Parlare di scuola ogni volta significa fare il punto della situazione a partire da problematiche diverse. Un dibattito mai interrotto, perché la scuola italiana è un luogo problematico. Vissuta da dentro, come faccio ormai da quasi venticinque anni, significa assistere ogni giorno alla crisi in atto. La scuola è cambiata da quei primi miei anni come docente.
È cambiata parallelamente al mutare della società stessa, è come una "cartina del tornasole" del nostro tempo.
Se dovessi fare un bilancio di questi cinque lustri in cattedra, posso dire di avere assistito a fasi di cambiamento significativo.
Anzitutto il passaggio al digitale.
Ho cominciato a insegnare nel 2001, quando ancora esisteva una gestione analogica del mestiere. Il registro era cartaceo, un documento fisso sulla cattedra, consultabile da tutti, con elenco alunni, compiti assegnati e attività quotidiane, note disciplinari, appuntamenti, una vera e propria agenda.
Non c'era l'ossessione per la privacy. Il registro veniva lasciato in classe, non vivevamo nel terrore. Ogni docente poi era munito di registro proprio. Venivano forniti a inizio anno, il ministero stanziava una parte del capitale destinato alla scuola per fornire il personale docente di questo strumento.
Io mi divertivo a personalizzarlo, potete immaginare le copertine che rivestivano i miei registri.
Le prove Invalsi erano su cartaceo, il che significava che si passava al digitale solo per la registrazione dei dati finali. Le nostre programmazioni annuali erano su carta. Le comunicazioni ai genitori venivano dettate su diario, le annotazioni, gli avvisi, tutto su carta. Le pagelle erano cartoncini vidimati dal ministero, documenti ufficiali consegnati in pompa magna ai genitori a fine anno (ma consegnavamo anche il pagellino di primo quadrimestre).
Il passaggio al digitale, dicevano, avrebbe dovuto semplificare questo sistema. Alleggerirlo, dematerializzarlo, consentire un bel risparmio di risorse, ecc. Invece, a fare un bilancio serio, direi che siamo andati in tutt'altra direzione.
Il registro, la programmazione, le attività, le pagelle, tutto è diventato virtuale, e fin qui può anche andare bene. Il problema è sorto dalla connessione, anzi dalla iperconnessione alle varie risorse, l'accesso immediato alla realtà scolastica, la presenza massiva della compagine genitoriale nelle nostre attività, le nostre scelte, in quello che succede. In tempo reale tutto è dinanzi ai loro occhi. Arrivano avvisi in segreteria, in portineria, poi comunicati a noi tramite i bidelli, se loro notano qualcosa che non torna. Sulla figura del docente è caduta la mannaia del giudizio, del controllo, della pretesa.
Per non dire dell'iperconnessione tramite gruppi wozzap: consigli di classe, gruppi dipartimentali, gruppi coordinatori, gruppo progetti. Per chi è disposto a flagellarsi h24 c'è di che andare fieri.
La pessima riforma Gelmini.
Fra il 2008 e il 2010 entrarono in vigore tutta una serie di riforme ideate dall'allora ministro dell'istruzione di centro-destra Mariastella Gelmini. Alcuni punti:
- fu fissato un tetto massimo di spesa da destinare alla scuola, con taglio di 8,5 miliardi
- l'obbligo per gli editori di non aggiornare i libri di testo prima di cinque anni per le elementari e sei per le scuole medie e superiori
- la reintroduzione del maestro unico alle elementari
- taglio delle ore in diverse discipline (alle materie umanistiche taglio di due ore alle medie) e accorpamento cattedre
Alcuni dei punti furono poi rimaneggiati dai governi successivi, ma nessuno riuscì a risarcire i danni causati dalla riforma. Diciamo che resero sempre più ingovernabile questo settore.
L'ossessione per l'aggiornamento.
Da diversi anni tutto il personale scolastico, Ata inclusi, devono svolgere un certo numero di ore di "aggiornamento", mediante corsi e corsetti che abbiamo l'obbligo di seguire con tanto di presenze tracciate. Normale che un lavoro come questo debba essere sottoposto ad aggiornamento, direte voi. Il punto è che l'80% di questi corsi sono malgestiti, con formatori non del tutto adeguati al compito, temi trattati alla rinfusa, in maniera superficiale. Vi lascio immaginare coi fondi del PNRR il florilegio di corsi e corsetti proliferato in questo succulento ambito. Fondi e risorse miseramente dispersi, assieme a ore e ore contabilizzate solo come obbligo e non come vera formazione. È il sistema Italia.
A questo problema è legata un'altra questione. Mentre corsi come sicurezza e privacy (due aspetti sui quali si torna in maniera ossessivo-compulsiva) sono spesso forniti gratuitamente dalla scuola, molti altri appartengono alle risorse a pagamento, pertanto a carico del docente.
La Carta del docente, quest'anno ridotta a 383 euro, a fronte delle 500 consuete, è una coperta sempre più corta come risorsa per la formazione.
L'ossessione per i progetti.
Questo è un aspetto che sta diventando sempre più pervasivo (e pericoloso per la didattica).
Proprio oggi mi sono imbattuta in un illuminante articolo del docente Matteo Zenoni a riguardo. Partiamo nuovamente dal registro elettronico. È uno strumento preposto anche alla tracciabilità di tutte le ore svolte legate a un determinato contenuto. Negli ultimi anni, il progressivo ampliamento di richieste da parte del ministero ha comportato un sacrificare continuamente le ore dedicate alla didattica vera e propria a favore di ore, molte, da dedicare a Orientamento (moduli introdotti nel 2022) ed Educazione Civica (dal 2019 insegnamento trasversale). Quelle di Orientamento devono risultare a fine anno almeno trenta.
È vero, possiamo pure denominare "orientamento" ore di Storia o Italiano o altra materia, ma spesso abbiamo la sensazione di stare creando una sofisticazione, un cartellino da timbrare perché debbano risultare quelle ore.
Proprio per correre dietro all'obbligo di produrre ore di Orientamento, Educazione civica, Educazione digitale, Educazione affettiva (questa, sì, fondamentale al giorno d'oggi), molta parte del nostro monte ore settimanali deve essere dedicato ad attività e progetti che interrompono l'attività didattica (il docente si limita a sorvegliare la classe mentre il "formatore" di turno fa la sua lezione).
Purtroppo ho dimenticato di appuntare le ore decurtate dalle lezioni per contribuire alla partecipazione a questi progetti, ma vi garantisco che sono davvero tante.
Ci sono docenti particolarmente entusiasti dei progetti e quindi orientati con certo slancio alla partecipazione a tutte le proposte da enti pubblici, privati, associazioni, ecc.
Riporto dall'articolo del collega Zenoni:
...la programmazione di classe si trasformerà in un progettificio vero e proprio e conterrà tutta una serie di iniziative, progetti, sicuramente meritevoli e con un taglio civico e di Orientamento, ma che poco avranno da spartire con la programmazione disciplinare. Va aggiunto poi che se di queste attività, come spesso accade, non si presuppone una rielaborazione in classe o a casa, il tutto rimane lettera morta: ore delle discipline quindi immolate sull’altare dei progetti, ma che alla fine non porteranno a nulla, se non alla partecipazione passiva di studenti ben contenti di “saltare” ore di lezione.
Aggiungo che ben poco resta anche nel caso in cui ci sia una rielaborazione, a causa proprio della partecipazione a troppi progetti. Troppa carne al fuoco.
Zenoni spiega poi molto bene in cosa consista la modalità dell'acquisizione dei progetti da parte della scuola: vengono a bussare alle sue porte realtà di vario tipo e i coordinatori di classe rilanciano la proposta al proprio gruppo. Tirarsi fuori dalla partecipazione quando tutte le altre classi aderiranno è praticamente impossibile.
Non si dimentichi che l'ossessione per i progetti deriva anche dalla domanda da parte delle famiglie. In uno degli incontri preliminari a inizio anno scolastico la domanda che ci viene porta è sempre di più: ci sono camposcuola? ci sono gite? Ma non solo. Vogliono per i loro figli visibilità, esperienze, partecipazione ad attività, come se la scuola fosse sempre più un parco-giochi, un parcheggio che li diverta e li sollevi dai compiti più che un luogo di formazione culturale.
Si può orientare con le discipline stesse?
A quanto pare sì. Come ho scritto sopra, nulla vieta di considerare una lezione sul diritto di voto alle donne, e quindi di Storia, dentro il monte ore di Orientamento annuale. Con me anzi si sfonderebbe una porta aperta, perché da sempre spingo gli alunni al ragionamento attorno agli snodi della Storia, proprio per liberarla di quell'abito di materia fatta di eventi e date. La Storia siamo noi, recita una bella canzone.
Benché si possa, non è dato comunque declinare la proposta di enti e associazioni di venire a porgere lezioni in una quantità imprecisata di ore. Non s'ha da fare.
Si può educare con le discipline stesse ma si va sempre più verso una didattica "rovesciata", fuori dai consueti canoni, con la lezione frontale relegata a eccezione più che a regola. In virtù della libertà di insegnamento, possiamo opporci a tutto ciò?
Io non rinuncio alla mia lezione frontale. A mio avviso continua a costituire il cardine del mio mestiere. Vero è che è richiesto sempre più un certo metodo, assertività, capacità di coinvolgere.
Cerco di attenermi in modo molto scrupoloso a queste caratteristiche ormai imprescindibili.
La deriva.
Verso dove stiamo andando? Cosa si prepara a diventare sempre più la scuola? In quanti ci rendiamo conto che a maggio non siamo arrivati a svolgere temi importanti del programma? Perché devo arrivare in affanno su argomenti come la Guerra Fredda, Pier Paolo Pasolini, la riflessione vera su un testo letto?
Tutto questo non mi piace e mi rammarico del fatto di non potermi opporre, a meno di non fare la figura del bastian contrario.
Sono sempre più consapevole che quell'entusiasmo dei primi anni, quel desiderio avvertito fino a sei o sette anni fa di fare bene e poterlo fare, si sta spegnendo pian piano. Non è più un mestiere in grado di entusiasmarmi, fatta eccezione per il rapporto con i miei alunni e alunne.
Chiudo con le ultime parole di Matteo Zenoni.
Come resistere? Opponendosi nelle sedi decisionali con voti contrari, facendo sentire la propria voce in difesa di una scuola sotto assedio, opponendosi alla marginalizzazione dei saperi disciplinari per un precoce avviamento al lavoro e alla scuola come “filiera”. Ogni ora erosa di italiano, matematica, fisica, scienze, filosofia e sacrificata all’altare di progetti che poco hanno di scolastico è un colpo alla democrazia e un ostacolo alla crescita di cittadini consapevoli, solidi culturalmente e dotati di spirito critico.
Svuotando le discipline, svuotando la scuola, stiamo ponendo infatti le basi per uno svuotamento della società, che sarà caratterizzata dal pressapochismo, dalla proliferazione delle fake news, ma soprattutto dall’incapacità di vedere i fenomeni in atto in modo critico, per farci suggestionare, invece, solo dalla pancia e dall’emotività. Queste dinamiche, d’altra parte, sono già sotto i nostri occhi.
Se un tredicenne ti accoltella nel corridoio della scuola, c'è da fermarsi più di un attimo e capire dove stiamo sbagliando tutti: educatori, famiglie, società. Non siamo più al caso isolato, c'è una deriva costante. Forse non basta più la lezione frontale, c'è da ricominciare da capo.
RispondiEliminaIl punto è che la scuola non può essere la panacea a tutto. Non abbiamo questo strapotere. A maggior ragione quando sai di stare facendo tutto un percorso educativo e poi a casa disfano il tuo lavoro. La scuola può essere un supporto ma non la soluzione a tutto. In particolare pensando alla considerazione in cui sono tenuti i docenti dall'opinione pubblica. Proprio riguardo alla docente colpita a coltellate, non si contano i commenti contro di lei come a dire "eh però chissà come lo aveva esasperato per farlo arrivare a questo".
EliminaLa riforma Gelmini ha fatto dei grandissimi danni, forse la deriva é cominciata proprio da lì. La digitalizzazione poi più che semplificare complica, non nego che certe attività siano più gestibili ma quando tutto deve essere monitorato e rendicontato alla fine si perde il senso e la sostanza delle cose. Riguardo ai corsi mi ritrovo molto in quello che hai detto, nel mio ambito lavorativo mi capita di fare dei corsi di aggiornamento in cui si parla di soluzioni ideali troppo distanti dalla realtà e quindi il corso é solo l’ennesimo adempimento da aggiungere.
RispondiEliminaComunque ho sempre più l’impressione che tutto venga lasciato sulle spalle degli insegnanti, senza un concreto apparato di supporto, con i genitori che fanno i tiranni con gli insegnanti (e non capiscono che così fanno un danno e non un favore ai loro figli). I casi di cronaca recenti mostrano davvero una società allo sbando e la scuola diventa il suo parafulmine, purtroppo.
Esatto, soluzioni lontane dalla realtà, oppure tante chiacchiere sparate al vento. Chi sta dentro questa realtà ha sempre la sensazione di navigare a vista. Alla lunga è avvilente, perché ti senti poco valorizzata o non appieno valorizzata. Si ha anche l'impressione di fare le cose "alla carlona", inventando soluzioni dell'ultima ora. C'è l'impalcatura di obblighi e burocrazia e poi c'è il lavoro vero, il contatto coi ragazzi, la tua responsabilità dinanzi alla loro formazione.
EliminaL'ultima parte del commento di Zenoni è tutto quello che penso in definitiva anch'io su quanto sta accadendo alla Scuola, oggi: stiamo ponendo le basi per uno svuotamento della società, con ragazzi sempre meno stimolati dalle cose che contano e servono nella vita, genitori sempre più invadenti e dispersione, tanta dispersione. Non ti invidio, mia cara e condivido il tuo ampio disagio (ne ho contezza anche tramite mio fratello, che è esattamente nelle condizioni che denunci).
RispondiEliminaImmagino che anche lui ti riferisca situazioni molto simili. Siamo tutti nella stessa barca. Non sarebbe difficile mantenere una base salda, che venga prima di tutto: trasmettere contenuti, saperli amalgamare ai valori da concretizzare nelle loro giovani menti. Ma c'è bisogno di tempo, risorse, spazi che non abbiamo. Nel frattempo vengono disperse energie, tempo, risorse in questi corsi e corsini di cui parlo nel post.
EliminaLa tua lucidità è ammirabile ma mi crea anche sofferenza. Se un'insegnante come te, con questa capacità di leggere da dentro una realtà in totale disfacimento, alla fine quasi quasi vorrebbe mollare, significa che abbiamo toccato il fondo. Non ricordavo con tanta precisione la "riforma" Gelmini, rileggere ora i punti essenziali fa venire i brividi. Scritta da una che sembra proprio non avere alcun interesse per la scuola, è evidente. Non parliamo dell'oggi. Che dirti? Che perdere una come te è un danno enorme, che comprendo la difficoltà, che ammiro la lucidità. E che vorrei tanto che tu non mollassi. C'è sempre speranza. E la scuola è davvero da salvare
RispondiEliminaNon posso né voglio mollare. È il mio lavoro, reinventarmi a 55 anni sarebbe impensabile. Ciò che mi dà abbastanza energie è il rapporto coi ragazzi, la nostra quotidianità. È il perno attorno a cui ruota tutto ed è indispensabile non perdere questa bussola, che poi è il quid del nostro mestiere.
EliminaCondivido in pieno, cara Luz, la tua analisi. Sono in pensione da parecchi anni, ma ho fatto in tempo a respirare un'aria che mi piaceva poco. L' ossessione per i progetti, la marginalizzazione dei saperi disciplinari insime alla necessità di offrire competenze immediatamente spendibili e rispondenti solo alle esigenze del mercato ha creato molti danni. Capisco in un certo senso la necessità di rispondere alle richeste del mercato, ma si sta privilegiando l'informazione sulla formazione.
RispondiEliminaInoltre, penso che l'educazione civica - ma insieme l'educazione alla bellezza, all'affettività. ecc... - debbano essere fatte attraverso le materie di studio come storia, filosofia, letteratura, arte, matematica...? Quanto e ancora quanto hanno da dire ai nostri ragazzi Dante, Omero, Leopardi, Pirandello e Montale solo per citarne alcuni, autori che ci hanno sempre aiutato a guardarci dentro e a costruire un'interiorità e una mappa di valori! Certo ci sono insegnanti come te lodevolmente impegnati e consapevoli della situazione, ma purtroppo tale lucidità non appartiene a chi ci governa.
È frustrante sapersi nelle mani di governi che si sono succeduti nessuno dei quali ha mai centrato il problema. Non è neppure una questione di orientamento politico. Se questa destra preme su certi aspetti (alcuni raccapriccianti), molta sinistra ha trascurato questo settore. Non si è mai raggiunta del tutto la quadra. Uno dei grandi problemi è l'edilizia scolastica, per fare un esempio. Noi siamo dentro un edificio storico, un tempo ordine monacale, aule grandi ma problemi di illuminazione, possibilità scarsa di gestire e fruire gli spazi esterni, sicurezza ai minimi termini. Un grande danno alle medie è stato accorparle a elementari e asili. Tutti assieme dentro uno stesso edificio, a condividere spazi e risorse (sempre più scarse). Quando iniziai 25 anni fa non era ancora andata del tutto a regime la riforma, ancora resistevano le scuole medie a corpo unico. Uno dei tantissimi problemi da affrontare.
EliminaScusa Luz, mi accorgo che nel mio commento precedente c'è un punto interrogativo di troppo. Non c'entra proprio.
RispondiEliminaProprio stamane ho letto la bellissima rubrica "L'ultimo banco" di D'Avenia che lancia anche lui un grido di allarme, con argomenti molto simili ai tuoi. Conosco, per lavoro e per amicizia, molte insegnanti, che hanno iniziato la loro professione con tanto entusiasmo e altrettanta grinta, e ora non ne possono più e non vedono l'ora di andare in pensione. C'è stato un cambiamento antropologico sia negli studenti sia nelle famiglie. Il panorama sul funzionamento della scuola è sconfortante, sempre più militarizzato e burocratizzato, dove è più importante compilare moduli e griglie di valutazione, assegnare crediti e debiti (e questa terminologia economico-imprenditoriale rivela molto!) che non insegnare davvero con passione. A farne le spese in primis sono le materie umanistiche, che non sono ritenute "utili" nonché "produttive" per il lavoratore e cittadino del futuro.
RispondiEliminaÈ tutto un intersecarsi di problematiche, è vero. Sulla nostra pelle stiamo imparando che essere buoni docenti, con tutto quello che comporta il lavoro in cattedra (e il sapersi costruire ottimi rapporti con le famiglie) non è compatibile con le richieste sempre più massive di natura burocratica. Abbiamo bisogno di staccare, ricaricarci, coltivare i nostri spazi personali, come si può tornare a casa e restare connessi in riunioni, rifinire schede, monitoraggio progetti e quant'altro? Sarà che non ho più trent'anni ma obiettivamente non sento di possederne le forze. Non conoscevo quella rubrica di D'Avenia, voglio scoprirla, magari sul suo blog. Lui parla dell'altro grande problema, quella mutazione antropologica teorizzata anche da Paolo Crepet (ho finito di leggere proprio qualche giorno fa uno dei suoi saggi) che riguarda i ragazzi. Una realtà ormai senza ritorno con la quale dobbiamo fare i conti.
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