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| I Palazzi Nasridi visti dal Generalife |
Per questo post potrei partire da una riflessione di natura scolastica. Insegno Storia attingendo al tipico manuale per le scuole medie. Gli argomenti sono presenti, ma vi si scivola sopra con rapidità, a parte qualche testo particolarmente dotato di apparati critici. Arrivati ai secoli XVI-XVII e al capitolo riguardante la Spagna fra Carlo V e Filippo II a ragazzini di appena 12 anni si dice "nel regno ormai cristianizzato fu deciso in via definitiva di cacciare i moriscos, i discendenti degli antichi dominatori arabi". Si fa un rapido giro sulla crisi economica che ciò comportò e via.
Un argomento di larghissima portata liquidato in due misere parole. Per mancanza di tempo, perché ci si deve concentrare su altro. Eppure tanto ci sarebbe da dire, come ho scoperto non dai miei studi, non dal mio lavoro, ma nel giorno in cui ho visto, finalmente, l'Alhambra.
Come accennavo nel mio post sul viaggio in Spagna, qui, vedere il luogo in cui si concentra tutta la bellezza e la forza della grande cultura araba spagnola e in particolare ammirarne i Palazzi Nasridi, la magnifica residenza degli ultimi sovrani, è stato rivelatorio per molti motivi.
Cos'è l'Alhambra?
Una rapida sintesi storica (tratta da un delizioso libro illustrato acquistato in loco): nel XIII secolo i regni cristiani hanno espanso il loro dominio su gran parte della Spagna araba, l'ultima resistenza appartiene alla dinastia nasride, il cui capostipite, Ibn Al-Ahmar, mediante una politica di alleanze e compromessi con i cristiani, riesce a conservare la propria indipendenza. Nel 1238, Ibn Al-Ahmar insedia il cuore del regno a Granada, facendo costruire su vecchie fortificazioni una serie di palazzi che nei decenni diventeranno una cittadella.
Secondo il più tipico stile arabo, l'Alhambra nel tempo viene dotata di moschee, scuole, caserme, bagni (le tipiche terme note al mondo latino), ma soprattutto vi si concentrano i maggiori scultori e artisti del tempo, il che spiega la sontuosa bellezza dei luoghi.
Due secoli più tardi, il regno nasride entra in crisi, l'ultimo sovrano, Boabdil, consegna le chiavi dell'Alhambra ai più celebri re cattolici, Ferdinando e Isabella, gli stessi ai quali Colombo presentò il proprio progetto di viaggio verso le Indie Occidentali. La residenza araba divenne il simbolo della Reconquista, la fase di riappropriazione cristiana della Spagna e la conseguente cacciata dei mori. Ferdinando e Isabella non solo sceglieranno l'Alhambra come residenza regia, ma eleggeranno Granada capitale del potere centrale e vi si faranno seppellire. La tomba dei re cattolici nella Cappella Reale di Granada è uno dei capolavori dell'arte spagnola.
L'Alhambra, dicevamo, è una cittadella. Un complesso articolato e molto ampio che si sviluppa dentro una possente cinta muraria dotata di torri e porte. Dentro questa roccaforte si estendono l'Alcazaba - presente in tutte le città di origini arabe, è la fortezza vera e propria - i Palazzi Nasridi e il Generalife, una sorta di buen retiro dei sovrani e della loro corte, dotata di parchi, aree di caccia, orti, frutteti.
Mi soffermerò sui Palazzi Nasridi, cuore pulsante dell'Alhambra e il luogo in cui si concentra tutta la straordinaria magnificenza di questi sovrani.
Il "rinascimento" dei Palazzi Nasridi si colloca nel 1300, nel loro periodo di massima fioritura. A corte si trasferisce il nerbo dell'intellighenzia araba, filosofi, matematici, poeti, artisti. Le arti e le scienze hanno un grande sviluppo e Granada diventa uno dei centri culturali più importanti in Europa.
Nota bene: nessun testo scolastico ne fa cenno, come se gli arabi spagnoli costituissero una storia secondaria e opaca in Europa. Studiamo Bonifacio VIII, Filippo IV di Francia, angioini e aragonesi in Italia, Dante, i Templari, Petrarca, la peste e il Decamerone e quant'altro, ma non facciamo cenno a questo secolo fondamentale nella terra iberica.
Proprio nel corso del 1300 vengono eretti nell'Alhambra i tre edifici più importanti: il Mexuar, il Palazzo Comares, il palazzo dei Leoni. È il rinascimento dei sultani, qui trascorrono il tempo con le loro grandi famiglie, i dignitari, gli alti ufficiali, i più importanti filosofi e studiosi dell'epoca. L'architettura nasride raggiunge così il massimo splendore, quello splendore dinanzi al quale gli stessi re cristiani resteranno abbacinati e nel quale vorranno abitare.
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| Il Palazzo dei Leoni |
Camminare attraverso i tre complessi maggiori dell'Alhambra è addirittura straniante. La raggiante bellezza delle architetture è qualcosa a cui l'occhio non è abituato. Lo sguardo man mano percepisce un'estetica prima mai vista o soltanto guardata distrattamente. Magari su libri, in documentari, ma nulla lascia immaginare che si sia raggiunta una magnificenza simile. Queste stesse foto non riescono a restituire nulla o quasi nulla di quello che sono questi luoghi.
La tridimensionalità del viaggio è per questo motivo qualcosa di irrinunciabile.
Ci sono pavimenti bianchissimi, colonne che sembrano librarsi e volte cesellate ognuna delle quali racconta. Imparo che l'arte degli arabi spagnoli è questa cosa straordinaria in cui la parola diventa atto artistico, non l'immagine. Le forme geometriche riprodotte sulle pareti, le decorazioni di ceramica, i mosaici, non sono solo un atto estetico ma raccontano l'idea infinita di Dio, di Allah.
È tutto un gioco di forme complesse e armoniose insieme, mediante l'uso dei poligoni, la conquista della rappresentazione astratta della perfezione del creato.
Uno degli aspetti più tipici dell'arte araba è l'epigrafia. Come anticipato, la parola diventa arte, pertanto integrante nei palazzi la presenza di cartigli, calligrammi, intarsi, iscrizioni in caratteri cufici. Ovunque riecheggia il motto dei nasridi: Non c'è vincitore al di fuori di Allah.
Il segno grafico decorato genera una scrittura anche spesso difficile da decifrare, pare che solo la popolazione colta fosse in grado di individuare il "racconto" in queste composizioni. Il calligrafo era spesso un dignitario di corte tenuto in alta considerazione per la raffinatezza delle sue creazioni.
Le epigrafi sono autentici capolavori. L'arte araba in ciò assomiglia all'arte rinascimentale per i riferimenti al sacro, per il livello altissimo della rappresentazione. Le lodi ad Allah si moltiplicano nelle decorazioni più ardite, assieme alla rappresentazione dell'armonia geometrica della creazione.
E in generale, l'armonia delle forme, siano esse geometriche che riferite alla natura, creano un insieme incantevole. Qualche esempio qui sotto (ho decine di foto, ne scelgo solo qualcuna più rappresentativa).
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Un esempio: il Belvedere di Lindaraja, nella foto qui sopra, era secondo tradizione la stanza della favorita del sultano. Le finestre basse furono concepite per permettere agli ospiti della stanza di sedere sul pavimento (tipici "salotti" arabi senza sofà) fra tappeti e cuscini e contemplare il paesaggio dalle aperture, uno dei giardini più spettacolari del complesso.
Sarebbe impossibile rappresentare in un post sul blog quello che si può ammirare all'Alhambra, per non dire quel che si trova in tutta la vasta area andalusa araba.
Il mio sguardo si è impigliato fra queste meraviglie, ma anche nell'Alcazaba di Malaga, nei bagni arabi di Jaén, nell'Alcazar e nella Giralda di Siviglia, nella magnifica Mezquita di Cordoba.
I re cattolici strapparono queste terre agli arabi e vi si insediarono a volte rispettando a volte devastandone forme e architetture.
L'esempio più clamoroso è il mix di architetture dell'antica moschea, oggi cattedrale, di Cordoba. A tratti uno scempio, una violazione dinanzi alla quale pare che lo stesso Carlo V avesse espresso il proprio dissenso.
Reconquista o... altro?
Percorrere le principali città dell'antico dominio andaluso può rappresentare, come lo è stato per me, anche occasione di riflessione storica. Sì, i re cattolici Ferdinando e Isabella, i due grandi sovrani delle casate castigliana e aragonese, strapparono agli arabi la loro ultima roccaforte a Granada.
Era il 1492: i sovrani mandano a segno un doppio colpo, scoprono le Americhe (con quei seri dubbi perfino sulle origini del nostro Cristoforo Colombo) e si insediano sui territori di Boabdil, che si arrende aprendo la strada a uno dei periodi più controversi della storia spagnola.
I libri di testo riportano poco o nulla, dicevamo, un paragrafo è dedicato alla "riconquista", una parola che significa "abbiamo strappato l'Andalusia all'usurpatore arabo".
Ma è davvero legittimo definirla tale?
Noi italiani abbiamo una certa familiarità con le dominazioni. Lo straniero si è preso le nostre terre in diversi momenti della Storia, citiamoli:
- in Lombardia la dominazione spagnola e poi austriaca fra '500 e primo '700, poi fino all'800;
- in Italia meridionale si sono susseguiti normanni e svevi (un secolo e mezzo), angioini (idem), aragonesi (fino a due secoli circa), spagnoli (idem), austriaci (27 anni) e di nuovo discendenti spagnoli (poco più di un secolo);
- se andiamo molto più indietro nel tempo, i greci sono stati presenti in Italia meridionale per circa 500 anni e altrettanto i bizantini;
- gli arabi restano in Sicilia e Puglia per circa due secoli e mezzo
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| Al-Andalus nella sua massima espansione |
Adesso guardiamo ai numeri di Al-Andalus, il territorio arabo in Europa occidentale.
Sbarcano sulle coste spagnole nel 711, sconfiggono i Visigoti, un regno cristiano/ariano (gli ariani negavano la natura divina di Cristo) e vi si insediano, sviluppando nei primi tre secoli il califfato di Cordoba e i regni di Almoravidi e Almohadi, poi l'ultimo baluardo nasride fino al 1492.
Si tratta di 781 anni di presenza araba, quasi otto secoli (!)
C'è da chiedersi se per un periodo così lungo possiamo parlare di "dominazione" o piuttosto di una civiltà che per molti secoli risiedette in Europa. Non è neppure una questione di termini, perché la civiltà araba non sparì da un giorno all'altro, ma questo merita ulteriore approfondimento.
Il parere degli storici
Incrociando alcuni dati: pare che non si possa parlare di "occupazione straniera" così come siamo abituati a definire una dominazione. Insomma, non poteva non esserci arrivato qualche storico di rispetto. Noi intendiamo le parole "dominazione" e "occupazione" come condizioni in cui un popolo straniero, l'usurpatore, invade un altro popolo e ne occupa i territori imponendo per un periodo - come abbiamo visto anche di un paio di secoli - la propria egemonia, sottomettendolo.
Per quanto riguarda i greci, come abbiamo detto presenti in Italia per 500 anni circa, non parliamo di dominazione, ma di insediamento di una civiltà piuttosto. E non ci pare affatto strano.
Ebbene, parte della storiografia spagnola - facente capo allo storico Sànchez-Albornoz - ritiene quella araba una dominazione, un'occupazione che interrompe in maniera traumatica la storia cristiana della penisola. Un altro filone - facente capo allo storico Américo Castro - è orientata invece a pensare ad Al-Andalus in altri termini. Otto secoli di civiltà araba hanno significato assimilazione culturale e forte impronta ereditata da questi territori, che non furono mai una "colonia" araba.
Oggi quindi (e mi piacerebbe che i testi scolastici fossero aggiornati) la tendenza è di preferire termini come "assimilazione" piuttosto che "dominazione".
Viaggiare in Andalusia con particolare attenzione verso usi e costumi, lingua, forme, significa darsi la possibilità di cogliere questo fondamentale dettaglio.
Quel che la Storia non racconta può trovarsi in un romanzo
Secondo me la Storia non è mai una disciplina come le altre. Non ha lo stesso peso. Dico spesso ai miei alunni che è la "madre" di tutte le altre e che conoscerla è importantissimo.
Sì, ma chi ce la racconta? I nostri testi sono scritti secondo una visione eurocentrica, l'occidente cristiano come motore dell'azione fra Medioevo ed Età Moderna, due epoche ampie, complesse. Seguire il susseguirsi dei fatti storici lungo una linea cronologica, mettere uno dietro l'altro i fatti senza soffermarsi mai sul significato delle cose, non ci dà il senso della Storia. Questa è una disciplina che ci spinge verso un approccio critico, verso lo sforzo di non considerare cause ed effetti da un punto di vista limitato, il nostro.
Dire "nel regno ormai cristianizzato fu deciso in via definitiva di cacciare i moriscos, i discendenti degli antichi dominatori arabi" non coglie il senso vero di ciò che è stato e non è del tutto vero.
Ho cercato un romanzo che approcciasse la cacciata dei moriscos nel rispetto degli eventi storici fra Cinquecento e primo Seicento e ho trovato La mano di Fatima, di Ildefonso Falcones, un tomone di 918 pagine che nel 2009 ha dominato le classifiche, cui ho dedicato il tempo libero di agosto.
Falcones è noto per l'accuratezza nei suoi romanzi storici - lessi diversi anni fa il suo La regina scalza, storia di una schiava cubana approdata in Spagna dal quale trassi uno spettacolo teatrale - e questo si occupa proprio della fase di difficile convivenza fra cattolici e moriscos dopo la caduta di Granada, fino alla loro grande cacciata nel 1600.
L'autore fa del suo protagonista - Hernando Ruiz, il giovane dagli occhi azzurri nato dallo stupro di una morisca da parte di un prete cattolico - un personaggio sospeso fra i due mondi (i moriscos lo chiamano il Nazareno) ma soprattutto coinvolto nei principali eventi del secondo Cinquecento: la rivolta delle Alpujarras, nella quale i moriscos tentano di riprendersi le loro terre dopo aver subito vicissitudini e angherie, la grande conversione cui sono costretti mentre a Cordoba i signorotti si appropriano di tutti i loro averi e li rendono schiavi, il tutto mentre Hernando viene schermito dalla sua stessa gente, perché in parte il suo sangue è cristiano.
Hernando ha in Hamid il suo mentore, discendente dai principi Nasridi e ridotto a Cordoba a fare l'addetto alle pulizie in un postribolo. Hamid è uno dei personaggi più affascinanti, con la sua cultura raffinata, l'amore profondo verso la sua gente, il ricordo struggente di un passato ormai distrutto.
Mentre l'Inquisizione, insediatasi nell'Alcazara di Cordoba, miete le proprie vittime, Hernando e la sua famiglia sopravvivono a una vita di stenti e violenza. La trama è fittissima, non entro in particolari.
Scopro in questo romanzo che ci fu un tentativo di dialogo fra Islam e Cristianesimo, mediante una figura comune alle due religioni, la Vergine Maria, venerata in entrambe le religioni (ho appurato che Falcones è stato molto accurato a riguardo).
Hernando legge il vangelo apocrifo di Barnaba e non solo viene a capo di questa opportunità di dialogo, ma tenta disperatamente di conservare il ricordo della propria lingua, quell'arabo che gli usurpatori cristiani vogliono annientare e di fatto hanno vietato. In segreto, lui che possiede il dono della scrittura, trascrive le sure del Corano che Hamid gli ha insegnato e costruisce delle reliquie che siano la prova dell'affinità fra le due religioni.
Un'epopea fitta e difficile da ricostruire fino in fondo, la Storia è scritta dai vincitori che, notoriamente, non sono mai del tutto obiettivi.
Visitare l'Alhambra è stata un'esperienza di formazione, di conoscenza, di approfondimento.
Vorrei ritrovare le stesse emozioni, gli stessi slanci, in tutti i viaggi a venire, e abbracciare sempre più l'idea che un viaggio sia anche questo, un'esperienza "tridimensionale", che va oltre la semplice ammirazione di paesaggi e arte.
Cosa pensate di queste mie conclusioni?
Avete mai pensato che un viaggio possa avere questo "carattere"?








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