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mercoledì 9 settembre 2026

Fiori per Algernon - Daniel Keyes

Incipit: Il dotor Strauss dicie che doverei skrivvere quello che penso e riccordo e tutto quello che mi sucederà dora inavanti. Non lo so il perché ma lui dicie che importante perché così vederanno se potrò servire a cualcosa. Spero di sì perché la sinniorina Kinnian dicie che forse riusiranno a farmi diventare inteligiente. Vollio esere inteligiente. Michiamo Charlie Gordon e lavvoro nella paneteria di Donner indove che il signor Donner mi dà 11 dollari a la setimana e pane e torta se volio. 

Editore: TEA
Pagine: 304
Prezzo: € 12,00

Romanzo psicologico, distopico? Narrativa di anticipazione, è a quanto pare la classificazione più appropriata per questo romanzo. 
Un genere non propriamente distopico perché non ambientato in un futuro ipotizzabile, ma che immagina le conseguenze di sperimentazioni, tendenze, scivolamenti della scienza e della tecnologia. 
In sostanza, qualcosa di assimilabile a 1984 di Orwell. 

Pubblicato sotto forma di racconto nel 1959 e poi nella sua forma estesa nel 1966, Fiori per Algernon è stato fin dall'inizio un caso editoriale e oggi una riscoperta da migliaia di copie vendute. Emmanuel Carrère ne ha scritto assai bene, dandoci una delle definizioni più azzeccate: "è un romanzo che permette di intravedere un abisso che fa parte del nostro essere e che nessuno aveva ancora mai sondato". 
L'editore Nord ne ha fatto un'edizione deluxe da collezione (io mi sono fatta bastare la versione Tea). 
Daniel Keyes è autore di un altro libro quasi altrettanto noto fra i lettori, Una stanza piena di gente, che probabilmente leggerò. È un autore esperto del settore delle neurodivergenze e di psichiatria - McGrath è l'altro autore in cui mi sono imbattuta anni fa esperto in questa materia, qui la recensione di Follia. 

Una storia da cui si esce frastornati, certi di avere attraversato una trama per la quale la veridicità non è strettamente legata all'esperimento scientifico che vi viene raccontato, quanto all'innegabile verità nascosta dietro, riguardante la disabilità ma anche la bioetica e i comportamenti umani. 
L'Algernon del titolo è un topo, uno di quei topolini bianchi su cui si sperimentano cure e tentativi, mentre la voce narrante è quella del protagonista, Charlie Gordon, affetto da fenilchetonuria, una malattia genetica causa di un grave ritardo mentale. 
La "distopia" è presto detta: un'operazione chirurgica effettuata sul topo e sull'uomo deve dimostrare la possibilità per la scienza di aggiungere quoziente intellettivo laddove per un difetto genetico il soggetto ne difetta o, nel caso del topo, non ne è dotato per natura. 
Gli esperimenti su Algernon dimostrano in maniera immediata il cambiamento nel topo, che diventa esperto nell'uscire da labirinti intricati, prevedere situazioni, provare sentimenti. Il caso di Charlie diventa invece emblematico di qualcosa di molto più grande, e impressionante.

La scelta di fare raccontare l'intera esperienza allo stesso Charlie Gordon mediante una sorta di diario in cui il protagonista annota i "rapporti sui progressi" mi è piaciuta in modo particolare, perché ne consegue la possibilità di leggere il completo evolversi di Charlie, da diversi punti di vista. 
Se Charlie all'inizio è quel giovane lì, quello che leggiamo nell'incipit, con un cervello a bassissimo funzionamento, un linguaggio ridotto e un modo limitato di leggere la propria realtà, col passare dei giorni dopo l'operazione tutto si trasforma in lui. 
Qui dobbiamo scomporre l'esperienza fra i suoi due aspetti maggiori: il quoziente intellettivo di Charlie supera quota 180, l'apprendimento è costante e spazia fra diversi campi del sapere, intanto però c'è un prezzo da pagare.
Charlie è attratto dal sapere in ogni sua sfaccettatura ed è consapevole di avere l'opportunità di attingere a tutto lo scibile cui può arrivare e assimilarlo molto in fretta. Impara più di venti lingue, legge le più importanti opere letterarie della storia (Platone, Defoe, Dostoevskij, Flaubert e altri), si immerge nel proprio caso e indaga la scienza. 
Arriva a comprendere le conseguenze ultime della sperimentazione e una luce sinistra comincia ad affiorare nello scorrere dei suoi giorni. Dopo un primo entusiasmante momento, Charlie deve fare i conti col suo vero se stesso. Il Charlie con il grave ritardo mentale è comunque in lui, lo tormenta con allucinazioni, non gli lascia vivere serenamente il cambiamento. 
«...ho imparato che la sola intelligenza, la cultura, la conoscenza sono diventate tutte grandi idoli. Ma io so adesso che voi tutti avete trascurato una cosa: l’intelligenza e l’educazione che non siano temprate dall’affetto umano non valgono nulla. […] L’intelligenza senza la capacità di dare e ricevere affetto porta ad un tracollo mentale e morale, alla nevrosi e forse anche alla psicosi. E io dico che la mente assorta e chiusa in sé stessa come un fine centrato nell’io, a esclusione dei rapporti umani, può condurre soltanto alla violenza e al dolore. […] Propongo un’ipotesi di lavoro: una persona che ha una mente, ma è privata della capacità di amare ed essere amata, è destinata a una catastrofe intellettuale e morale, e forse a una grave malattia psicologica.».
Troppo profondo è il dolore di Charlie per le esperienze vissute, in particolare quelle in famiglia, il rifiuto da parte di madre e sorella, la violenza domestica. Il Charlie autentico lo attende nell'ombra, ma non è del tutto negativo il mondo in cui era immerso. È la più importante delle intuizioni di Charlie.
La sua intelligenza superiore alla media non gli permette di vivere autenticamente le proprie relazioni, il paradosso è l'esperienza di un nuovo rifiuto. 
Il Charlie "ritardato" era deriso ma incluso, il Charlie "genio" è un reietto. 
Ecco in sostanza dove ci sta portando Daniel Keyes con questo indimenticabile racconto. L'umano-cavia, un successo della scienza, comunque "a scadenza", vive ai margini per sua stessa natura, nella quale l'artificiosità si scontra con la normalità del mondo con i propri limiti; il paradosso è l'invidia dello stesso Charlie per il se stesso limitato, la semplicità di quel vivere fra un istituto di accoglienza e il lavoro ripetitivo nella panetteria. 
Gli scienziati coinvolti nell'esperimento non posseggono un'etica che permetta loro di prendersi realmente cura di Charlie, e lui stesso è troppo "oltre" per non vedere ogni più piccolo limite di questi uomini. Charlie comprende di non essere stato tutelato nella pratica clinica, di non essere stato trattato da essere umano con tutto il diritto di essere informato su quanto avrebbe vissuto. 
La sensibilità di Charlie è profonda, il suo desiderio di essere amato, di conquistare un luogo in cui possa sentirsi compiuto, è frustrato da una realtà inaccettabile. L'ampliarsi della sua intelligenza coincide alla perfezione con l'espandersi esponenziale dei suoi problemi, Charlie è di fatto "troppo" per questo mondo pieno di contraddizioni. 

Il pregio di questa esperienza di lettura sta poi nell'offrirci un'occasione preziosa di riflessione sulle potenzialità umane, in particolare quelle legate sui sentimenti che ci abitano. E nel caso di Charlie nella capacità, rispondente poi a un determinato atteggiamento come conseguenza, di percepire l'ostilità altrui anche dietro la gentilezza apparente. Il "dono" che riceve Charlie attraverso l'operazione è allo stesso tempo la sua maledizione, perché alla più profonda consapevolezza di essere un reietto corrisponde la più profonda infelicità e frustrazione, così come al momento dell'intuizione della propria fine. 
La sua storia è circolare a un determinato livello, ma più nel profondo è labirintica, fatta della stessa struttura in cui si muove Algernon. 
Ho cercato di omettere la grandissima parte dei contenuti del romanzo, vorrei avervi suggerito di leggerlo perché è davvero irrinunciabile. 

Fiori per Algernon è una delle opere più rappresentate fra serie tv, film, opere teatrali. 

Vi piacciono questi tipo di romanzi? Ne sapreste suggerire qualcuno? 

9 commenti:

  1. “I don't want to forget how to read and write.”

    Finché una persona può raccontarsi, può ancora opporsi alla riduzione della propria persona alla sua età o alle sue capacità residue. Quando perde la possibilità di raccontarsi, qualcun altro comincia inevitabilmente a raccontarla al suo posto.

    La scrittura non è soltanto una capacità che Charlie teme di perdere, è il mezzo attraverso cui può continuare a dire "io".

    Così "Fiori per Algernon" smette di essere solo una storia sull'intelligenza e diventa una storia sulla "voce".

    Come tanti, troppi blog che evaporano.

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  2. Ciao, non lo conoscevo, ottimo consiglio di lettura. E poi, se ne ha parlato bene Carrère c'è da crederci. A rileggerci! 🫶

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  3. Non avevo idea della trama, ma ne ho letto un gran bene da più parti, forse per l'incredibile assist di Carrère e mi era venuta voglia di leggerlo, ma ora no, grazie grazie infinitamente per averne parlato. Non dubito sia bellissimo, ma lontano dai miei generi per cui eviterò. Sandra

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    1. Se non lo senti nelle tue corde, ci sta. Io comunque ti consiglio di farci un pensiero prima o poi. ;)

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  4. Wow, davvero una trama interessante, prendo nota per una lettura futura, al momento penso di no perché appena finita una lettura difficile, ho letto La città dei vivi di Nicola Lagioia sull’omicidio terribile di Luca Varani più avanti proverò. Grazie Luz

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    1. Ricordo quel romanzo e il grande successo che ebbe. Cominciai a sentire parlare di Lagioia proprio con quel successo.

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