (non c'erano nemmeno i cellulari) alla professoressa!! :D

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    6. Infatti, ben venga! Se hai compreso il mio discorso, non si riferisce alle opportunità offerte dalla comunicazione veloce. Mi dispiace che non ti arrivi il senso di questo post.

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  13. Sono in una scomoda posizione intermedia: da una parte sono convinta che ogni tempo abbia suoi strumenti e suoi modi per sviluppare l'essere umano, dall'altra... quando dici "che peccato!" non posso fare a meno di pensare che sì, è davvero un peccato che alcune cose siano andate perdute, o quasi.

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    1. Che ogni tempo abbia i suoi passi avanti, come dimostra la Storia dalla rivoluzione scientifica del XVII secolo a oggi, è un fatto conclamato e positivo.
      La gestione di queste opportunità è purtroppo sbagliata.

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  14. Per il mio esame di Storia della Stampa e dell'Editoria ho studiato un testo sulla nascita della stampa e sulla sua rivoluzione "inavvertita" - dai contemporanei, beninteso. Nelle conclusioni il saggio paragonava proprio la nascita della stampa a caratteri mobili, stupefacente per rapidità di produzione e di circolazione, con quello che sta accadendo ora, e ne condivido appieno le conclusioni. La vera differenza sta nel cambiamento del supporto (digitale) e non nei contenuti, perché il supporto del testo genera significati differenti nel fruitore. La volatilità fisica del supporto induce a un'equivalenza tra volatilità = facilità = poca importanza, mentre la consistenza del libro genera concretezza e attenzione. Non c'è niente da fare, a parità di contenuto la fruizione di un libro, sia esso per lo studio o per diletto, è differente.
    Posso dirti che, osservando mio figlio o anche i miei compagni universitari, per quel poco che ho frequentato, è che sono rapidi nell'apprendere, ma facilmente distratti e non reggono a due ore di lezione senza tirar fuori il cellulare o il tablet e fare altro; e sanno collegare e argomentare poco.
    Al tempo stesso mi chiedo se la nostra non sia la classica reazione della generazione precedente rispetto alla "novità". Voglio dire, persino coloro che anticamente appartenevano a una cultura di trasmissione orale, e quindi mnemonica, aveva pronosticato l'imminente stupidità del genere umano con l'avvento della scrittura. Sostenevano che nessuno avrebbe più studiato e ritenuto a memoria il sapere.
    Anch'io comunque facevo le ricerche con forbici e colla, che bello! :)

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    1. "Al tempo stesso mi chiedo se la nostra non sia la classica reazione della generazione precedente rispetto alla "novità"."
      E questa è la mia sensazione, essendo passata per più "piccole rivoluzioni" già all'interno del settore informatico. Ricordo (uno dei miei aneddoti preferiti) che nel 2002 feci un colloquio di lavoro con un responsabile IT di un'azienda informatica che sviluppava pacchetti per contabilità, all'epoca ancora nella modalità installazione fissa su singolo computer dell'impiegato. Lasciai il colloquio spiegando che preferivo il settore di sviluppo internet-intranet che stava finalmente prendendo il largo (la "new" economy ve la ricordate?). Mi rispose piccato che "internet non durerà più di cinque anni", iniziando una lunga diatriba su sicurezza, fruibilità, infrastrutture, e blablabla.
      Queste reazioni da noi si hanno ad ogni modifica dei linguaggi di programmazione, perché ci tocca imparare una cosa nuova (e con i ritmi attuali, ogni sei mesi! o ogni tre...)
      Dalla tradizione orale alla parola scritta, dalla parola scritta dagli amanuensi alla stampa di Gutemberg, dalla tipografia alla macchina analitica di Babbage, ai primi calcolatori a schede... fino ai nostri portatili, una potenza di calcolo inimmaginabile solo 100 anni fa. E ogni volta il genere umano doveva diventare stupido? :)

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    2. Io invece cito di Cristina questo passaggio:
      "La volatilità fisica del supporto induce a un'equivalenza tra volatilità = facilità = poca importanza, mentre la consistenza del libro genera concretezza e attenzione. Non c'è niente da fare, a parità di contenuto la fruizione di un libro, sia esso per lo studio o per diletto, è differente".
      È una realtà, senza se e senza ma. In questo passaggio Cristina cita il libro in sé, come veicolo di contenuti, ma allo stesso tempo sottolinea l'aspetto del "transeunte", che per altro non sono concetti che ci siamo inventati noi, ma vengono discussi da anni da fior di sociologi (vedi il concetto di "pensiero liquido" o "società liquida").
      Concordo perfettamente con l'equivalenza della portata fra l'invenzione della stampa e le tecnologie digitali come mezzo di diffusione, questa volta in tempo reale, di idee e contenuti.
      Tutto questo è di grandissima importanza, sarebbe impensabile tornare indietro.
      Infatti, e me ne dispiace, alcuni non hanno capito il mio post (l'ho riletto e non mi pare di aver scritto cose poco comprensibili) che vuole essere esclusivamente una riflessione da insegnante (ma col mio pensiero si allineano torme di genitori che troppo tardi si rendono conto di quanta invadenza abbia il digitale nelle vite dei loro pargoli).
      Qui stiamo parlando di mezzi per veicolare una cosa che si chiama "conoscenza", acquisizione di competenze in un'età tenera, quella scolare dai 6 ai 14 per lo meno, fra scuola prima e secondaria di primo grado. Più si vuole ricorrere al digitale, più stanno uscendo folle di alunni inebetiti e vuoti di contenuti, perché manca loro quella pratica "artigiana" di cui ho parlato diffusamente in più risposte.
      Ma chi sta negando l'importanza, l'utilità, l'enorme cambiamento in positivo che hanno portato le tecnologie nelle nostre vite? Non capisco perché si intenda quello che NON è. E ribadisco: lo dice una che ripone nelle tecnologie la gran parte della propria vita sociale, di promozione di contenuti e di attività d'arte, di condivisione di contenuti ed esperienze col Blog 2.0, ecc.
      Io sto parlando di un'altra cosa: l'apprendimento degli alunni.
      Spero sia chiaro, non sono un dinosauro né una nonna né una che tornerebbe volentieri indietro. Sono semplicemente convinta che, malgrado le pecche che ogni epoca ha avuto, apprendere in tempi in cui le tecnologie non c'erano, costruirsi un percorso, faticare, estrarre, astrarre, dedurre, è stato senz'altro utilissimo, e che come insegnante adopero le tecnologie come attività a supporto, collaterali alle buone pratiche dell'insegnamento orientato in modo tale da far letteralmente "lavorare" l'alunno.

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    3. Caspita, che emozione essere "citata" da voi! ^_^ A parte gli scherzi, aggiungo soltanto che leggere un libro in ebook, per diletto o soprattutto per studio, mi dà sempre la sensazione di non appropriarmene mai completamente, come se in qualche modo mi sfuggisse. La fruizione di un libro di narrativa può anche andar bene in ebook, specialmente se non sei sicura che ti piaccia un autore e non vuoi rischiare di sperperare i tuoi soldi, ma per i libri di studio non c'è ebook che tenga, almeno per la mia forma mentis.
      Per tutto il resto dico, come Luz: evviva la tecnologia che ti permette di collegarti con le persone cui vuoi bene, e che magari sono fisicamente lontane, di condividere contenuti e passioni, avere un blog su cui pubblicare senza passare per una rivista cartacea con editore, pubblicare romanzi e manuali che altrimenti rimarrebbero solo nel cassetto, e avere qualche momento di buonumore anche tramite i tanto vituperati social. In questo è sempre l'essere umano a fare la differenza, non lo strumento: un coltello serve per tagliare il pane, o creare un'utile scodella di legno, ma anche per ferire o uccidere.

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  15. Sono d'accordo con te. Credo che le nuove generazioni siano state lanciate nel mondo digitale senza le dovute riflessioni sui pro e contro. Il digitale offre tanti vantaggi (ebook, maggiori possibilità di trovare informazioni ecc) ma questo non vuol dire lasciare i giovani senza i dovuti controlli, ma si capisce che sia molto più comodo e semplice lasciarli davanti al tablet che incentivare la loro fantasia perdendo tempo e denaro per sviluppare la lettura.

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    1. Si tratta anche della piaga dei mancati controlli sui siti in cui possono navigare fin troppo facilmente, sì. Mi è capitato di dover affrontare problemi piuttosto seri causati dalla consultazione di siti vietati ai minori, conseguiti al mancato controllo dei genitori.
      Non dimentichiamo poi che, al pomeriggio, gli smartphone costituiscono un elemento di disturbo continuo. Ho alunni che riconoscono candidamente di navigare almeno un paio d'ore fra Instagram e Facebook ogni pomeriggio. Ore sottratte non solo allo studio, ma anche ad altre attività. Sono gli aspetti retrivi dell'era digitale, noi insegnanti li conosciamo fin troppo bene.

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  16. Riflessioni interessanti, su cui mi trovo d'accordo. Anche io (credo) appartengo alla tua generazione e per me i libri sono stati fondamentali. Forse sono stati proprio nella loro fisicità e concretezza - fatta di carta, fogli, parole stampate - a incuriosirmi quando ero molto piccola e non sapevo neppure decifrare i caratteri. Penso anche io che i nativi digitali per questo aspetto, ma anche per molti altri, si perdano qualcosa. Il prezzo da pagare per avere tante cose a disposizione è molto salato, secondo me. E con ciò non voglio dire che io non apprezzi i tanti benefici che il mondo di oggi ci offre, tutt'altro. Però forse li apprezzo proprio per il mio vissuto.

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    1. Il titolo provocatorio di questo post è riferito proprio alla nostra "fortuna", dalla parte opposta, di aver avuto una vita da nativi analogici, per essere passati poi all'era digitale, sapendone apprezzare i grandi vantaggi. :)

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  17. È la decima volta che provo a commentare. Vediamo se adesso che ho installato firefox va meglio. Allora, sono d'accordo con te, ma in più penso che sia in nostro compito di prof anche insegnare loro a nuotare nella rete. Perché non lo sanno fare, non distinguono la verità dall'assurdo e questo li rende terribilmente vulnerabili

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    1. Ho letto che hai avuto problemi con i commenti, ma vedo che finalmente si è risolto tutto.
      Sì, quello dell'educazione all'uso delle tecnologie digitali è senz'altro un compito al quale siamo chiamati. E questo la dice lunga con quanto ho cercato di fare comprendere con questo post anche ai non addetti ai lavori.

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  18. Sottoscrivo ogni tua singola parola, in particolare il passaggio in cui evidenzi che, più si affidano al digitale, più questi nuovi discenti si insebetiscono. Sto constatando con dispiacere che alcuni miei alunni scaricano temi di italiano e traduzioni dal latino senza alcun filtro critico, senza porsi il problema del danno che fanno a se stessi (e della figuraccia quando vengono sgamati e al momento delle verifiche, quando il dio Internet non è accessibile). Paradossalmente,hanno motori di ricerca ovunque e per loro selezionare contenuti di qualità è più difficile di quanto era per noi sfogliare pagine e pagine di libri o le prime enciclopedie virtuali, quelle senza accesso alla rete. Forse occorre una educazione digitale che non siamo attrezzati a proporre (un conto è saper usare le TIC, altro insegnare ad altri il complesso rapporto uomo-macchina), ma sono anch'io dell'idea che nulla di ciò che si presenta pronto e preconfezionato possa sviluppare competenze: negarlo sarebbe come come dire che la calcolatrice sviluppa le competenze di calcolo o Google maps faciliti l'orientamemto, quando è evidente il contrario. Sono mezzi che risolvono problemi, ma annientano la capacità di risolverli. La scuola degli anni passati forniva competenze nel modo più tradizionale, senza per questo riempirsi la bocca di questa parola cara alla pedagogia contemporanea, quella di oggi riempie carte con la parola "competenza", ma certifica l'incapacità di molti di affrontare le sfide più basilari. Non dimentichiamo che, per la normativa scolastica, il livello di competenza minimo è quello base, che, per assurdo, consegue anche chi si rifiuta di svolgere qualsiasi compito.

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    1. "...sono anch'io dell'idea che nulla di ciò che si presenta pronto e preconfezionato possa sviluppare competenze: negarlo sarebbe come come dire che la calcolatrice sviluppa le competenze di calcolo o Google maps faciliti l'orientamemto, quando è evidente il contrario".

      Anzitutto sono ben felice di confrontarmi anche con due colleghe su questo gravoso problema. Chi siede in cattedra sa bene di cosa parlo. Tu che insegni alle superiori, come scrivi hai la piaga delle traduzioni già trovate in rete, preconfezionate. Questo è uno degli aspetti dell'essere stati noi fortunati a non avere queste fonti facilmente reperibili. Noi facevamo un lavoro certosino sulle traduzioni, con il solo supporto del vocabolario che a sua volta non ci avrebbe svelato un mondo se non avessimo saputo applicare determinate regole.
      È stata una fatica enorme, ma anche un privilegio, dobbiamo esprimerci in questi termini, purtroppo, una fortuna. Dai gradi inferiori di scuola, noi delle medie possiamo e dobbiamo impedire il danno il più possibile, perlomeno portandoli a leggere, a fare analisi dei testi, a studiare a fondo le strutture della grammatica. Io per esempio sottopongo i miei ragazzi a decine di verifiche di grammatica, con occhio attento in particolare verso chi ha fatto già una scelta riguardo alle superiori, scegliendo magari proprio il liceo.
      Le competenze che richiedono i nuovi programmi ministeriali si scontrano con le nuove esigenze di una società digitalizzata. Non siamo ancora in grado di gestire tutto questo. Ci siamo dentro fino ai capelli e dobbiamo fare in modo che i ragazzi adoperino anche linguaggi che permettano loro di astrarre, di inventare soluzioni, di riflettere, di analizzare.

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