sabato 9 gennaio 2016

L'ora del tè: le stanze di Jane Austen e Virginia Woolf

Ed eccoci alla seconda parte di questo "dialogo impossibile" fra due grandi scrittrici inglesi. Tutto ciò che riguarda questo esperimento trovate qui, nella prima parte, dove le nostre si sono incontrate e hanno fatto conoscenza, scambiandosi qualche osservazione sulla condizione femminile. Ora immaginiamo che continuino a confrontarsi su questo interessante argomento, che è appartenuto loro intimamente, e che tutto si svolga attorno a un piccolo grande libro della Woolf: Una stanza tutta per sé.
La stanza è una specie di "hortus conclusus" per Virginia. Un luogo reale e allo stesso tempo una metafora di libertà.

Virginia Woolf:  Non potrei far torto al mio restante repertorio se dicessi che ho amato molto scrivere questo libro. Tutto nacque con una serie di conferenze che mi chiesero di tenere nelle università. Ero nota in vita, non mi sono mancati gratificazioni e riconoscimenti.
Avevo pubblicato alcuni scritti e il mio pensiero attorno al mondo femminile dell'epoca presto si diffuse. In questo piccolo saggio raccolsi, sullo sfondo di una finzione scherzosa (non v'è scrittore che possa farne a meno!), i miei pensieri che qualcuno decenni più tardi definì "femministi".
Nascere femmina nel 1882, assistere al passaggio fra due secoli restando come stordita dinanzi al progresso, non poter comunque partecipare di questo che marginalmente, malgrado una riconosciuta intelligenza, mi costò impegno e fatica. Non mancai di urlare il mio disappunto dinanzi alla discriminazione cui ogni femmina era condannata. Ritenevo offensivo che a noi donne fossero precluse quasi tutte le università, per non parlare dell'obbligo di maritarsi per essere definita "onorata" e varcare le soglie delle famiglie perbene.
Una delle stanze di Virginia Woolf
Ebbi una stanza tutta per me quando ero già adulta e sposata da molti anni. Leonard, il mio paziente marito, riconobbe il mio diritto all'isolamento, come faceva con tutto ciò che sapeva mi avrebbe soddisfatto e reso felice.

Jane Austen:  Quanto orgoglio posso manifestarti sentendomi in parte anticipatrice di quanto scrivi, cara Virginia. 
Apparteniamo a una terra che non difetta quanto a donne che non sono rimaste indifferenti dinanzi all'opportunità di manifestare il proprio dissenso riguardo alla mancanza di diritti.
Anch'io ho avuto la mia "stanza tutta per me". Come ogni scrittore o scrittrice, un angolo di totale abbandono nel quale riusciamo a evocare racconti. Coloro che hanno compreso il significato più profondo della mia scrittura, vi hanno colto il mio grido di dissenso verso lo status sociale di noi donne. Ho adoperato ad arte l'ironia per questo.
Mi piace sentirmi in sintonia con una mia conterranea tanto affine a me, come sei tu. 

Virginia Woolf:  Sì, avverto la stessa affinità. Singolare come, a distanza di quasi un secolo, possiamo "parlarci" e avvertire questa somiglianza d'anime. Sei stata precorritrice dei miei stessi ideali.
Tornando a questo mio saggio, in esso mi sono divertita a fare una supposizione un po' azzardata ma che trovai interessante. Se Shakespeare fosse nato donna, avremmo mai noi lettori potuto godere delle sue mirabili opere, che a distanza di secoli ci parlano ancora? La risposta è assai semplice: no. La nostra, non avrebbe avuto quella stanza che non solo simbolicamente l'avrebbe resa padrona delle proprie azioni, il proprio sentire, perché la vena creativa potesse esplodere in mille solchi scavati dall'inchiostro. E non è forse triste, immensamente triste tutto questo?

Un tavolino appartenuto a Jane Austen (J. A. Museum)
Jane Austen:  Ho l'impressione che saremmo diventate ottime amiche se avessimo avuto il destino di incontrarci. 
Concordo con la tua pessimistica visione riguardo alle opportunità di noi artiste. Quanto iniquo è il destino di molte di esse!

Virginia Woolf: Nel tuo tempo il problema era certamente accentuato. Ma ciò che fa riflettere è che quasi un secolo non abbia fatto alcuna differenza. In parte ti invidio, perché avesti il coraggio di vivere della tua scrittura, tollerando le critiche dei "benpensanti". In qualche modo, avesti una stanza tutta per te.

Jane Austen:  Forse la storia sarà con noi magnanima perlomeno ricordando quante donne si siano battute per oltrepassare la soglia loro imposta dalla supremazia maschile. La nostra Inghilterra abbonda di esempi. 

Qual è la vostra "stanza tutta per sé", intesa come luogo prediletto dove cercare e trovare intimità tutta solitaria e allo stesso tempo luogo da rivendicare per il proprio diritto a uno spazio personalissimo?

12 commenti:

  1. Avercelo un posto tutto per me, Luz... avercelo! Un posto fisico intendo.
    Sono al pc sul tavolo in sala con mammà che parla e parla e parla...
    Un luogo metaforico è invece il silenzio che riesco a regalarmi quando vado a fare due passi. Abitando in campagna ne ho fin che voglio. E' un luogo immaginario che mi mette in contatto con l'altra me, quella che pensa a racconti, a poesie.... peccato che duri poco però: :)

    Ciao Luz buona serata

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Patricia, noi che abbiamo tanta immaginazione in certo senso siamo dei privilegiati. Laddove non dovesse esistere un posto tutto per noi, possiamo inventarcene uno.

      Elimina
  2. Fortunatamente ho la mia stanza, luogo di lettura, studio, riflessione e accesso alla rete: è il mio piccolo universo, ma basta una presenza al di là della porta per interrompere il flusso dei miei pensieri, distrarmi o far crollare la tranquillità conquistata.
    Bellissimo scambio, che, avendo letto Una stanza tutta per sé, riconosco perfettamente calzante alla figura di Virginia Woolf e ad un ipotetico dialogo con la Austen; a proposito, anche di quest'ultima esiste un saggio/articolo/passaggio che metta in luce la sua opinione, al di là di quanto può trapelare dai romanzi?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Accade anche a me, in particolare quando sono intensamente impegnata nella scrittura o nella lettura. Non riesco a esercitare queste mansioni se in casa c'è qualcuno. La mia solitudine è creativa, non c'è che dire.
      Quanto a qualche saggio o articolo della Austen sulla condizione femminile, mi è capitato di cercare tempo fa e non trovare nulla. Evidentemente la Austen va interpretata attraverso i suoi romanzi e la Woolf lo aveva inteso benissimo. Non mi sono mai imbattuta nelle sue lettere, che potrebbero contenere qualcosa a riguardo.

      Elimina
  3. Avevo già amato il primo episodio di questo dialogo impossibile e confermo il mio amore anche per il secondo! Vivendo in un bilocale con il mio compagno la cosa non è semplicissima per me... A seconda delle necessità la stanza tutta per me è il soggiorno, o la camera da letto, e non escludiamo il bagno! ^^ Al di fuori della casa il luogo che di più in assoluto mi regala la serena intimità d'animo è la spiaggia, il mare, prima della stagione estiva rifugiarmi lì per leggere o pensare o scrivere o non fare assolutamente nulla è quanto di più simile al raggiungimento del nirvana mi sia possibile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Immagino quanto sia difficile dribblare fra spazi ristretti. Anch'io amo moltissimo la spiaggia, in solitaria e al tramonto, d'estate. Luogo perfetto per immergersi in letture e in contemplazioni. :-)
      Grazie per aver molto apprezzato questi dialoghi.

      Elimina
  4. Bellissimo questo dialogo e meraviglioso il piccolo libro citato! La mia stanza in verità non è un luogo, ma credo corrisponda alla mia mente ;)
    Complimenti Luz per questa bella serie di post *_*

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, Glo, per il tuo apprezzamento.

      Elimina
  5. Virginia Woolf temo di non conoscerla (d'altra parte chi non ha paura di lei? :) ), ma il dialogo delle due anime mi ha divertito.
    La stanza tutta per me è dentro la mia testa ed è un luogo sia reale che immaginato, un palazzo della memoria costruito con la tavola periodica degli elementi, che mi è di utilità mnestica. Sperando di non sembrare così dicendo da ricovero psichiatrico!
    Saluti. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un luogo complesso, non c'è che dire. Grazie, Marco e benvenuto.

      Elimina